Archivio della Categoria: Procedure e Linee Guida

Target personalizzato per l’HbA1c

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Il diabete di tipo 2  è associato ad un aumentato rischio di diverse complicazioni. Il controllo dei fattori di rischio come il fumo, il peso, i lipidi e la pressione arteriosa sono importanti nel ridurre i problemi a lungo termine. L’HbA1c rispecchia i valori di glicemia dei mesi precedenti e dovrebbe essere valutata regolarmente. Trials di confronto tra controllo glicemico intensivo o standard hanno mirato a obiettivi tra ≤ 42mmol/mol [6%] e ≤ 58mmol/mol [7,5%] e hanno suggerito benefici in termini di mortalità  e danno macrovascolare e microvascolare , anche se con un aumento del rischio di ipoglicemia e aumento di peso.

Sembra che ci sia un effetto soglia per cui una volta che il livello di HbA1c è stato ridotto ad un grado moderato (ad es <53mmol/mol [7%]), un’ulteriore riduzione non giova al paziente e
può provocare danni. Le attuali linee guida raccomandano di solito un target di HbA1c generale di 53mmol/mol [7%] o meno, ma l’obiettivo deve essere personalizzato per ciascun paziente.

Gli obiettivi più stringenti potrebbero essere appropriati per le persone con una breve durata di malattia, lunga aspettativa di vita, assenza di co-morbilità, un basso rischio di ipoglicemia, un sistema di supporto adeguato e alta motivazione. Gli obiettivi meno intensivi potrebbero essere appropriati per i pazienti più anziani con una lunga storia di diabete, più o gravi complicazioni o
comorbidità, scarsi supporto, capacità di auto-cura e  motivazione.

http://dtb.bmj.com/content/51/4/42.short?g=w_dtb_currentissue_tab

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Diabete (non)controllato a distanza

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Gli autori del “Cochrane Metabolic and Endocrine Disorders Group” hanno analizzato 16 trial randomizzati controllati che hanno coinvolto 3578 persone adulte, con un’età compresa tra 46 e 67 anni, con diabete da un minimo di 6 a un massimo di 13 anni, per valutare l’utilità dei controlli basati sui computer o sui dispositivi di telefonia mobile nella gestione del diabete di tipo 2.
I risultati dicono che sono stati riscontrati scarsi benefici nel controllo della glicemia, con un leggero vantaggio per i programmi che usano i telefoni cellulari, e tali benefici, comunque, svanivano dopo 6 mesi; non è stato neanche possibile rilevare miglioramenti degli stati depressivi, nella qualità di vita o diminuzioni di peso. Una nota positiva: tali interventi educativi hanno contribuito a migliorare la comprensione della malattia, una comprensione che però non si è tradotta in cambiamenti comportamentali con esiti positivi sulla salute. Probabilmente  si chiede troppo a una app: in una patologia in cui gli stili di vita sono tanto importanti il fattore umano è essenziale.

http://dottprof.com/2013/04/apps-entusiasmanti-realmente-inutili/

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Fumo perioperatorio e complicanze chirurgiche

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Smettere di fumare fa bene a tutti, anche a chi accumula chili dopo aver smesso. Questa la conclusione di una ricerca pubblicata sul JAMA e condotta da un gruppo di autori e di autrici di Boston.
Lo studio ha esaminato la relazione tra l’abitudine al fumo ed eventi cardiovascolari, e ha rilevato che questi erano significativamente superiori in chi fumava, e che non c’era rapporto con l’aumento di peso dovuto allo stop al fumo.
Smettere di fumare, o almeno interrompere, fa bene anche a chi deve subire un intervento chirurgico. Il fumo perioperatorio è infatti legato a complicazioni chirurgiche: infezioni delle ferite, insufficienza respiratoria, arresto cardiaco, infarto miocardico, prolungamento della degenza, ictus, sepsi, shock e perdita anastomotica. Chi fuma ha un rischio doppio di polmonite, intubazioni non programmate, ventilazione meccanica e morte.
Ciò nonostante, circa il 42% dei chirurghi e il 70% degli anestesisti non consiglia ai pazienti di non fumare prima dell’intervento chirurgico.

“Se uno dei momenti migliori per convincere chi fuma a smettere è quando si deve sottoporre a un intervento chirurgico, perché non ci sono più medici che sfruttano quest’opportunità?”, si chiedono gli autori (Dhurv Khullar, Steven Schroeder, John Maa) di un altro articolo pubblicato sul JAMA. “Una ragione potrebbe essere la mancanza di consapevolezza. I chirurghi spesso non sono del tutto informati degli effetti deleteri del fumo sugli esiti degli interventi”. Ma ci sono perfino chirurghi “preoccupati che smettere di fumare immediatamente prima di un intervento esponga i pazienti a rischi superiori di complicazioni polmonari, nonostante non ci siano evidenze a sostegno di tale ipotesi”.

I messaggi chiave dei due articoli sul JAMA sono dunque:
- consigliare al paziente che fuma e che deve subire un intervento chirurgico di smettere di fumare, almeno nel periodo che precede l’operazione e durante la convalescenza;
- non temere l’aumento del peso legato alla cessazione del fumo: è meno pericoloso delle conseguenze del fumo stesso. Consigliare piuttosto strategie per arginare l’aumento di peso, come una maggiore attività fisica.

Ricordiamo che, secondo stime OMS, metà delle persone che fumano morirà prematuramente per una malattia direttamente causata dal fumo: aiutarle a smettere è una priorità.

Notizia tratta da Va Pensiero

http://www.pensiero.it/news/news.asp?IDNews=1319

Fonti
- Clair C, Rigotti NA, Porneala B, et al. Association of Smoking Cessation and Weight Change With Cardiovascular Disease Among Adults With and Without Diabetes. JAMA 2013; 309: 1014-21. doi:10.1001/jama.2013.1644.
- Fiore MC, Baker TB. Should Clinicians Encourage Smoking Cessation for Every Patient Who Smokes? JAMA 2013; 309: 1032-3. doi:10.1001/jama.2013.1644.
- Khullar D, Schroeder SA, Maa J. Helping Smokers Quit Around the Time of Surgery. JAMA 2013; 309: 993-4. doi:10.1001/jama.2013.1702.
- PubMed Health. Behind The Headlines – Health News from NHS Choices. Quitting smoking benefits outweigh weight gain risk.

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Screening per le demenze?

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Nel Regno Unito si sta sviluppando un importante dibattito sull’opportunità di sottoporre a diagnosi precoce le demenze.

Ce lo racconta con dovizia di particolari un post di Salute Internazionale

http://www.saluteinternazionale.info/2013/02/screening-per-le-demenze-dibattito-aperto-in-uk/#more-8407

Assodato che non vi sono elementi per organizzare uno screening (come per il tumore del seno, su tutta la popolazione per intenderci) perché, come minimo, manca il requisito della terapia efficace cui sottoporre i soggetti positivi, l’oggetto del dibattito è se sia utile la diagnosi precoce (early diagnosis) o sia meglio fare la diagnosi quando si manifestano i sintomi (diagnosi tempestiva, timely diagnosis).

I documenti ufficiali del WHO e del Governo britannico sostengono la diagnosi precoce e la necessità che i medici generali si attrezzino per fare  l’accertamento iniziale di eventuali problemi di memoria nei soggetti a rischio e utilizzino eventualmente scale di valutazione specifiche come il “General Practitioner Assessment of Cognition”.

Questa attività sarebbe riconosciuta con una apposita integrazione nel contratto di lavoro dei medici.

Quale sarebbe l’obiettivo della diagnosi precoce ? Non la terapia, visto che anche  il WHO nel documento “Dementia: A Public Health Priority”, sostiene che ad oggi non esistono trattamenti in grado di curare o anche solo di alterare il decorso della patologia. E mancano evidenze a sostegno di un trattamento precoce della demenza che sia in grado di modificare positivamente il decorso della malattia.

La motivazione sarebbe che essere consapevoli della malattia nelle sue fasi iniziali permette  di prendere decisioni importanti sulle cure e sulla propria vita, quando si ha ancora la capacità di scegliere ed esprimere le proprie preferenze.

In una lettera aperta pubblicata sul BMJ alla fine del 2012, alcuni clinici inglesi esprimono la loro contrarietà , ipotizzando le ripercussioni in termini sociali, economici e organizzativi di un’iniziativa assimilabile, a torto o a ragione, a uno screening di massa per le demenze. I firmatari della lettera, puntano l’attenzione su due aspetti principali: il costo per la comunità di una valutazione routinaria dei soggetti asintomatici a rischio, e le conseguenze per i cittadini. L’applicazione del case finding scheme per la diagnosi precoce di demenza, potrebbe comportare un numero elevato di casi “falsi positivi”: persone per le quali si è sollevato il sospetto diagnostico, ma che dopo ulteriori accertamenti risultano non avere la patologia.

Stupisce che tra le 112 pagine del documento WHO “Dementia: A Public Health Priority” non vi sia  la dichiarazione sul conflitto di interesse dei componenti dei diversi gruppi di lavoro che hanno prodotto il testo.

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E’ un male che un trattamento non funzioni?

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Danilo di Diodoro, sul blog Scire dell’azienda USL di Bologna, http://www.scire-ausl.bo.it/

propone ai clinici di modificare il punto di vista con cui affrontano i trattamenti medici.

Quasi sempre i clinici partono dal presupposto che i trattamenti funzionino e che le ipotesi fisiopatologiche siano uno strumento credibile e affidabile per capire e prevedere quello che succede nel corpo e talvolta anche nella mente di un malato.

Ma, se i nuovi trattamenti che arrivano sulla piazza con grandi promesse e generando grandi aspettative,  nel tempo, al confronto con la pratica clinica, si dimostrano spesso decisamente meno brillanti, non sarebbe meglio e anche più scientifico fare il contrario, ossia partire dalla cosiddetta ipotesi nulla, come si fa nei trial clinici: l’ipotesi iniziale è che un trattamento non funzioni, poi se dimostra invece di funzionare, tanto meglio.

Di Diodoro, per questa proposta  prende in prestito il ragionamento del dottor Aberegg medico di Salt Lake City, nello Utah, autore di un blog intitolato Medical Evidence Blog

Secondo il dottor Aberegg, ci dovrebbero essere solo due tipi di eccezione a questo atteggiamento estremamente realista:

-1) l’osservazione degli effetti di un trattamento talmente robusti e smaccati che per non notarlo bisognerebbe praticamente chiudere gli occhi. Sono quei casi in cui non si potrebbe neanche fare un trial, dal momento che non sarebbe etico, talmente evidente è l’efficacia già nella normale pratica clinica. Il cosiddetto NNT (Number Needed to Treat – il numero delle persone da trattare perché una ne tragga un beneficio) in questi casi è piccolissimo e può addirittura coincidere con l’1. Un esempio: la colecistectomia per la colecistite settica.

-2) l’esistenza di trial privi di bias e di buona qualità che dimostrano inequivocabilmente l’effetto di un certo trattamento rilevato su endpoint clinicamente significativi sia per il medico sia per il malato. L’NNT in questi casi può essere maggiore rispetto a quello del caso precedente e quindi l’efficacia si palesa meno chiaramente da sola. Un esempio: l’acido acetilsalicilico per l’infarto del miocardio.

La considerazione più interessante di Diodoro la fa tirando le sue conclusioni.

“Si potrebbero fare molte riflessioni su questo tema, comprese quelle sull’affidabilità di un trial, dei trial registrativi, di molti trial, delle revisioni sistematiche e così via. Ma preferisco farne una sola su questa affermazione del dottor Aberegg: “nulla funziona a meno che non lo vedo con i miei occhi”, riferita al primo scenario da lui riportato, quello del trattamento con effetti robusti e smaccati. E’ proprio qui che si annida il problema. Molti clinici (ma spesso anche molti pazienti) vedono comparire davanti ai loro occhi – perfino in TUTTI i casi che trattano- effetti terapeutici inesistenti, li vedono e li toccano, se ne convincono al di là di ogni ragionevole dubbio, anche quando l’NNT è ben lungi dal fatidico numero 1. E questa loro convinzione, in assenza di qualunque altra prova, diventa una sorta di realtà parallela, difficilissima da scalzare. Altrimenti non si spiegherebbe come mai trattamenti del tutto privi di qualunque prova di efficacia continuino a essere erogati a piene mani dai terapeuti straconvinti, a essere graditi dai pazienti, a essere sovvenzionati con denaro pubblico. Questo è certamente un male, ma forse invece alla fine è anche un bene. Visto che la pratica clinica ha per larga parte l’obiettivo non di guarire ma di curare e di dare sollievo, è meglio se ha molte frecce al proprio arco, anche quelle completamente illusorie. Peccato che tutto questo accada per molti clinici in condizioni di totale inconsapevolezza, il che dà all’intero sistema caratteristiche di completa irrazionalità. “

C’estun malquand le traitementne marche pas ?

Danilo di Diodoro, sur le blog Scire de l’USL de Bologne, http://www.scire-ausl.bo.it/ propose aux cliniciens de modifier leur point de vue sur la manière de traiter avec les traitements médicaux.

Presque toujours, les cliniciens supposent que les traitements fonctionnent et que les hypothèses physiopathologiques sont un outil crédible et fiable pour comprendre et prédire ce qui se passe dans le corps et parfois même dans l’esprit d’une personne malade.

Mais si les nouveaux traitements à venir sur le marché, avec de grandes promesses et en suscitant des attentes élevées, au fil du temps, en comparaison avec la pratique clinique, ils se démontrent souvent beaucoup moins efficaces, il serait préférable et plus scientifique de faire l’inverse, c’est à dire à partir de la hypothèse nulle, comme c’est le cas dans les essais cliniques : l’hypothèse de départ est que le traitement ne fonctionne pas, si puis il démontre de marcher, c’est mieux.

Di Diodoro pour cette proposition emprunte le raisonnement du Dr Aberegg médecin à Salt Lake City, Utah, auteur d’un blog appeléMedical Evidence Blog

Selon le Dr Aberegg, on devrait avoir que deux types d’exceptions à cette attitude extrêmement réaliste :

-1) l’observation d’effets du traitement si évidents qu’ils ne peuvent pas être ignorés sans fermer les yeux. Ce sont les cas où vous pouvez même ne pas faire un essai, car il serait contraire à l’éthique : l’efficacité c’est déjà évidente dans la pratique clinique normale. Le soi-disant NNT (Number Needed to Treat – le nombre de personnes à traiter afin d’en tirer un avantage) dans ces cas est très réduit et peut être aussi égal à 1. Un exemple : cholécystectomie pour la cholécystite ;

-2) l’existence d’essais sans bias et de bonne qualité qui montrent clairement l’effet d’un certain traitement avec des paramètres cliniquement significatifs à la fois pour le médecin et le patient. Le NNT dans ces cas pourrait être plus élevé que celui du cas précédent et, donc, l’efficacité se révèle nettement moins. Un exemple : l’aspirine pour un infarctus du myocarde.

Les réflexions les plus intéressants sont tirées par di Diodoro dans ses conclusions.

« Vous pourriez faire beaucoup de réflexion sur cette question, y compris la fiabilité de l’essai, de l’essai pivot, de nombreux essais, des revues systématiques, et ainsi de suite. Mais je préfère en faire qu’une au sujet  de cette déclaration du Dr Aberegg : ‘rien ne marche, sauf ce que je vois de mes propres yeux’, au sujet du premier scénario, celui aux effets du traitement évidemment efficaces. C’est ici que se cache le problème. De nombreux cliniciens (mais souvent aussi beaucoup de patients) voient apparaître devant leurs yeux – même dans TOUS les cas qu’ils traitent des effets thérapeutiques inexistants, ils les voient et les touchent, ils en sont convaincus hors de tout doute raisonnable, même si le NNT est loin d’être le fatidique 1. Et cette conviction, en l’absence de toute autre preuve, il devient une sorte de réalité parallèle, très difficile à déloger. Cela expliquerait pourquoi des traitement complètement dépourvus de toute preuve d’efficacité continuent à être concédés  généreusement  par des thérapeutes bien convaincus, et continuent à être bien accueilli par les patients, et à être financés par des fonds publics. C’est certainement une mauvaise chose, mais peut-être est aussi un bien. Comme la pratique n’a, pour la plupart, pas l’objectif de guérir, mais de traiter et soulager, il vaut mieux si on a beaucoup de flèches à son arc, même si illusoires. Dommage que tout cela se produit pour de nombreux cliniciens dans l’inconscience totale, ce qui donne à l’ensemble du système de la complète irrationalité. »

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