Archivio della Categoria: Cultura e Spettacolo

CINEMAUTISMO 2013

cultura evidenza

Novità, progetti e… sentimenti

a cura di Rosa Revellino

CinemAutismo è la rassegna cinematografica italiana dedicata all’autismo e alla sindrome di Asperger. Un’iniziativa inedita nel suo genere che è arrivata ormai alla sua V edizione.
Organizzata in collaborazione con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema (AMNC), e grazie al sostegno di Fondazione Paideia Onlus, Fondazione CRT, Angsa Piemonte Onlus e Gruppo Asperger Onlus, la rassegna ha inaugurato i suoi quattro giorni di proiezioni e incontri nella serata di martedì 2 aprile, Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo.

CinemAutismo si è aperto, presso il Cinema Lux, con la proiezione del cortometraggio d’animazione spagnolo El viaje de Maria dell’illustratore Miguel Gallardo, seguito dalla commedia romantica Crazy in love di Petter Næss, con Josh Hartnett e Radha Mitchell.

Sabato 6 aprile, presso la sala Il Movie, sono stati proiettati il cortometraggio No Word for Autism di Elinor Pierce e Rachel Antell, e due anteprime italiane: Fly away di Janet Grillo e OC87 di Bud Clayman, Glenn Holsten e Scott Johnston.

Il cortometraggio InsideAut ha inaugurato la giornata di domenica 7 aprile presso l’Hub Multiculturale del Cecchi Point, seguito dal cortometraggio Gricelda and Selena di Cedar Sherbert e Howard Duy Vu e dall’anteprima italiana di Today’s Man di Elizabeth Gottlieb. In serata è stata inoltre presentata l’anteprima del lungometraggio Maria y yo di Félix Fernández de Castro, preceduta dai cortometraggi Je m’appelle Nathan di Benoît Berthe e Sensory Overload – Interacting with Autism di Miguel Jiron.

La rassegna si è chiusa lunedì 8 aprile presso il Cinema Massimo con la proiezione del cortometraggio Voices from the Spectrum di Alex Plank, Mark Jonathan Harris e Marsha Kinder, e di Ocean Heaven di Xue Xialou, pluripremiato film cinese con protagonista Jet Li.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE DI AMNC

Vittorio Sclaverani, Presidente dell’AMNC, ha raccontato come, durante questi cinque anni, sia cambiato il tipo di pubblico attirato dalla rassegna, ora più eterogeneo rispetto al passato: all’inizio, infatti, la platea era formata soprattutto da familiari e persone coinvolte a livello personale o professionale, che quindi si avvicinavano a cinemAutismo poiché già conoscevano gli argomenti trattati da film e cortometraggi. Oggi sembra avvenire anche il contrario, cioè persone che si avvicinano perché interessate all’aspetto cinematografico il cinema e che poi, grazie alle pellicole proiettate, scoprono l’autismo e la sindrome di Asperger. Ginevra Tomei, curatrice della rassegna insieme a Marco Mastino, ha ribadito l’ottima risposta da parte del pubblico, interessato quindi non solo all’aspetto della rassegna legato alla patologia, ma anche alla sua importanza culturale. Questo, in fondo, è proprio uno degli scopi degli organizzatori: fare cultura attraverso il mezzo cinematografico, dando visibilità anche alle pellicole che non trovano spazio nei normali canali di distribuzione. Grazie al nuovo progetto per le scuole, inoltre, la rassegna è arrivata quest’anno a una nuova fascia di pubblico, quella dei più giovani: il progetto “cinemAutismo incontra le scuole” si è composto di due incontri/proiezioni dedicati sia agli insegnanti ed educatori interessati, sia agli studenti.

Arianna Sterpone è la giovane autrice della mostra fotografica “Le parole non sono così importanti”, esposta al Cecchi Point durante le giornate di cinemAutismo, ed è stata ospite, insieme a Stefania Goffi, Mirna Cola e Rocco Riccio, del dibattito che, domenica 7 aprile, ha seguito la proiezione di InsideAut, Gricelda and Selena e Today’s Man. Gli scatti di Arianna erano stati notati da Mauro Villone, fotografo e ideatore del Turin Photo Festival, che ha voluto le sue fotografie per l’apertura dell’edizione 2012 del festival. La mostra di Arianna è una sequenza di autoritratti di se stessa in compagnia del fratello Edoardo, ragazzo autistico, scatti che vogliono dimostrare come si possa comunicare anche quando non è possibile parlarsi. Durante il dibattito, Arianna ha spiegato che quelle foto sono nate per caso, in un momento di gioco con il fratello durante un pomeriggio noioso come tanti altri. Poi, sulla scia degli argomenti trattati negli ultimi due cortometraggi proiettati, ha raccontato della convivenza impegnativa con Edoardo, della mancanza di comunicazione verbale e, quindi, della difficoltà a comprenderlo e della «paura di non capire quello che è lui.» Dalle parole di Arianna emerge però anche la sua grande forza, la volontà di difendere il fratello minore e di tenerlo «sotto l’ala», sentimento comune a tutti i fratelli maggiori, ma che prende un significato ancora più profondo in questa particolare situazione. Già, perché Arianna è l’unica sorella di Edoardo, ed è consapevole del fatto che in futuro sarà lei a doversi prendere cura del fratello: se questo da una parte è una preoccupazione per lei, dall’altra non è un peso, anzi, è un motivo per andare avanti e raggiungere determinati obiettivi nella vita, così da potersi occupare di lui nel migliore dei modi.

IL GRUPPO ASPERGER ONLUS

Stefania Goffi, referente per il Piemonte del Gruppo Asperger Onlus e mamma di un tredicenne Asperger e di una bambina di 9 anni neuro tipica, ha raccontato di aver visto, nel corso della sua esperienza con il Gruppo, diverse situazioni in cui i fratelli di persone Asperger sentono il bisogno di allontanarsi dalla famiglia e prendersi i loro spazi, ad esempio frequentando l’università lontano da casa. E se di solito, finito questo periodo di allontanamento, decidono di fare ritorno, è anche vero che alcuni non tornano più in famiglia. Goffi ha inoltre condiviso la sua esperienza personale, raccontando che sua figlia minore ha espresso, nei confronti del fratello con sindrome di Asperger, il desiderio di «entrare nel cervello di Fabio per capire quello che non va.»

Una scena particolarmente toccante del documentario Today’s Man mostra proprio un momento di confronto tra la regista del cortometraggio, Elizabeth Gottlieb, e suo fratello minore Nicky, cui è stata diagnosticata la sindrome di Asperger. È un momento intimo di amore fraterno ma anche di inquietudine da parte di Elizabeth, che domanda al fratello quali sono le sue intenzioni per il futuro, se deciderà di impegnarsi per diventare più indipendente, per riuscire ad avere un lavoro stabile, per iniziare a costruirsi qualcosa di suo in previsione di quando i loro genitori non ci saranno più e la sorella maggiore diventerà l’unica persona su cui lui potrà fare affidamento.

Questa difficoltà a trovare un posto nel mondo per le persone autistiche o con sindrome di Asperger, cui fa seguito un’ovvia apprensione da parte dei familiari, si evince molto bene anche dal cortometraggio Gricelda and Selena. Gricelda, madre single che ha dovuto superare molte difficoltà nella vita, racconta le sue preoccupazioni nei confronti della figlia autistica, Selena, vittima di bullismo a scuola fin da piccola. Gricelda sogna per lei un futuro “normale”: un lavoro, una casa… semplicemente un po’ di felicità, quella che tutti dovrebbero poter trovare.

Certo non è semplice, per i familiari, riuscire ad affrontare tutto ciò; allo stesso tempo, per chi soffre di autismo, c’è questa sorta di sforzo nel tentare di comunicare, di “sfondare il muro”, come ci mostra Rocco Riccio nel suo cortometraggio InsideAut che, attraverso la metafora del rugby, ha tradotto in linguaggio filmico un’esperienza raccontata dalla psicologa Simona Maggi.

Mirna Cola, antropologa e autrice del libro Ragionevolmente differenti, ha spiegato che l’autismo fa parte dei disturbi pervasivi dello sviluppo e che comporta la difficoltà a interagire e a comunicare, oltre che alcune peculiarità nel comportamento, come il fissarsi su argomenti e attività ripetitive. Mirna Cola ha inoltre parlato di altro aspetto emerso nei documentari Gricelda and Selena e Today’s Man, la visione eccessiva della tv, spiegando quanto sia più facile, per le persone autistiche o con sindrome di Asperger, analizzare cognitivamente un rapporto quando non sono coinvolti in prima persona, per capire come comportarsi, cosa è considerato “normale” e cosa ci si aspetta da loro. Osservando tutto ciò nei programmi televisivi, essi hanno il tempo di rielaborare le informazioni, e, guardando più volte gli stessi programmi, imparano cose che poi riescono a contestualizzare nel futuro. Il fatto di guardare sempre le stesse trasmissioni o programmi riesce a dar loro anche un senso di sicurezza, come racconta Nicky, protagonista di Today’s Man, durante il suo primo incontro con uno dei gruppi che si occupano di sostegno per le persone con sindrome di Asperger e per le loro famiglie, incontro durante il quale Nicky riesce finalmente a conoscere qualcuno “come lui”, qualcuno con cui riesce a condividere i suoi interessi. Il documentario mostra l’importanza di questo tipo di attività, volta non solo alla condivisione tra persone Asperger, ma anche all’aiuto verso le famiglie, in modo da potere, almeno in parte, alleviare le preoccupazioni di genitori e fratelli.

(Fonte: materiali e notizie raccolte ed elaborato dalla dott.ssa Valentina Barbero)

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“MUSICHE DA CARDIOLOGI”: ACOUSTIC ALCHEMY, “THE NEW EDGE”, GRP Records 1993

_musica

Di Nicola Ferraro

Con questa rubrica diamo spazio agli immensi tesori culturali che vivono, spesso accuratamente nascosti, sotto un camice bianco.

La cultura, riferita all’universo della medicina e della sanità, è fatta anche del racconto delle fruizioni individuali. Per questo cerchiamo di far raccontare ai medici la cultura che, quando è possibile, spesso frequentano addirittura mentre lavorano: ad esempio l’ascolto di musica in sala operatoria o nel tragitto in auto tra una visita domiciliare e l’altra. Oltre la rubrica “Musiche da cardiologi” giunta alla sesta proposta, se vorrete, potremo continuare con “Film da ortopedici”,  “Sinfonie da medici di famiglia” o “Romanzi da endocrinologi”… Attendiamo proposte, sollecitazioni, provocazioni, indicazioni o semplici consigli.

L’autore di questa scheda n°6, che fa parte di un ideale catalogo musicale in Rete nato tra Ecg, aggiustamenti di terapie antipertensive, studi di elettrofisiologia cardiaca, fisica e matematica… è Antonio Ferrero, cardiologo all’Ospedale di Moncalieri.

Buon ascolto.

 

ACOUSTIC ALCHEMY, “THE NEW EDGE”, GRP Records  1993

Il disco è acquistabile, con un po’ di ricerca paziente, in Rete e presso rivenditori specializzati.

In Rete si trovano i file audio citati delle tracce del disco e sono anche scaricabili i relativi file audiovisivi.

(NiFe)

Di Antonio Ferrero

La volta scorsa abbiamo celebrato un album e un gruppo epocali (The dark side of the Moon dei Pink Floyd); oggi vorrei tornare su sentieri meno noti: vorrei parlarvi di un gruppo, gli Acoustic Alchemy e del loro settimo album intitolato “The new edge” del 1993.
In realtà, pur essendo uno dei loro migliori lavori, mi piacerebbe descrivere, a differenza del solito, più la loro storia e il loro genere e stile che un unico album.

Gli Acoustic Alchemy  nascono nel 1991 a Leeds, in Inghilterra, ad opera di due chitarristi definiti frettolosamente “jazz” : Nick Webb e Simon James. In realtà i due compongono, suonano e improvvisano uno spettro di generi musicali incredibilmente ampio, per tale motivo vengono e verranno etichettati nei modi più fantasiosi anche se il marchio che resterà loro maggiormente associato sarà “ Fusion”, proprio a sottolineare la capacità di fondere vari generi.

In realtà il duo originale dura lo spazio di pochi anni, durante i quali non vengono pubblicati veri e propri album (pare esista un “Acoustic alchemy” autoprodotto) poi James abbandona il progetto per dedicarsi allo studio della chitarra flamengo e Nick Webb si associa ad un altro chitarrista di estrazione rock: Greg Carmichael.

Alle composizioni e, talvolta alle esecuzioni dei brani partecipa spesso un terzo chitarrista di notevole abilità: John Parsons-Morris

È la svolta: il gruppo, estremamente ben assortito ed affiatato,  è pronto, come ha detto la critica : “a spingere la tecnica della chitarra acustica ( e non solo ) oltre ogni limite”.

Tra il 1987 e il 1998 pubblicano dieci album di grande valore artistico, in cui vengono davvero esplorate quasi tutte le possibilità ritmiche, armoniche, stilistiche delle chitarre, il tutto naturalmente con il contributo di ottimi musicisti alle tastiere, al basso, alla batteria e percussioni agli strumenti a fiato, ma, notate bene senza l’impiego della voce.

Prima di “The new edge” i momenti belli sono tanti: dall’ esordio  con “Early alchemy” (spiccano le bellissime “Santiago”,  “Casino” e “Amanecer”) ai successivi “Blue chip” e “Red dust and spanish lace”, fino “ The new edge”.

La cifra del gruppo è sempre quella di mescolare generi e ritmi con una grande maestria tecnica; fate caso alla perfetta sincronia, in ogni brano, fra le  chitarre di Webb e Carmichael, cui fanno da sfondo perfetto le sezioni ritmiche.

E se non mancano i momenti divertenti, le citazioni  smooth jazz o addirittura ska,  la nostalgia e la malinconia sono sempre dietro l’ angolo… quasi un presagio di quello che accadrà.

Arriviamo così al 1993. “The new edge” si apre con l’armonia di flauto di “Ocean apart” su cui presto compare il finger picking della chitarra acustica e l’apertura di quella che pare una steel, ma forse è ancora un’acustica, solo suonata da un genio;  archi , flauto traverso e il violoncello  di Caroline Dale, completano questo commovente racconto musicale sulla distanza e la solitudine.

Dopo tanta malinconia gli Alchemy sembrano volerci consolare e ci regalano la scanzonata “The Notting Hill two-step”, sorprendente miscela ritmica di ska, pop, lambada e chissà cha altro (però fate caso agli  inserti in minore …), l’ incredibile abilità tecnica di Webb duetta con la ritmica di Carmichael  e non si può trascurare l’ assolo di pianoforte di Terry Disley.

Seguono altri bellissimi brani come “Arc en ciel” dove  gli Alchemy  sembrano voler giocare con il contrappunto barocco; “Santa cafè”  esperimento di flamengo – smooth jazz;  “ The liason”,  dove il jazz (sempre molto caldo e morbido) si sposa questa volta con il rock e ancora “Until always”, scritta da Parson-Morris  dal groove intrigante  che pare un omaggio a Burt Bacharach.

Senza dilungarmi oltre cito per ultimo il brano che da solo vale il prezzo del CD (se riuscite a trovarlo): “London skyline” meraviglioso duetto di chitarre, una steel e una nylon string , basato (cito gli autori) “su un riff blues in mi minore”. Pezzo  dalle soluzioni armoniche caleidoscopiche (senza mai strafare, notate bene …) è la sintesi perfetta degli Alchemy: sorrisi, nostalgia, humor, malinconie; chitarre e molto altro : ancora l’assolo di piano di Disley, le percussioni di Mario Argandona e in dissolvenza le note di violoncello di Caroline Dale.

Insomma una perla in un gran bel disco: raffinato, tecnicamente perfetto, ma ricco di sentimenti, almeno quanti sono i generi musicali toccati dai musicisti.

Seguiranno altri tre album, ma nell’ ultimo dei tre intitolato, quasi a non volersi arrendere “Positive thinking”, Nick Webb non compare più.

Poco dopo l’inizio delle registrazioni infatti, si ammala e il tumore pancreatico che gli è stato diagnosticato lo porta via in pochi mesi.

Ci lascia il brano “Rainwatching” di cui non vi dico nulla.

Ascoltatelo.

Greg Carmichael, ricostituisce il gruppo in modo  più stabile avvalendosi di Miles Gilderdale , eclettico chitarrista giamaicano, Anthony White  alle tastiere, Frank Felix al basso  e altri collaboratori vecchi e nuovi.

Pubblicano altri sei album, da “The beautiful game” fino all’ultimo Roseland”: sempre molto piacevoli e intelligenti,  ma  l’ originalità e la passione iniziali si sono probabilmente un po’appannate .

Resta comunque la loro idea di musica, che compare in calce alla loro homepage in rete: “better music for a better life”.

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AD OGNI DENTE…LA SUA NOTA

_musica

Di Rosa Revellino

Inghilterra. Un’alleanza perfetta: un musicista e un dentista per aiutare i bambini a lavarsi i denti in modo più efficace.

Sulla melodia di una famosa canzone di una Pop star coreana i due “colleghi d’arte” hanno creato una coreografia che illustra alcune tecniche di spazzolamento: Jim Williams, tutor del Brighton Institute of Modern Music ha inoltre fatto un calcolo matematico sul alcune battute musicali di diverse canzoni ed ha scoperto che ci sono alcune formule musicali più adatte di altre a ritmare un corretto spazzolamento dei denti, con supervisione e approvazione del collega dentista.

Solo per citare alcuni esempi: Gangnam Style dell’artista asiatico Psy si addice al meglio in termini di corretto numero di colpi di spazzolino necessari per una pulizia completa, seguito da Diamonds di Rihanna, Somebody That I Used To Know di Gotye e Troublemaker di Olly Murs. Come di potrebbe dire…ad ogni dente la sua nota.

FONTE: http://www.promes.it/pazienti/blog/la-musica-puo-aiutare-i-bambini-a-lavarsi-i-denti-meglio

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“MUSICHE DA CARDIOLOGI”: PINK FLOYD “The dark side of the Moon”. Harvest/Capitol records/EMI 1973

cultura evidenza

Di Nicola Ferraro

Diamo spazio agli immensi tesori culturali sedimentati sotto un camice bianco.

Dopo aver parlato di cultura, riferita all’universo della medicina e della sanità, cerchiamo di far raccontare ai medici la cultura che, quando è possibile, spesso frequentano addirittura mentre lavorano: ad esempio l’ascolto di musica in sala operatoria o nel tragitto in auto tra una visita domiciliare e l’altra. Oltre la rubrica “Musiche da cardiologi” giunta alla quinta proposta, se vorrete, potremmo continuare con “Film da ortopedici”,  “Sinfonie da medici di famiglia” o “Romanzi da endocrinologi”…

L’autore di questa scheda n°5, che fa parte di un ideale catalogo musicale in Rete nato tra Ecg, aggiustamenti di terapie antipertensive, studi di elettrofisiologia cardiaca, fisica, matematica… è Antonio Ferrero, cardiologo all’Ospedale di Moncalieri.

Buon ascolto.

 

PINK FLOYD   “The dark side of the Moon”.  Harvest/Capitol records/EMI 1973

Il disco è acquistabile in Rete e presso rivenditori specializzati in CD o LP in vinile (album con dischi a 33 giri e 1/3, detti dai veterani del genere, “padelloni”).

In Rete si trovano davvero senza difficoltà alcuna i file audio delle dieci tracce del disco e sono anche scaricabili i relativi file audiovisivi eseguiti Pink Floyd.

(NiFe)

Di Antonio Ferrero

Dopo aver  proposto due gruppi recenti e , relativamente, poco popolari (Massive Attack e Zero7), facciamo un  cambio di rotta e parliamo di uno dei più grandi gruppi rock della storia , i Pink Floyd  e di una  pietra angolare della musica moderna : “The dark side of the Moon”.

Trattare questo album può apparire inutile dato il successo planetario che lo colloca fra i dischi più venduti di tutti i tempi e basta andare su qualsiasi motore di ricerca per trovare descrizioni e recensioni. Tuttavia si è celebrato da poco il quarantennale della sua pubblicazione e quindi non posso proprio trattenermi…

Il tema dominante dell’opera è la follia, ma non soltanto la follia intesa come malattia mentale vera e propria, ma anche la quotidiana insanità di mente che si nasconde dietro la cupidigia, la disonestà, la paura, la violenza. Il “lato oscuro della Luna” non ha infatti a che vedere con astronomia o fantascienza, ma con il lato oscuro della mente. Evidentemente  il trauma del deterioramento psichico subìto  dal fondatore, autore e primo chitarrista del gruppo , Syd Barrett era ancora forte fra i componenti del gruppo.

Si comincia con “Speak to me”: un sommesso e crescente battito cardiaco, presto coperto da rumori, voci, risate, che culminano in un urlo per sciogliersi meravigliosamente nella sognante “Breathe”;  fate caso all’accordo iniziale (basso e chitarra) all’apice del palpito e del grido: il più bel Mi minore  della storia, che con il  giro di accordi in settima successivi, danno la cifra segreta dell’ opera ; segue un  lento 4/4 con il canto e la chitarra arpeggiata di David Gilmour.

Poi i Floyd sentono il bisogno di tornare alle atmosfere  psichedeliche del passato, ipnotizzandoci per circa tre minuti e mezzo con le sonorità assurde di “On the run” , in cui si rappresenta il ritmo frenetico della vita moderna,  come diceva una vecchia pubblicità, fra rombi e annunci aeroportuali.

Dallo stress del quotidiano al ticchettio dell’orologio il passo è breve: “Time” si apre con il suono di sveglie e pendole che lasciano il posto al tic-tac di un cronometro sul quale con incredibile precisione (provate a contare le battute fra una nota e l’altra) si inserisce una  nota di  basso e chitarra, cui si aggiunge un piano elettrico.

Uno stacco di batteria  dà inizio al canto aspro di David Gilmour, alternato alla strofa più calma cantata dal tastierista Rick Wright: mirabile l’ assolo di chitarra di Gilmour,  la struttura del brano si ripete, semplice e perfetta, con un breve reprise  finale di “Breathe” per confluire nel  finimondo più dolce e struggente che si possa immaginare: “The great gig in the sky”, il grande spettacolo nel cielo, che come hanno dichiarato senza mezzi termini gli autori “è un brano senza parole perché riguarda la morte”.

In realtà alcune parole ci sono, dopo gli accordi in 4/4 i di pianoforte cui si aggiungono le note di una steel guitar,  si sente una frase in sottofondo che dice più o meno: “non ho paura di morire, in qualsiasi momento capiterà, non importa… Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi te ne devi andare”.

Dopodiché esplode la più spettacolare sequenza di vocalizzi della storia del Pop eseguiti dalla cantate Clare Torry, sul sottofondo di un paio di accordi che si alternano fino all’apice del canto.

Il brano riprende in modo più sommesso su semplici accordi di pianoforte e toniche di basso, fino a svanire. Un capolavoro! Rumori sincopati di un aggeggio che ha che fare con i soldi (registratore di cassa? Slot machine?) e tintinnare di monete fanno spazio al memorabile giro di basso in 7/4 di Roger Waters sul quale  Gilmour canta  “Money” o dell’ avidità umana e di come tutto sia soltanto fondato sul denaro, unico, assoluto valore…

Sono passati quarant’anni e oggi, purtroppo, possiamo  dire che allora non avevamo nemmeno una pallida idea di cosa sarebbe successo dopo…  Ma lasciamo stare.

Un assolo di sax di Dick Parry e il solito devastante assolo “Fender” di Gilmour completano il pezzo che sfuma, tra persone che conversano, nelle note quasi religiose di un organo che apre il tempo pacato e riflessivo di “Us and them”: dopo un breve assolo di sax, chitarre arpeggiate e tenui tastiere accompagnano il canto di Gilmour, che si accende di passione nel ritornello, accompagnato da voci femminili, il brano offre ancora un solo di sax di Parry e dopo un’ultima strofa e ritornello sfuma, ancora senza soluzione di continuo, nella strumentale “Any colour you like” dove su due o tre toniche di basso e il ritmo prima regolare poi spezzato della batteria di Nick Mason , si schiudono le improvvisazioni delle tastiere di Wright e dell’ elettrica di Gilmour.

Ancora pochi, semplici accordi  arpeggiati (Re/  Sol7/Mi_Re) in 4/4 danno inizio a “Brain damage”,cantata da Roger Waters: un delicato , quasi affettuoso  racconto sulla follia che alberga, più o meno in ognuno di noi (“Ther’s someone in my head, but it’s not me”), ma verso la fine la ritmica prende quota con i colpi di batteria di Mason e  accordi drammatici di chitarra e  tastiere, inizia così  “Eclipse” dove

Roger Waters  canta in un trascinante e inquietante crescendo di come tutte le azioni, i sentimenti, le emozioni che ci muovono  siano  illuminati dal Sole (la ragione), ma il Sole sia spesso oscurato dalla Luna (la follia); tutto su un tappeto di accordi dissonanti (D  D/C  Bbmaj7  Bbmaj7b5  A  A7, nella notazione anglosassone  di  tabs.ultimate-guitar.com, per chi volesse provarci …).

Una frase enigmatica sussurrata da qualcuno e un battito cardiaco che si allontana chiudono il cerchio.

Scopritelo o riscopri telo: con attenzione.

È più di un suggerimento.

PS
Dopo cinque uscite è doveroso un ringraziamento al mio Maestro di musica Alessandro Sugameli e al Centro Didattico Musicale Italiano di Moncalieri, dei Maestri Viola, che, oltre al resto, mi aiutano a capire quello che ascolto.

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ULTIMI GIORNI PER VISITARE “IL RE E L’ARCHITETTO”

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Di Luca Mario Nejrotti

Ultimi giorni per visitare una piccola ma ambiziosa mostra, ospitata nei quattro locali al piano terreno del palazzo dei Regi Archivi di Corte – proprietà dell’Archivio di Stato, che si affacciano su piazzetta Mollino (di fianco al Teatro Regio) – e realizzata dall’ex direttore Marco Carassi, dall’architetto Gianfranco Gritella e dall’Associazione “Amici dell’Archivio di Stato di Torino”: “Il Re e l’Architetto, viaggio in una città perduta e ritrovata”.

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L’importanza di una donazione.

La mostra prende spunto dalla donazione all’ASTO dell’archivio privato di disegni dell’Architetto Gianfranco Grittella, architetto e studioso spesso impegnato nel restauro di edifici storici.

Il percorso.

Il percorso di visita propone al visitatore un “viaggio virtuale” nella Torino della fine del XVIII secolo integrando documenti, disegni e vedute dell’epoca con disegni ricostruttivi e plastici realizzati per l’occasione.

I soggetti scelti per la mostra sono molti e disparati e comprendono edifici ancora visibili, architetture oggi scomparse e progetti mai realizzati: la Porta Susina, i palazzi del potere, il ponte sul Po, la casa-studio di Filippo Juvarra (vedi) e le residenze extraurbane di Stupinigi e Rivoli.

Molto interessante è poi la sezione dedicata al lunghissimo cantiere della rettificazione di via Dora Grossa (oggi via Garibaldi).

Antiche e nuove forme divulgative.

L’esposizione integra efficacemente tecniche di restituzione tradizionali e recenti: il visitatore potrà ammirare disegni, progetti e vedute originali, spiegati dalle didascalie e dagli apparati didattici, forse un po’ troppo sintetici, ma potrà anche ammirare la materializzazione delle architetture in curatissimi plastici di grandi dimensioni, realizzati sia con metodi artigianali tradizionali sia con le moderne macchine elettroniche.

Per la città romana, poi, il plastico è affiancato da un suggestivo video che presenta modelli virtuali digitali molto accurati.

Scopo della mostra è far sì che il visitatore possa “riflettere sulle vicende urbanistiche che vedono talora edifici grandiosamente progettati e realizzati su tempi assai lunghi, oppure progetti accantonati senza realizzazione, e taluni edifici modificati o sostituiti da nuove architetture, col venir meno delle funzioni e degli scopi pratici e simbolici originari.”

 

Informazioni e contatti.

Fino al 30 aprile

INGRESSO GRATUITO

Martedì, mercoledì, giovedì, venerdì: dalle 10 alle 18

Sabato e domenica: dalle 15 alle 19

Lunedì chiuso

ARCHIVIO DI STATO DI TORINO

Piazzetta Mollino

10124 – Torino

Telefono: +39 011540382

Fax: +39 011546176

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