
Di Nicola Ferraro
Con questa rubrica diamo spazio agli immensi tesori culturali che vivono, spesso accuratamente nascosti, sotto un camice bianco.
La cultura, riferita all’universo della medicina e della sanità, è fatta anche del racconto delle fruizioni individuali. Per questo cerchiamo di far raccontare ai medici la cultura che, quando è possibile, spesso frequentano addirittura mentre lavorano: ad esempio l’ascolto di musica in sala operatoria o nel tragitto in auto tra una visita domiciliare e l’altra. Oltre la rubrica “Musiche da cardiologi” giunta alla sesta proposta, se vorrete, potremo continuare con “Film da ortopedici”, “Sinfonie da medici di famiglia” o “Romanzi da endocrinologi”… Attendiamo proposte, sollecitazioni, provocazioni, indicazioni o semplici consigli.
L’autore di questa scheda n°6, che fa parte di un ideale catalogo musicale in Rete nato tra Ecg, aggiustamenti di terapie antipertensive, studi di elettrofisiologia cardiaca, fisica e matematica… è Antonio Ferrero, cardiologo all’Ospedale di Moncalieri.
Buon ascolto.
ACOUSTIC ALCHEMY, “THE NEW EDGE”, GRP Records 1993
Il disco è acquistabile, con un po’ di ricerca paziente, in Rete e presso rivenditori specializzati.
In Rete si trovano i file audio citati delle tracce del disco e sono anche scaricabili i relativi file audiovisivi.
(NiFe)
Di Antonio Ferrero
La volta scorsa abbiamo celebrato un album e un gruppo epocali (The dark side of the Moon dei Pink Floyd); oggi vorrei tornare su sentieri meno noti: vorrei parlarvi di un gruppo, gli Acoustic Alchemy e del loro settimo album intitolato “The new edge” del 1993.
In realtà, pur essendo uno dei loro migliori lavori, mi piacerebbe descrivere, a differenza del solito, più la loro storia e il loro genere e stile che un unico album.
Gli Acoustic Alchemy nascono nel 1991 a Leeds, in Inghilterra, ad opera di due chitarristi definiti frettolosamente “jazz” : Nick Webb e Simon James. In realtà i due compongono, suonano e improvvisano uno spettro di generi musicali incredibilmente ampio, per tale motivo vengono e verranno etichettati nei modi più fantasiosi anche se il marchio che resterà loro maggiormente associato sarà “ Fusion”, proprio a sottolineare la capacità di fondere vari generi.
In realtà il duo originale dura lo spazio di pochi anni, durante i quali non vengono pubblicati veri e propri album (pare esista un “Acoustic alchemy” autoprodotto) poi James abbandona il progetto per dedicarsi allo studio della chitarra flamengo e Nick Webb si associa ad un altro chitarrista di estrazione rock: Greg Carmichael.
Alle composizioni e, talvolta alle esecuzioni dei brani partecipa spesso un terzo chitarrista di notevole abilità: John Parsons-Morris
È la svolta: il gruppo, estremamente ben assortito ed affiatato, è pronto, come ha detto la critica : “a spingere la tecnica della chitarra acustica ( e non solo ) oltre ogni limite”.
Tra il 1987 e il 1998 pubblicano dieci album di grande valore artistico, in cui vengono davvero esplorate quasi tutte le possibilità ritmiche, armoniche, stilistiche delle chitarre, il tutto naturalmente con il contributo di ottimi musicisti alle tastiere, al basso, alla batteria e percussioni agli strumenti a fiato, ma, notate bene senza l’impiego della voce.
Prima di “The new edge” i momenti belli sono tanti: dall’ esordio con “Early alchemy” (spiccano le bellissime “Santiago”, “Casino” e “Amanecer”) ai successivi “Blue chip” e “Red dust and spanish lace”, fino “ The new edge”.
La cifra del gruppo è sempre quella di mescolare generi e ritmi con una grande maestria tecnica; fate caso alla perfetta sincronia, in ogni brano, fra le chitarre di Webb e Carmichael, cui fanno da sfondo perfetto le sezioni ritmiche.
E se non mancano i momenti divertenti, le citazioni smooth jazz o addirittura ska, la nostalgia e la malinconia sono sempre dietro l’ angolo… quasi un presagio di quello che accadrà.
Arriviamo così al 1993. “The new edge” si apre con l’armonia di flauto di “Ocean apart” su cui presto compare il finger picking della chitarra acustica e l’apertura di quella che pare una steel, ma forse è ancora un’acustica, solo suonata da un genio; archi , flauto traverso e il violoncello di Caroline Dale, completano questo commovente racconto musicale sulla distanza e la solitudine.
Dopo tanta malinconia gli Alchemy sembrano volerci consolare e ci regalano la scanzonata “The Notting Hill two-step”, sorprendente miscela ritmica di ska, pop, lambada e chissà cha altro (però fate caso agli inserti in minore …), l’ incredibile abilità tecnica di Webb duetta con la ritmica di Carmichael e non si può trascurare l’ assolo di pianoforte di Terry Disley.
Seguono altri bellissimi brani come “Arc en ciel” dove gli Alchemy sembrano voler giocare con il contrappunto barocco; “Santa cafè” esperimento di flamengo – smooth jazz; “ The liason”, dove il jazz (sempre molto caldo e morbido) si sposa questa volta con il rock e ancora “Until always”, scritta da Parson-Morris dal groove intrigante che pare un omaggio a Burt Bacharach.
Senza dilungarmi oltre cito per ultimo il brano che da solo vale il prezzo del CD (se riuscite a trovarlo): “London skyline” meraviglioso duetto di chitarre, una steel e una nylon string , basato (cito gli autori) “su un riff blues in mi minore”. Pezzo dalle soluzioni armoniche caleidoscopiche (senza mai strafare, notate bene …) è la sintesi perfetta degli Alchemy: sorrisi, nostalgia, humor, malinconie; chitarre e molto altro : ancora l’assolo di piano di Disley, le percussioni di Mario Argandona e in dissolvenza le note di violoncello di Caroline Dale.
Insomma una perla in un gran bel disco: raffinato, tecnicamente perfetto, ma ricco di sentimenti, almeno quanti sono i generi musicali toccati dai musicisti.
Seguiranno altri tre album, ma nell’ ultimo dei tre intitolato, quasi a non volersi arrendere “Positive thinking”, Nick Webb non compare più.
Poco dopo l’inizio delle registrazioni infatti, si ammala e il tumore pancreatico che gli è stato diagnosticato lo porta via in pochi mesi.
Ci lascia il brano “Rainwatching” di cui non vi dico nulla.
Ascoltatelo.
Greg Carmichael, ricostituisce il gruppo in modo più stabile avvalendosi di Miles Gilderdale , eclettico chitarrista giamaicano, Anthony White alle tastiere, Frank Felix al basso e altri collaboratori vecchi e nuovi.
Pubblicano altri sei album, da “The beautiful game” fino all’ultimo Roseland”: sempre molto piacevoli e intelligenti, ma l’ originalità e la passione iniziali si sono probabilmente un po’appannate .
Resta comunque la loro idea di musica, che compare in calce alla loro homepage in rete: “better music for a better life”.
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