
Di Luca Mario Nejrotti
Ci sono nuvole nel nostro futuro? Sicuramente sì: i sistemi di memorizzazione delle informazioni personali online (in gergo clouds, nuvole) sono ormai accessibili e utilizzati da una fascia sempre più larga della popolazione.
La possibilità di accedere ai propri file di lavoro in ogni momento, l’opportunità di condividere le proprie foto in tempo reale con gli amici, l’ansia quasi morbosa di comunicare in qualsiasi momento alle persone che ci sono più o meno vicine i nostri spostamenti sono comodità o vezzi ormai alla portata di moltissimi e sempre più diffuse.
Certamente si tratta spesso di bisogni accessori, ma quando coinvolgono dati sensibili come le informazioni sanitarie, gli scenari si complicano e si arricchiscono di vantaggi e svantaggi di grande importanza soprattutto sul medio-lungo periodo.
L’allarme.
Infatti, se la condivisione di queste informazioni da parte delle Istituzioni sanitarie può essere di grande aiuto per fornire un’assistenza medica sempre più efficace e “tagliata” sull’utente, bisogna anche tenere conto che si tratta di dati preziosi e che vanno protetti dall’accesso di eventuali malintenzionati.
L’allarme viene lanciato da Eugene Vasserman, ricercatore in sicurezza informatica e privacy alla Kansas State University: le violazioni di dati sensibili sono in aumento e i database che contengono informazioni sanitarie non sono adeguatamente protetti.
Il caso.
È senz’altro da tenere conto che l’allarme è generalmente lanciato proprio da chi si occupa di sicurezza informatica, del resto non potrebbe essere diversamente. Però, fatti i dovuti distinguo, in un paese come gli Stati Uniti, ove la sanità è gestita nell’ambito del sistema assicurativo, bisogna tener presente che per questo tipo d’imprese private può rivelarsi estremamente utile conoscere in anticipo sulla stipula delle polizze, lo stato di salute dei propri clienti.
Allo stato attuale le realtà che operano online non sono attrezzate adeguatamente per la protezione dei propri database. E, come sostiene Avi Rubin, direttore dell’Health end Medical Security Lab della John Hopkins University, “Se Google non può fermare i cracker, come potrà farlo un ospedale?”.
Bei tempi quando i crackers erano solo biscotti croccanti e non pirati informatici che minacciavano la nostra privacy!
In attesa che le istituzioni sanitarie, in particolare all’estero dove la digitalizzazione dei dati è più capillarmente diffusa, si dotino di opportune contromisure, nel quotidiano può essere una buona idea iniziare ad abituarsi a evitare di condividere tutte le informazioni che ci riguardano su internet, usando i vari dispositivi e sistemi disponibili che, pur essendo una grande comodità, non ci garantiscono una piena sicurezza.
Fonte: http://www.galileonet.it/articles/515163afa5717a03a700009a
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