Archivio della Categoria: Prevenzione

L’ITALIA: TERZO PAESE EUROPEO PIÙ PERICOLOSO PER I PEDONI

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Di Rosa Revellino

L’ITALIA: TERZO PAESE EUROPEO PIÙ PERICOLOSO PER I PEDONI

Di chi è la responsabilità? Di chi guida? C’è forse anche responsabilità di chi attraversa le strisce pedonali? La strage delle vittime sulla strada, che conta numeri da capogiro, non dà risposta solo cifre.  3400 morti al giorno in tutto il mondo.

È partita il 6 maggio 2013 fino a domenica 12 maggio la Settimana mondiale della sicurezza stradale. L’evento è stato voluto dalle Nazioni Unite e condiviso dalla Commissione Europea – Direzione Generale per la mobilità ed i trasporti. Umberto Guidoni, segretario generale della Fondazione per la sicurezza stradale Ania, ha spiegato che “ogni settimana sulle strade italiane perdono la vita 11 pedoni, che nell’ultimo anno hanno fatto complessivamente registrare 589 vittime e oltre 20mila feriti”. Inoltre i dati ci dicono che una persona su quattro nel mondo che muore per incidenti stradali è un pedone. Ogni anno, i pedoni che muoiono sono 270.000, ovvero il 22% delle vittime della strada che ammontano a oltre un milione e duecentomila.
Come si posiziona l’Italia in questa mappa di stragi? Purtroppo il nostro Paese, in Europa, è il terzo più pericoloso per i pedoni, dopo Polonia e Romania. Poco rispetto e forse anche poca conoscenza degli automobilisti italiani per il codice stradale: un terzo dei pedoni morti è stato travolto proprio mentre attraversava le strisce.
Anche l’età dei guidatori però costituisce un grave fattore di rischio. Con l’avanzare dell’età diminuisce la velocità con cui si riesce a camminare. In particolare, è emerso che il 76% degli uomini e l’85% delle donne, che hanno partecipato al test Health Survey for England (http://www.ucl.ac.uk/hssrg/studies/hse) hanno una velocità di marcia significativamente inferiore all’1,2 metri al secondo: tempo stimato come sufficiente per attraversare le strisce pedonali nel Regno Unito. Per gli uomini over 65 la velocità media è di 0,9 metri al secondo, mentre si assesta su 0,8 m/s per le donne anziane. Altro impedimento: il cellulare. Lo rivela uno studio pubblicato su “Injury Prevention”. Per studiare l’impatto delle distrazioni tecnologiche e sociali sui comportamenti e i tempi di attraversamento dei pedoni, un team di ricercatori dell’Università di Washington ha osservato il comportamento di più di mille persone in venti incroci altamente trafficati della città di Seattle, in diversi momenti della giornata, l’estate 2012. Se la maggior parte ha rispettato i segnali semaforici e si è servito dei passaggi pedonali, solo un terzo, però, ha controllato la strada in entrambe le direzioni prima di attraversare (tende a farlo meno per esempio chi è alle prese con i bambini o con il proprio cane). E circa il 30% era distratto da un dispositivo mobile: per parlare al telefono (6.2%), inviare messaggi (7,3%) o ascoltare musica (11,2%). 
(Fonte:Wired
http://life.wired.it/news/mobilita/2013/05/07/settimana-mondiale-della-sicurezza-stradale-come-attraversare-senza-essere-travolti.html#?refresh_ce

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AUMENTA LA DRUNKORESSIA TRA I GIOVANI ITALIANI

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Di Rosa Revellino

AUMENTA LA DRUNKORESSIA TRA I GIOVANI ITALIANI

“Mangiare sempre meno fino a digiunare per poi assumere rilevanti quantità di bevande alcoliche”. Questa è la definizione del termine drunkoressia, una nuova forma di disturbo alimentare che colpisce con sempre maggior frequenza i giovani e soprattutto le giovani donne.
In altri termini si tratta di una variante dell’anoressia con l’aggiunta di una forma di dipendenza integrativa: quella da alcol.
Il disturbo è così radicato negli USA che in un studio americano si legge che il 30% delle ragazze in “età di college” è pronta a ridurre il cibo ingerito pur di poter bere liberamente la sera con gli amici. Questa preoccupante “moda” americana sta però affascinando anche le ragazze italiane con modalità praticamente identiche: le ragazze digiunano fino a sera, cercano di resistere ai morsi della fame, bevono acqua a volontà, caffè, fumano sigarette a gò-gò e masticano chewinggum. L’obiettivo è ben preciso: arrivare a stomaco vuoto all’ora dell’happy hour, dove poi possono ingurgitare cocktail alcolici senza freno (e sensi di colpa).
A dare conto di questo nuovo disturbo sono soprattutto i Forum su Internet dove circolano informazioni spesso non corrette scientificamente o che, ancor peggio, invitano all’emulazione di questo comportamento.
La complessità di questo nuovo disturbo è inoltre legata al rapporto diretto con la dipendenza da alcol: infatti nel disturbo anoressico, dopo aver assunto del cibo, vengono escogitate numerose pratiche fai da te come l’autoinduzione del vomito, l’uso di lassativi, l’insistente attività fisica che consente la perdita di altre calorie per continuare a dimagrire.  In questo caso invece l’assunzione di alcol, attraverso gli zuccheri contenuti, procura un senso di sazietà che permette di non avvertire la fame e di non dover riattivare il “setting del pasto”
É inoltre interessante ribadire una caratteristica peculiare del disturbo: alcuni esperti confermano che la tendenza ad eccedere con l’alcol è molto diffusa fra anoressiche e bulimiche che lo usano per il loro disturbo: alcune assumono alcool per sedare l’ansia di aver mangiato troppo, altre per indursi un senso di sazietà. Alla base comunque c’è sempre un disagio radicato e molto difficile da interpretare: espressione di insicurezza, difficoltà a interagire con i propri coetanei e soprattutto una tendenza marcata alla menzogna in particolare se l’interlocutore è un terapeuta.
I danni che potrebbero conseguire da questo fenomeno giovanile, ricordano quelli dell’anoressia: danni ossei come osteoporosi, alterazioni cardiache, amenorrea, neuropatie, tremori, gravi conseguenze al fegato ed al cervello col tempo. In entrambi i sessi sono presenti tutte le conseguenze dell’assunzione di alcol in età adolescenziale quando lo sviluppo psicofisico è particolarmente vulnerabile e nelle ragazze è più grave poiché il metabolismo dell’acol è più lento.

Fonte: Clicca

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IO TI SALVERÒ… 750 MILA VOLTE IN 50 ANNI

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Di Nicola Ferraro.

Il lavoro medico-sanitario per la prevenzione ha un risvolto poco piacevole: non avere l’immediato riscontro della sua utilità sempre più indispensabile. L’attività svolta ha una sua valutazione attendibile, da un punto di vista numerico-statistico, soltanto dopo qualche tempo: quando va bene settimane, ma in genere mesi o anni.

Il dato di 750 mila vite risparmiate nel nostro Paese in 50 anni di prevenzione cardiovascolare (fonte: dal Congresso Anmco appena concluso) è in questo senso un’entità numerica che dovrebbe farci scattare in piedi sull’attenti: un risultato encomiabile, infatti, raggiunto grazie all’impegno quotidiano di un considerevole numero di medici oggi purtroppo non più tra noi. Un dato che è anche un viatico formidabile per chi continua quel lontano impegno quotidiano in questi tempi dominati dall’incertezza, da un conflitto generazionale assurdo, dalla logica del risparmio, diventato non più strumento per trovare le risorse con cui progettare il futuro ma monade, ideale assoluto, Moloch, Vitello d’oro, feticcio al quale sacrificare tutto, persino la vita e non soltanto la qualità della vita.

Ci sono voluti 50 anni per capire in dettaglio cosa rappresenti la possibilità di tenere sotto controllo farmacologico la pressione arteriosa e il colesterolo in cittadini che non sapevano nemmeno di essere a rischio; ci sono voluti 50 anni per giudicare vincente la dieta mediterranea, la disponibilità di coronarografie, di angioplastiche, di by-pass aorto-coronarici… I cardiologi dell’Anmco (vedi), riuniti a congresso nazionale qualche giorno fa a Venezia possono davvero andare orgogliosi del loro lavoro e di quello dei loro maestri (vedi). Per completezza d’informazione (e di cultura della prevenzione che oggi si articola in reti integrate di professionisti della salute e sull’integrazione ospedale/territorio) si consiglia di consultare anche il link (vedi) messo in Rete sempre da Quotidianosanità.it.

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Prevenzione serena si aggiorna con il test HPV-DNA

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In Piemonte il programma di screening  “Prevenzione serena”  è attivo fin dal 1996. Si é iniziato con lo screening per i tumori femminili (cancro della cervice uterina e della mammella) e successivamente è stato introdotto lo screening per i tumori del colonretto.

In questo mese di aprile la Giunta regionale ha approvato, su proposta dell’assessore alla Sanità, l’aggiornamento del programma di prevenzione dei tumori della cervice uterina, introducendo il test per la ricerca del DNA di Papilloma virus umano (HPV) come test primario per lo screening della cervice uterina per le donne dai 30 ai 64 anni.
Infatti le evidenze scientifiche internazionali dimostrano che uno screening con test clinicamente validati per il DNA di HPV oncogeni, effettuato ogni 5 anni, è più efficace dello screening basato sulla citologia (PAP test), effettuato ogni tre anni ed assicura una maggior protezione e sicurezza. Contestualmente l’intervallo quinquennale, comporta un minor disagio per la popolazione femminile.
Il test sarà introdotto gradualmente su tutto il territorio regionale entro i prossimi cinque anni e sarà validato dai controlli di qualità e di appropriatezza che caratterizzano la “Prevenzione Serena”.

Il tumore della cervice uterina è riconosciuto come totalmente attribuibile all’infezione da papillomavirus umano.
Il rischio di contrarre una infezione da HPV è massimo tra i giovani adulti (20-35 anni). L’uso del profilattico non pare avere azione protettiva completa in quanto l’infezione è spesso diffusa. Inoltre, l’infezione da HPV è asintomatica nella maggior parte dei casi.
Si stima che il 75% della popolazione entri in contatto con il virus almeno una volta durante la sua vita.

http://www.regione.piemonte.it/sanita/cms/notizie/notizie-dallassessorato/assistenza-sanitaria/1875-approvato-laggiornamento-del-programma-di-screening-onconlogico-qprevenzione-serenaq.html

http://www.regione.piemonte.it/sanita/cms/prevenzione-serena.html

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Cadere dalle nuvole… di dati!

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Di Luca Mario Nejrotti

Ci sono nuvole nel nostro futuro? Sicuramente sì: i sistemi di memorizzazione delle informazioni personali online (in gergo clouds, nuvole) sono ormai accessibili e utilizzati da una fascia sempre più larga della popolazione.

La possibilità di accedere ai propri file di lavoro in ogni momento, l’opportunità di condividere le proprie foto in tempo reale con gli amici, l’ansia quasi morbosa di comunicare in qualsiasi momento alle persone che ci sono più o meno vicine i nostri spostamenti sono comodità o vezzi ormai alla portata di moltissimi e sempre più diffuse.

Certamente si tratta spesso di bisogni accessori, ma quando coinvolgono dati sensibili come le informazioni sanitarie, gli scenari si complicano e si arricchiscono di vantaggi e svantaggi di grande importanza soprattutto sul medio-lungo periodo.

L’allarme.

Infatti, se la condivisione di queste informazioni da parte delle Istituzioni sanitarie può essere di grande aiuto per fornire un’assistenza medica sempre più efficace e “tagliata” sull’utente, bisogna anche tenere conto che si tratta di dati preziosi e che vanno protetti dall’accesso di eventuali malintenzionati.

L’allarme viene lanciato da Eugene Vasserman, ricercatore in sicurezza informatica e privacy alla Kansas State University: le violazioni di dati sensibili sono in aumento e i database che contengono informazioni sanitarie non sono adeguatamente protetti.

Il caso.

È senz’altro da tenere conto che l’allarme è generalmente lanciato proprio da chi si occupa di sicurezza informatica, del resto non potrebbe essere diversamente. Però, fatti i dovuti distinguo, in un paese come gli Stati Uniti, ove la sanità è gestita nell’ambito del sistema assicurativo, bisogna tener presente che per questo tipo d’imprese private può rivelarsi estremamente utile conoscere in anticipo sulla stipula delle polizze, lo stato di salute dei propri clienti.

Allo stato attuale le realtà che operano online non sono attrezzate adeguatamente per la protezione dei propri database. E, come sostiene Avi Rubin, direttore dell’Health end Medical Security Lab della John Hopkins University, “Se Google non può fermare i cracker, come potrà farlo un ospedale?”.

Bei tempi quando i crackers erano solo biscotti croccanti e non pirati informatici che minacciavano la nostra privacy!

In attesa che le istituzioni sanitarie, in particolare all’estero dove la digitalizzazione dei dati è più capillarmente diffusa, si dotino di opportune contromisure, nel quotidiano può essere una buona idea iniziare ad abituarsi a evitare di condividere tutte le informazioni che ci riguardano su internet, usando i vari dispositivi e sistemi disponibili che, pur essendo una grande comodità, non ci garantiscono una piena sicurezza.

Fonte: http://www.galileonet.it/articles/515163afa5717a03a700009a

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