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TICKET SANITARI INSOSTENIBILI? CUI PRODEST?

opinioni

Di Mario Nejrotti

Le notizie

I maggiori quotidiani, le televisioni e i network si rimbalzano la notizia di fonte Ministeriale che ben due milioni di italiani trascurano la loro salute, perché non sono in grado di pagare il ticket su analisi e visite specialistiche. Una situazione di questo genere prefigura il fallimento del nostro sistema sanitario, non più equo e accessibile per tutti, così come sta avvenendo in altri Paesi europei e più specificatamente in Grecia, in Spagna e in Portogallo (fonti giornalistiche).

I maggiori quotidiani, le televisioni e i network si rimbalzano la notizia di fonte Ministeriale che ben due milioni di italiani trascurano la loro salute, perché non sono in grado di pagare il ticket su analisi e visite specialistiche (link).

Tale fallimento sarebbe dovuto all’insopportabilità economica per molti della contribuzione richiesta dallo Stato attraverso ticket sempre più esosi.

Le medesime testate, però, riportano con enfasi che i cittadini, pur di risparmiare, si rivolgerebbero a strutture private. Esse, praticando la ormai diffusissima e inarrestabile medicina low cost, riescono a offrire prezzi più convenienti e a spostare ingenti risorse dal pubblico al privato, mettendo in crisi il sistema. Anche per quanto riguarda le cure odontoiatriche, tradizionalmente di ambito principalmente privatistico, i cittadini sempre più spesso, o trascurano il problema o scelgono cure a basso costo.

Paradossalmente le stesse fonti di informazione e le stesse statistiche ci dicono che la salute della popolazione, intesa come aspettativa di vita e qualità nelle fasce medie di età, sta migliorando, mentre peggiorano gli stili di vita in generale e tutto questo pur in presenza di tagli pesanti sulle attività di prevenzione del sistema sanitario, le prime a non essere finanziate, perché di scarsa visibilità per l’opinione pubblica, generalmente  molto più emozionata dall’eccellenza specialistica. Contraddittoriamente, è sempre di questi giorni la notizia preoccupante dal punto di vista della sostenibilità del sistema pubblico, che le prestazioni erogate sarebbero ormai per la stragrande maggioranza esenti ticket per varie situazioni, tra cui preponderante l’esenzione totale per reddito, dato l’impoverimento della popolazione.

Si parla di cifre che in talune regioni del Sud sfiorano il 90% del totale.

Questa situazione comporterebbe un ulteriore collasso del sistema per le ridotte entrate, se pur  per una causa diversa rispetto alle notizie precedenti.

Di conseguenza si avrebbe l’impossibilità di mantenere i livelli di qualità e di effettuare investimenti.

Queste notizie, urlate e riprese di testata in testata in una gara al massacro del SSN, hanno portato a prese di posizione autorevoli sull’argomento per correre immediatamente ai ripari con ricette per altro improvvisate. Hanno stigmatizzato la situazione personaggi del calibro di Gino Strada, Stefano Rodotà e la neo Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, per citarne solo alcuni.

Occorre una riflessione meno emotiva

Una rilettura più attenta dei dati, però, fa nascere qualche dubbio.

Sembra strano che oltre due milioni di persone, sono uscite anche notizie che rilanciavano su quattro e addirittura nove milioni, non possano curarsi con le prestazioni offerte dal sistema sanitario nazionale a causa dei ticket, quando, mantenendoci ad un livello medio ragionevole, il 70/80% delle prestazioni sono già esenti e quindi i cittadini meno abbienti o malati cronici non sono chiamati ad alcuna compartecipazione.

Questo grido d’allarme riguarda poi esclusivamente le prestazioni di indagine diagnostica e di consulenza specialistica. Per i farmaci, nonostante le inaccettabili differenze legislative tra le Regioni, che rendono di fatto i cittadini italiani sempre più diversi rispetto ai loro diritti fondamentali, è noto che il sistema offre una totale copertura, con ticket bassi, quando richiedibili, e accessibili per tutti, almeno per quei farmaci che hanno dimostrato una concreta efficacia.

Gli stessi cittadini poi, rimanendo sempre alle notizie di fonte ministeriale, si rivolgerebbero al sistema privato per risparmiare.

Ciò sembra singolare per due aspetti: o il sistema sanitario è gestito da incapaci, corrotti che pagano le prestazioni molto di più del loro reale valore, o il sistema privato è diventato un Ente di Beneficienza.

Entrambe le affermazioni non corrispondono a una verità generalizzabile.

I cittadini, infatti, pagheranno le prestazioni private, perché siano concorrenziali, in modo uguale o leggermente diminuito rispetto al ticket pubblico, in alcuni casi con cifre di poco superiori, fruendo di un servizio immediato.

Quindi sembra che questa migrazione sia provocata più dall’inefficienza del sistema che eroga le prestazioni con tempi di attesa inaccettabili per un bisogno di salute moderno, che dal loro costo spropositato. Inoltre i dati sulla salute generale sono contrastanti rispetto all’allarme sulla carenza di prestazioni specialistiche e diagnostiche, anche se costruire un collegamento logico tra la carenza di prestazioni nel breve periodo e il peggioramento della qualità e aspettativa di vita è difficile e azzardato.

Lo studio AGE.NA.S. Gli effetti della crisi economica e del super ticket sull’assistenza specialistica

In un periodo così complesso dal punto di vista economico, politico, sociale e culturale occorre riflettere con attenzione sui dati, per non incorrere nella ormai tragica consuetudine della politica italiana che costruisce le sue strategie sull’emotività popolare provocata dai media, spesso ad arte, portando a formare e riformare sistemi organizzativi e norme appena nate, creando confusione e sprechi senza fine.

Si leggano le Conclusioni dell’importante lavoro svolto dalla Age.na.s. (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), messo in rete da Quotidiano Sanità, che vuole dare risposta alla seguente domanda: (http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1402004.pdf)

”Sono diminuite le prestazioni erogate dal SSN dal secondo semestre 2011 al primo semestre 2012, periodo di entrata in vigore del super ticket sanitario?”

La risposta sembra essere positiva, ma con “distinguo” importanti sulle cause, che non permettono di avvalorare in pieno gli allarmi giornalistici di questi giorni.

È vero che si è verificata una diminuzione del 17% delle prestazioni coperte da ticket, contro una percentuale molto più bassa di quelle esenti, ma è anche vero che non si hanno dati chiari sullo spostamento di tali prestazioni in ambito privato.

Le notizie sul “boom” delle attività private low cost sembrerebbero, però, avvalorare questa impressione, sottolineando, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’attuale volontà più o meno manifesta, di demolire il sistema pubblico.

Il documento della Age.na.s. fa anche riflettere su di un altro punto.

I tagli e le razionalizzazioni del sistema pubblico di questi ultimi  due anni hanno portato a diminuire l’offerta pubblica sia diretta sia convenzionata. Molti servizi specialistici e diagnostici sono stati cancellati e alle strutture private accreditate è stato imposto un drastico tetto nelle prestazioni rimborsabili. Quindi a diminuire potrebbe essere stata l’offerta pubblica complessiva e non la domanda.

Questi in complesso sono i dati più importanti riportati dalla maggior parte dei referenti regionali che hanno risposto alle richieste dell’Agenzia.

Colpisce, quindi, “il boato” che cresce contro il sistema sanitario nazionale, definito da più fonti “iniquo, insostenibile e profondamente da ripensare”, come se crescesse, insieme al rumore e all’impressione emotiva, la giustificazione politica di abolirlo, per sostituirlo con un sistema misto pubblico-privato o francamente assicurativo.

Questa idea pare motivata, se non da pura avidità di business,  dalla discutibile illusione che là dove entrano profitto e mercato, si abbia maggiore efficienza, accessibilità e in definitiva maggiore solidarietà.

Il volontariato in sanità

E proprio sulla solidarietà c’è da riflettere a fondo, con il dovuto rispetto per le onlus e le organizzazioni umanitarie che si occupano dei più deboli e degli ultimi.

Sono di questi giorni notizie che riguardano Emergency, l’organizzazione sanitaria guidata da Gino Strada, che assisterebbe nei suoi ambulatori di volontari dal Sud al Nord del nostro Paese, insieme a extracomunitari e immigrati invisibili, anche migliaia di italiani, che “non possono pagarsi le cure mediche” ed è notizia dell’11 maggio 2013, pubblicata da Lettera43 sul web, che il poliambulatorio dei Fratelli di San Francesco a Milano in via Bertoni, in zona Moscova, farebbe 50.000 visite mediche all’anno, di cui il 40% di medicina di base, in massima parte per connazionali che non possono accedere al SSN.

C’è da domandarsi che cosa c’è che non funziona in notizie come queste. Il sistema sanitario generalistico e accessibile a tutti che fine ha fatto?

Partiamo, ad esempio, dai numeri complessivi della struttura gratuita dei Fratelli, a cui nulla bisogna eccepire né per spirito, né per impegno; ma il dato di 2000 visite annuali di medicina generale corrisponde a quelle di 5 medici di Famiglia con 1000 pazienti ciascuno e che quindi assistono gratuitamente 5.000 persone complessivamente.

A Milano abitano 1.350.000 persone.

Allora di che fenomeno stiamo parlando? E dove vivono quegli italiani che accedono agli ambulatori volontari e perché non usano le strutture pubbliche? Nessun cittadino italiano può aver perso il diritto di accedere al sistema sanitario nazionale, solo che lo chieda.

Viene da domandarsi se l’incolpevole mondo del volontariato, che fino a ieri ha retto le sorti di molti settori di servizio, tra cui principalmente il sociale, e oggi viene visto, e non ha torto, dai giovani disoccupati come uno scomodo concorrente nella lotta al posto di lavoro, non venga coinvolto in un disegno di delegittimazione del SSN, non sempre limpido e non completamente veritiero.

Un ruolo indifferibile dell’OMCeO

Vista questa situazione di profonda confusione e di grave, e forse in parte ingiustificata, emotività riguardo alla sanità pubblica, diviene indispensabile che l’Omceo, che fino a ieri ha assolto principalmente il compito istituzionale e deontologico di salvaguardia e garanzia nei confronti dei cittadini della qualità della professione, intesa soprattutto nel rapporto tra paziente e singolo professionista, prenda l’iniziativa di recuperare dati più obbiettivi e meno emozionali sulla situazione della universalità e accessibilità al sistema sanitaria nazionale e sulla sua reale sostenibilità economica.

Oggi l’Ordine ha il compito e il dovere politico di verificare il quadro di insieme della sanità e di partecipare alle decisioni che riguardano i suoi professionisti, ma soprattutto e in primis a quelle che investono il diritto alla salute di tutti i cittadini.

È impensabile che un sistema sanitario come il nostro, che prevede un’imponente rete di sanitari di cure primarie, che assistono quotidianamente, gratuitamente, senza aggravio di alcun ticket tutta la popolazione italiana, senza alcuna eccezione, non sia preso concretamente in considerazione come il fulcro per offrire prestazioni adeguate di base ai cittadini del nostro  Paese, senza che il volontariato debba essere distratto dalle sue fondamentali funzioni di servizio verso chi una assistenza statale non la possiede veramente.

I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, tutto il sistema specialistico e ospedaliero sono a disposizione dei cittadini.

Per fare un esempio numerico, solo gli operatori medici delle cure primarie erogano, secondo dati sindacali, oltre due milioni di visite gratis al giorno.

Una politica intelligente e limpida si renderebbe immediatamente conto che è su questo fronte che occorre basare gli investimenti per equilibrare le prestazioni e far ripartire corretti percorsi preventivo diagnostico terapeutici, rilanciando un servizio sanitario nato come insostituibile conquista sociale nel 1978, che va senza dubbio modernizzato e migliorato con congrui investimenti, abbandonando la politica scellerata dei tagli lineari, ma certamente non va stravolto e tanto meno abolito.

L’istituzione ordinistica lungi dall’essere una lobby corporativista, deve usare il suo indubbio peso politico per influenzare le decisioni governative e regionali, facendosi guidare dalla deontologia professionale e dalle leggi fondamentali del nostro Paese.

In un momento in cui è forte una deriva oscura contro i sistemi universalistici in tutta Europa, bisogna coagulare intorno all’Omceo le forze professionali, politiche, sindacali, scientifiche e culturali che si occupano di salute in ogni suo aspetto, per offrire soluzioni politiche sostenibili per i cittadini e per impedire di disperdere un nostro patrimonio di alto valore sociale a cui si è sempre guardato da tutto il mondo, come modello di potenziale efficienza e equità.

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GESU’ NACQUE IN UNA MANGIATOIA… E I NOSTRI FIGLI?

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Punti nascita tra bisogni contrastanti: occorre cercare un equilibrio

Di Mario Nejrotti

La politica di riduzione dei costi prevede un consistente taglio di “punti nascita” in tutte le regioni italiane.

Le motivazioni per la loro riduzione sono già state evidenziate da linee guida e anche dalle conclusioni della Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause di disavanzi sanitari regionali della scorsa legislatura, in base ad indiscutibili criteri quantitativi e qualitativi di sicurezza per i cittadini e di professionalità degli operatori.

Nel nostro scenario nazionale occorre, però, aggiungere due elementi ai criteri che hanno portato a questa decisione, che nella sua asetticità rischia di trascurare la nostra realtà storica, culturale ed economica.

Tale sottovalutazione può far fallire ogni piano organizzativo destando scontento e diseguaglianze tra i cittadini.

Per valutare l’importanza delle strutture ospedaliere locali e principalmente delle ostetricie, non è da trascurare, in primo luogo, un concetto storico-culturale, legato alla nostra tradizione.

Il luogo simbolo  dei servizi al cittadino e in particolare dell’assistenza sanitaria è sempre stato il Comune, specie nel Centro Italia, culla di questa forma di organizzazione amministrativa, che offre il massimo di sicurezza ai propri cittadini, in un rapporto sempre dialettico con lo Stato Centrale.

È quindi assolutamente naturale che gli Enti Locali vedano molto male, a volte come un affronto alla propria dignità e alla loro stessa identità, la chiusura dei propri punti nascita.

Questo disagio è sentito ancora più forte di altri tagli ai servizi in quanto va a toccare la figura materna e il benessere del parto. La popolazione percepisce, e non potrebbe essere diverso, come una violenza i lunghi viaggi “lontano da casa” per poter partorire in sicurezza.

Questa reazione negativa di popolo è potenziata nel nostro Paese in quanto è, del tutto legittimamente, ancora fortemente radicata nel sentire comune la centralità della famiglia, della mamma e della protezione dei figli.

D’altro canto il momento politico-economico nazionale e mondiale è dominato da una crisi economica e di valori che non ha precedenti.

Ogni sistema politico tenta di dare le proprie risposte, non essendo nessuno stato in grado al momento di scegliere una alternativa alla cultura che basa lo sviluppo economico sulla logica di una produzione moltiplicata all’infinito e su un consumo senza limiti e priorità.

Nel nostro Paese la politica dei tagli lineari in sanità ha colpito indiscriminatamente, salvo ripensamenti e ripescaggi locali a seconda dei relativi potentati, “i punti nascita”.

Di contro, sempre dal punto di vista della politica sanitaria e della salvaguardia dei posti di lavoro, le organizzazioni sindacali degli operatori sanitari si battono, non solo per la conservazione dello status quo, ma per il potenziamento delle equipe locali per il raggiungimento di almeno alcuni parametri di qualità, ormai sanciti da linee guida internazionali e condivise.

Naturalmente questa linea, se pur auspicabile per il livello occupazionale, ha poche probabilità di successo, visti i suoi costi troppo elevati e apparentemente incompatibili con le scarse risorse residue.

La situazione attuale ha dato al momento questi risultati:

Sindaci dei piccoli Comuni inferociti e intenzionati a scongiurare con ogni mezzo la chiusura delle loro strutture;

investimenti strutturali appena conclusi, come il nuovo ospedale di Pantelleria o l’ospedale valdese di Torino, che rischiano di andare ad alimentare la voragine dello spreco del denaro pubblico, che in Italia assorbe ormai miliardi di euro;

centralizzazione dei servizi ostetrici in centri di eccellenza con indubbi disagi per la popolazione e allungamento delle liste di attesa, se pure con l’offerta di strutture di sicura maggiore qualità e professionalità;

operatori della sanità scontenti e sfiduciati, anche perché additati come appartenenti a una sanità di serie A e una di serie B, scontentando tutti.

Occorre uscire da scelte improntate o a un estremo campanilismo, oppure a cieca volontà di risparmio senza valutazioni, programmi, obiettivi e  prospettive di investimenti o, infine, da volontà acritica di salvaguardia del livello occupazionale, senza concessioni.

Potrebbe essere utile e importante, quindi, immaginare soluzioni di compromesso che tengano conto delle necessità della popolazione, della qualità del servizio, della tenuta del sistema sanitario e più in generale dell’economia e della necessità di mantenere e semmai di incrementare il numero di addetti sanitari.

Un’ipotesi possibile potrebbe essere quella di organizzare al meglio i punti nascita di livello A1 (<500 parti anno) e A2 (fino a 1000 parti anno) A3 (oltre 1000 parti anno) dal punto di vista strutturale e strumentale, con personale che ne garantisca l’efficienza organizzativa. Usufruendo poi dagli organici delle strutture B (strutture con 74 unità di medio/grandi dimensioni, con in media 136 parti/mese, 39 letti, 18 ginecologi e 23 ostetrici in organico e C (strutture con i 18 presidi maggiori, che effettuano in media 288 parti/mese, con 65 posti letto, 23 medici e 52 ostetrici in organico) opportunamente potenziati, equipe mobili di eccellenza, pronte ad intervenire con mezzi acconci e proporzionati alle distanze da coprire, si potrebbero trasferire all’occorrenza, per urgenza o interventi programmati, verso i centri di complessità inferiore (A1/A2).

È certo necessario approfondire e articolare meglio questa ipotesi, anche considerando la difforme distribuzione sul territorio nazionale delle strutture di diverso livello.

Aprendo, però, sui nostri media un dibattito su questo ragionamento con esperti di economia sanitaria e professionisti di settore, occorre dire che le scelte di politica della salute debbono tenere sempre presenti le contrastanti necessità ad esse legate.

È il tempo di uscire con fantasia e generosità da alcuni schemi tradizionali della cultura medica, come quelli che considerano netta la divisione di competenze tra ospedale e territorio.

Il momento sociale e economico probabilmente necessita di una revisione di compiti e flussi operativi in modo da ottimizzare l’assistenza, salvaguardando sicurezza, qualità e costi.

Una sorta di osmosi tra  un ospedale che operi in strutture territoriali efficienti e un territorio che a pieno titolo entri in strutture di tradizione ospedaliera, fornendo prestazioni di primo livello.

Per fare un esempio, una medicina di primo livello che, nelle aree meno servite da strutture per così dire di eccellenza, si occupi nel caso specifico di monitoraggio delle gravidanze, di accoglienza delle partorienti e di punto di contatto e di snodo con le equipe specialistiche “mobili” che verranno così ad operare a più stretto contatto con il tessuto territoriale.

Il nodo della sostenibilità economica di uno schema operativo come quello tratteggiato è il vero problema.

Certamente questo disegno costa meno di una moltiplicazione infinita di equipe che lavorano in centri minori, e probabilmente di più che un taglio lineare delle strutture e l’avvio delle partorienti in centri di secondo livello.

Tra questi due estremi che generano anticorpi nella struttura sociale e professionale probabilmente esistono soluzioni sostenibili, di cui una può essere quella appena proposta e che affidiamo ad un dibattito tra esperti.

Per concludere, ricorderemo che forme di equipe mobili sanitarie specialistiche e di base esistono e funzionano egregiamente in diverse nazioni sul nostro pianeta. Solo per citarne alcune, se ne trovano da decenni in Canada, in Australia e in Kenya.

Inoltre la telemedicina, che si annovera già in moltissime realtà in Italia, può risolvere egregiamente a distanza necessità di monitoraggio e diagnosi di situazioni di rischio, che necessitino comunque di trasporto in strutture adeguate.

Queste righe non hanno la pretesa di delineare una proposta organicamente  operativa di soluzione ad un delicatissimo problema, ma, come è dovere giornalistico, vogliono stimolare un dibattito che potrebbe anche avere confini più ampi di quelli evidenziati in questo ragionamento e contribuire alla discussione su una situazione che al momento ha generato scontenti e polemiche, contribuendo ad acuire un’immagine sempre più negativa della sanità pubblica.

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L’UMILTÀ DEL MEDICO

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“Habemus Papam”

Molti avranno assistito ai primi momenti del pontificato di Francesco, il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio.

L’immagine che ci ha voluto rimandare il nuovo Pontefice, è stata di sobrietà, modestia e simpatia umana.

Prima di benedire, da Capo della Chiesa, si è inginocchiato e ha chiesto di ricevere la benedizione e l’incoraggiamento di tutto il popolo dei fedeli.

Questa immagine inedita ha suggerito uno spunto di profonda riflessione anche per noi medici che non dobbiamo scordare il valore dell’umiltà e della consapevolezza dei limiti di conoscenza e azione, che devono guidare le scelte con il malato.

La forza dell’umiltà, anche nella nostra professione, sta nell’essere consapevoli che la verità va sempre ricercata e purtroppo non può essere posseduta dall’uomo, se non nella relatività delle cose, ma va comunque sempre inseguita con speranza e fiducia nelle proprie forze e nella propria onestà intellettuale.

Il sapere necessario per prevenire le malattie e curare i malati è immenso, in continuo divenire e drammaticamente insufficiente.

Il timore di confessare al paziente, che chiede una soluzione precisa, la propria o l’ignoranza della scienza, deve essere superato.

“Non so o non si sa” non sminuiscono la professionalità e l’immagine di autorevolezza che ciascun professionista si è costruito giorno per giorno con il suo lavoro.

Anzi, avere di fronte un medico che ammette con semplicità e chiarezza debolezze, difficoltà, rischi ed errori, ma non viene meno alla disponibilità, alla tenacia e alla volontà di trovare insieme al proprio paziente soluzioni condivise, non può che rafforzare simpatia e fiducia nell’uomo e nella scienza medica.

Questa scelta impedirà la ricerca di soluzioni ad ogni costo, anche al di fuori delle evidenze scientifiche e dei confini del provato e del sicuro.

La crescita esponenziale del ricorso a terapie quasi magiche, come l’abuso degli integratori alimentari, che sembra non si possano più non prescrivere, se si vuole la salute dei pazienti; l’enorme numero di indagini diagnostiche sovrabbondanti o esclusivamente rassicuranti per medici e pazienti, dimostrano che la via dell’umiltà e della sincerità nei rapporti tra professionisti e cittadini è troppo spesso smarrita.

La medicina magica, sopravvissuta nonostante il secolo ormai lontano dei lumi, deve essere abbandonata da tutti i medici, senza calcoli di orgoglio professionale, vantaggio economico e volontà consolatoria a tutti i costi.

Studio, formazione continua, disponibilità, empatia e umiltà sono gli strumenti che debbono guidare il medico lungo tutto l’arco della sua vita professionale.

Il mondo medico è assediato e schiacciato da mille messaggi mediatici che invitano a provare questo o quel rimedio miracolistico.

Vecchi farmaci ormai abbandonati per la loro provata inefficacia, hanno riconquistato la ribalta dei media, rivestiti di novità e aspettativa.

Nuovi strumenti diagnostici, quali i test genetici, importantissimi in definiti ambiti di indagine, si trovano in libera vendita sulla rete, pronti a alimentare falsi bisogni sanitari nella popolazione e a spingere al consumismo sanitario, di cui i medici non debbono divenire complici.

Fornire al cittadino gli strumenti per sapere o sospettare la propria propensione genetica alle malattie, senza che esistano soluzioni al loro manifestarsi, malauguratamente troppo spesso, è un atto cinico e crudele.

I medici con autorevolezza debbono opporsi alle sempre più pressanti richieste di ulteriori esami per accertare fantomatiche malattie, che hanno solo immateriali probabilità statistiche di manifestarsi nel singolo individuo.

Lo sgretolarsi di modelli sociali e religiosi tradizionali, di ideologie che troppo hanno dimostrato la loro ambiguità, può dare spazio ad un intollerabile livello di entropia.

Ma, d’altro canto, ogni momento di crisi può anche essere vissuto come una sfida verso la scoperta di nuovi orizzonti e come sorgente di energia per nuove mete.

La forza dell’umiltà può aiutarci su questa difficile via.

Mario Nejrotti

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Città in transizione: per diventare cosa?

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Il cambiamento è, nell’Italia ancora confusa nella nebbia postelettorale, una sorta di faro a cui tutti, forze politiche, sociali ed economiche sembrano ora non solo tendere, ma addirittura anelare in un’ultima, disperata, a volte patetica, applicazione della massima “evolversi o morire”.

Anche il popolo italiano, nel suo insieme storicamente poco propenso ad accettare veri e propri scossoni allo status quo, sembra aver voluto premiare chi ha fatto del “cambiamento” la propria bandiera, il proprio programma, gridandolo, a volte con eccessiva veemenza e ripetitività, da internet, tanto per cambiare, e non da mamma-televisione.

Eppure, al di là della scena politica, vi sono realtà che da anni se non da decenni lanciano l’allarme sull’insoddisfacente sistema attuale, politico, sociale, economico, e che promuovono azioni concrete di azione e di formazione per facilitare, appunto, la transizione da uno stato che dà evidenti segni di cedimento a un nuovo equilibrio sostenibile.

Le città in transizione.

Tra queste molte e stimolanti realtà vi è il movimento Transition Towns, nato tra 2005 e 2006, il cui obiettivo è di “preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida costituita dal sommarsi del riscaldamento globale e del picco del petrolio”, ossia di formare comunità basate su stili di vita più sostenibili per il nostro ecosistema.

Il movimento attualmente conta centinaia di comunità in tutto il mondo, mentre in Italia l’unica città in transizione ufficialmente riconosciuta è Monteveglio, in provincia di Bologna.

In realtà, però, in Italia vi è un multiforme universo d’iniziative di comunità che, più o meno consapevolmente, ognuna con le proprie priorità e le proprie sensibilità, può essere in un modo o nell’altro ricondotto a questa filosofia di fondo.

Basti pensare, a Torino, alle iniziative di giardini collettivi e di recupero dei rifiuti di cui abbiamo parlato in due nostri precedenti articoli (leggi e leggi).

La città delle dame.

Ci aveva già pensato Christine de Pizan, ma l’idea di affidare la gestione delle città – o almeno la riflessione sulla loro transizione a essere luoghi migliori – a donne di spirito nobile mantiene il suo fascino.

“Si terrà sabato 23 marzo presso la Casa Internazionale delle donne di Roma un convegno per rinnovare la scommessa delle Città Vicine e ragionare con il taglio della differenza su come affrontiamo i diversi problemi e le contraddizioni della vita attuale, quali conflitti teniamo aperti nelle diverse città in cui viviamo e che rendiamo vicine, attraverso una rete di libere relazioni.”

La condivisione e il confronto aperto sembrano il denominatore comune di tutte queste iniziative, da “Città in transizione” a “Città vicine” e gli spiragli sul punto d’arrivo di questi cambiamenti ci mostrano città più vivibili in cui gli spazi siano a misura d’uomo, in cui i legami e le relazioni interni ed esterni della comunità si ramifichino e si rafforzino sempre di più, in cui ecologia, sostenibilità, etica siano aspetti del vivere quotidiano e non concetti astratti.

Insomma, “transizione” vuol poi dire semplicemente “passare”: sta alla sensibilità e lungimiranza di ognuno essere parte attiva di questo passaggio e non esserne schiacciato.

Luca Nejrotti

Fonte: www.ilcambiamento.it

Informazioni e contatti

23 marzo 2013 ore 9.30 – 18.00

Roma, Casa Internazionale delle donne, Via San Francesco di Sales 1, Sala convegni “Carla Lonzi”: “Ci prendiamo la città” convegno annuale delle Città Vicine.

La Casa internazionale delle donne di Roma dispone di una Foresteria in grado di ospitare in stanze singole e multiple. Per prenotarsi: 06/6893753.

Sarà possibile, durante l’intervallo dalle 13 alle 14.30, consumare un pasto al self-service sempre alla  Casa internazionale delle donne.

Per informazioni e contatti: Mirella Clausi mirellacla@gmail.com, 3284850943.

Per commenti e contributi inviare a Nunzia Scandurra nunziascandurra@hotmail.it, 3397895759

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LAMPEGGIATORI E SOLIDARIETÀ’

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Da qualche anno sembra che i lampeggiatori direzionali di veicoli e motocicli, siano considerati dai più come utili abbellimenti delle auto, da usare in festività e ricorrenze come luci natalizie, e non certo per indicare in anticipo quale direzione ha deciso di intraprendere il guidatore del veicolo.

Ognuno di noi, me compreso, nella sua mente pensa che chi procede accodato sarà così intelligente e attento da intuire una cosa tanto semplice come la possibilità che il mezzo che ci precede giri a destra o a sinistra. Per tanto non c’è nessun bisogno di accendere quelle stupide lucette che contribuiscono all’inquinamento luminoso delle nostre città e campagne. In fondo c’è solo una probabilità su due di sbagliare: per chi gioca al Super Enalotto sarà un’impresa semplicissima indovinare da che parte sta per girare chi è davanti.

A parte gli scherzi, ci si deve domandare, da medici convinti della globalità del concetto di salute, quale disturbo del vivere sociale rappresenti questo sintomo-segno che un po’ tutti ha contagiato con manifestazioni più o meno sporadiche o con situazioni decisamente croniche.

Penso che sia sbagliato indicare alla base di questo comportamento una semplice diseducazione alle norme del  Codice della Strada, chiamando in causa difetti di comunicazione, superficialità del sistema statale di formazione alla guida, debolezza degli organi di controllo oppure stracciarsi le vesti per scaricare, come sempre si fa in Italia, la responsabilità sulla Scuola e sugli insegnanti, che non educano precocemente alla guida i nostri pargoletti a loro affidati.

Probabilmente la ragione va ricercata, come si fa in medicina, più a fondo per trovarne la causa prima e quindi avere la speranza di curare la malattia.

Se il signor x non alza il lampeggiatore quando gira a destra o a sinistra, non vuole dire solo che è distratto, che è maleducato o è ignorante: vuole significare che considera il mondo e le sue responsabilità racchiuse nel proprio io e nella scatoletta di metallo più o meno bella e grossa che lo contiene.

Il prossimo e le sue necessità sono totalmente da lui trascurate.

Il suo inconscio suggerisce il comportamento:

“ Io devo girare e giro: il resto del mondo si… adegui!”(per usare un parlare urbano).

Il prossimo, l’altro è sempre più estraneo al nostro pensare.

Ci sono i nostri obiettivi, le nostre necessità, le nostre preoccupazioni, le nostre gioie, i nostri dolori. Tutte priorità sacrosante, se non superano i confini dell’universo altrui.

Il non badare a chi ti segue o ti affianca sulla strada è indice di egoismo istintivo e carenza di solidarietà per gli altri.

Le conseguenze non sono oggetto di riflessione e portano, come vediamo tutti i giorni, a gravi danni per i cittadini: dalla perdita della salute o della vita, all’esplosione di violenza verbale o fisica.

Non pensare agli altri nemmeno alla guida del proprio veicolo, non è colpa altrui e “loro” responsabilità, come si dice spesso con facile qualunquismo.

Questa azione chiama in causa le scelte e la colpa di ciascun individuo.

Non si può scaricare il barile, come siamo stati abituati e giustificati fin da piccoli.

La colpa di questa scelta è nostra.

La negazione della solidarietà come patologia della società è una sindrome multiforme che non ha bisogno di richiamarsi a grandi ideali e a questa o quella ideologia, basta osservare i comportamenti usuali di ciascuno di noi.

La cultura generata da decenni di crisi dei valori che contraddistinguono il vivere civile e la filosofia che vede come obiettivi principali il denaro e il successo personale, hanno intaccato via, via le coscienze dei cittadini.

Mi si dirà a questo punto, che questo è un ragionamento estremizzato e che la crescita della solidarietà non può passare attraverso il Codice della Strada, che mira esclusivamente alla sicurezza e alla prevenzione dei sinistri.

Certamente non passa solo attraverso queste regole. Se si prova, però, a guardare dietro alle azioni imposte dal Codice della Strada, come da qualsiasi codice e corpus legislativo, si intravede la possibilità o la negazione della convivenza e del vivere civile.

L’esercizio quotidiano alla consapevolezza che un’azione banale, come quella di alzare un lampeggiatore, non è un’astratta imposizione di legge, ma favorisce e salvaguarda la salute del prossimo, abitua l’animo di ciascuno di noi a vivere in funzione dell’altro.

È la consapevolezza del valore positivo della convivenza, della solidarietà e del bene comune che fa crescere una società: non  mille deterrenti e manganelli di polizia.

Il lampeggiatore di direzione diventa, quindi, una sorta di strumento per l’equilibrio tra la propria e l’altrui salute e un esercizio quotidiano per far sì che la giungla sia lasciata finalmente alle nostre spalle.

L’essere dei bruti o dei cittadini consapevoli passa attraverso mille piccole scelte quotidiane, alla cui responsabilità non possiamo e non dobbiamo più sfuggire.

Mario Nejrotti

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