Archivio della Categoria: Arte

BELLEZZA E SALUTE

_arte

Più volte abbiamo sostenuto che i confini della salute sono ben più ampi di quelli dell’assenza di malattia e di dolore fisico.

Questo concetto di leopardiana memoria sta troppo stretto agli esseri umani, tesi da sempre ad una continua ricerca della felicità.

Troppo spesso però questo anelito porta a confinare il proprio piacere in un ambito ristretto di accaparramento personale, che fatalmente genera povertà e disagio altrui.

Certo i confini tra possesso eticamente sostenibile e egoistica incetta di beni è una delle più difficili discussioni che per secoli hanno impegnato gli uomini, generando filosofie e ideologie, ispirate alla conservazione o alla rivoluzione, che sono state fattori di crescita per l’umanità, ma anche crogioli di dolore e violenza.

Un bene però può essere fruito  in modo egualitario da tutti gli individui, senza che si consumi o debba necessariamente essere posseduto per dare piacere e felicità.

Esso è la contemplazione della bellezza.

La bellezza dell’ambiente naturale e dell’opera dell’uomo dona nelle sue molteplici forme e sfaccettature una gioia vera e concreta che non può che aumentare e rinvigorire uno stato di salute.

Nel secolo passato e nei primi tormentati anni di questo giovane millennio si è troppo spesso sacrificato alle necessità primarie e agli egoismi di questo o quel gruppo il bello inteso come equilibrio tra uomo e ambiente.

Tale situazione ha generato, oltre a ingiustizie e disequilibri sociali, anche vere e proprie malattie.

Il nostro pensiero va immediatamente alle malattie degenerative o produttive da inquinamento atmosferico per attività industriali e consumo di idrocarburi.

Non solo il danno ambientale, ma anche le scelte di architettura urbana possono generare angoscia e disagio, tanto da giungere a produrre patologie invalidanti.

Si pensi alle periferie delle metropoli con i loro immensi e anonimi quartieri dormitorio e i flussi tristi di persone, che partono al mattino per lavorare e rientrano alla sera senza altro svago di  un disumanizzante consumo televisivo.

Anche i centri storici più degradati possono suscitare sentimenti negativi e rabbia per le condizioni di vita degli abitanti e per la perdita di tanta bellezza architettonica.

I medici stanno sviluppando una crescente e sensibilità per un concetto di salute più ampio e più interculturale.

La medicina da sola non potrà mai dare una vera risposta all’obbiettivo di ottenere una salute globale per i cittadini.

Senza la collaborazione tra chi cura in generale la salute del corpo e chi si occupa di ambiente, di architettura, di comunicazione, di amministrazione del bene comune e di decisioni politiche, il lavoro dei professionisti sanitari sarà sempre parziale e fatalmente di retroguardia.

I Medici e gli Odontoiatri della provincia di Torino sono ben consapevoli di questa necessità di apertura della nostra professione a tutti i settori della società che in qualche modo sono potenzialmente coinvolti nella promozione della salute.

Sono per altro consci che la bellezza è un potente veicolo di benessere.

Basandosi su questa convinzione, fin dal 2004, l’Assemblea degli Iscritti per la sede istituzionale ha deliberato l’acquisto e dato mandato al Consiglio Direttivo di restaurare uno  dei più bei gioielli del Liberty italiano: Villa Raby, progettata dall’Architetto Fenoglio nel 1902.

Il Liberty in tutta Europa tra la fine dell’’800 e il primo decennio del ‘900, ha rappresentato una visione dell’architettura che, poco concedendo al funzionale, si è ispirata, forse per l’ultima volta nella storia , al bello e al leggiadro, arricchendo i propri progetti di elementi  decorativi, spesso floreali, che suggerivano equilibrio tra opera dell’uomo e armonia della natura.

Questa spinta forte verso il primato della bellezza, filtrata dalla sobrietà della cultura sabauda, a Torino ha portato a splendidi esempi architettonici, che hanno avuto nel Fenoglio uno dei maggiori protagonisti.

In questi giorni i Medici e gli Odontoiatri della provincia di Torino, hanno restituito alla loro città più importante, ad una vecchia capitale italiana, uno dei suoi più splendidi monumenti.

Il FAI (Fondo Italiano per l’Ambiente), attraverso il suo capo Delegazione di Torino, Signora Paola Motta Romagnoli, che non si può che ringraziare di cuore per la sensibilità dimostrata, ha colto immediatamente l’importanza del messaggio lanciato dalla professione medica.

Villa Raby è stata inserita tra i monumenti degni di essere aperti al pubblico nelle Giornate di Primavera del FAI il 23, 24 marzo.

Proprio l’apertura al pubblico, ai cittadini, va a saldare un patto tra medici e società.

E di questo patto la professione torinese è convinta e orgogliosa.

Le persone hanno bisogno di Medici e Odontoiatri umani e preparati, ma nel contempo aperti a ogni collaborazione per contribuire a dare, attraverso la promozione della bellezza, dell’equilibrio ambientale e sociale, un impulso globale alla salute.

Villa Raby, quindi, non è solo la casa di tutti i Medici e Odontoiatri della provincia di Torino, ma è un luogo simbolo di bellezza e salute a disposizione di tutti.

Mario Nejrotti

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF

UNA VIA ALLE SCIENZIATE

cultura evidenza

FormaScienza, associazione nata nel 2005 su iniziativa di un gruppo di giovani ricercatori, si propone come laboratorio di ricerca-azione con il fine di diffondere la nozione di pensiero scientifico come parte del patrimonio culturale collettivo di base.

Le attività di formaScienza (clicca) rivolte soprattutto ai giovani, comprendono laboratori per studenti e docenti delle scuole di ogni ordine e grado, incontri di caffè scienza ed eventi di tipo artistico.

Dal 23 Gennaio al 1 Febbraio 2013 è stata allestita a Terni la mostra “Una via alle scienziate”, (clicca) progetto nato nell’ambito della manifestazione “Le vie della scienza” (realizzato a Roma nel novembre 2011). La manifestazione di Roma presentava una serie di iniziative dedicate alle figure degli scienziati cui sono intestate le vie del quartiere che la ospitava; appurato il fatto che non esistessero vie intestate a donne scienziate, l’associazione formaScienza ha deciso di allestire una mostra che presentasse una panoramica della presenza femminile nell’ambito della storia della scienza.

La mostra ha proposto dunque un viaggio attraverso i secoli, un percorso costituito da 35 biografie di scienziate eccellenti e dalle loro storie di successo, nonostante le difficoltà: dalla prima donna laureata fino a oggi, riflettendo sulla discriminazione femminile, presente ancora oggi nella società contemporanea, e sul processo di conquista della parità di genere.

All’uscita della mostra campeggiava la mappa di un quartiere senza i nomi delle vie: i visitatori erano invitati a scegliere una via e assegnarvi il nome di una delle scienziate protagoniste della mostra; un gesto simbolico che si è poi trasformato in una reale richiesta al Comune di Roma su iniziativa di IRPPS (clicca Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali) e CNR (clicca Consiglio Nazionale delle Ricerche).

Il 1 febbraio, a chiusura della mostra, si è tenuta la conferenza “L’enigma delle cellule immortali” con una relazione della dott.ssa Flavia Zucco, biologa, fondatrice e per lungo tempo presidente dell’Associazione Donne e Scienza.

Fonti:

http://www.formascienza.org/default.asp

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF

Politica e scuola: tanti proclami, poca sostanza

cultura evidenza

In tempi di campagna elettorale, la scuola è sicuramente uno dei terreni di confronto e discussione tra le parti che concorrono all’agone politico.

In realtà negli anni siamo sempre più abituati a confronti e discussioni scandite a suon di proclami e rivendicazioni più che da proposte concrete e costruttive. Le grida dei diversi protagonisti della politica sono rilanciate poi dai media senza veri e propri approfondimenti, in un rincorrersi di dichiarazioni che alla fine, come nel telefono senza fili, tra smentite, aggiustamenti e inversioni radicali di rotta dicono tutto e il contrario di tutto, con l’unico proposito di strappare una manciata di voti nella sempre più nutrita compagine degli elettori confusi, sfiduciati, indecisi.

Un vero e proprio furore passionale per l’educazione delle nuove generazioni che, chiusi i seggi, si raffredda molto rapidamente a contatto con la realtà di budget, concretizzandosi in un nulla di fatto o in riforme che, a detta dei diretti interessati, ossia studenti e insegnanti, negli anni hanno continuato a peggiorare la già non rosea situazione.

Meno vacanze per tutti.

La scuola torna oggi comunque alla ribalta “grazie” all’allarme riecheggiato dalle testate d’informazione: Monti propone la riduzione a un terzo delle vacanze scolastiche, chiedendo alle scuole di farsi carico di attività alternative e integrative. Questa la proposta, in realtà già smentita, del premier.

Si sa che anche in tempi meno tesi i titoli dei giornali puntino più al sensazionale che all’informazione, è quindi possibile che il concetto di ridurre le vacanze estive sia da inserirsi in un contesto più ampio di riforma del sistema scolastico con “l’obiettivo finale di dare agli insegnanti la convinzione giustificata di godere di grande rispetto sociale”, come sostenuto dal premier a Radio24. Resta il gusto amaro di un’occasione mancata per parlare dei reali problemi della scuola.

Se, infatti, una riduzione delle vacanze scolastiche sarebbe giustificata dal tentativo di adeguarsi alla realtà europea e di venire incontro alle esigenze delle famiglie di lavoratori che non possono occuparsi dei figli studenti in vacanza, bisogna comunque sottolineare che negli altri paesi della UE i periodi di sospensione dell’insegnamento non sono poi così inferiori ai nostri. Sono spesso semplicemente distribuiti in modo diverso. Inoltre, se di adeguamento deve trattarsi, forse sarebbe meglio concentrarsi su altri aspetti nei quali i paesi oltralpini ci superano: qualità dell’insegnamento, considerazione per gli insegnanti, dignità degli edifici scolastici, prima di occuparsi di un settore marginale dell’organizzazione dei calendari che, preso da solo, può solo essere interpretato in senso “punitivo” ed aggiungersi alle “lacrime e sangue” che i nostri amministratori continuano a prospettarci.

087_Cultura_001

Bene comune o bene di scambio?

Se dall’“alto” della politica arrivano solo vuote dichiarazioni, prive di contatto con la realtà quotidiana di insegnati, studenti e famiglie, forse le risposte possono essere ricercate dal “basso”.

È da leggersi in questo senso la proposta di un manifesto politico sulla scuola messo in rete dall’“Associazione Insegnanti Arrabbiati”, un’aggregazione informale che si era creata nell’ottobre 2012 per contrastare l’aumento dell’orario a 24 ore, che stigmatizza l’uso strumentale della scuola e vorrebbe restituirle il suo ruolo “di formare donne e uomini dotati di pensiero critico e autonomia di azione”.

Come dimostra la stessa sezione “documenti” del portale, non si tratta dell’unica iniziativa al riguardo e nemmeno di concetti nuovi: il ritrovarli oggi in un documento condiviso, però, dimostra quanto il problema sia ancora lontano da una soluzione e quanto sia necessario strappare la scuola da una concezione esclusivamente “economica”, cioè di preparazione degli individui al duplice ruolo di produttori e consumatori, per riportarla a ciò che per essa prevedevano i nostri Padri Costituenti, ossia a essere un istituto che favorisca “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” Costituzione Italiana, Art. 3.

Luca Mario Nejrotti

Tutte le immagini sono tratte dal portale “Insegnanti arrabbiati”.

Fonti: www.insegnantiarrabbiati.it, www.dire.it.

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF

COME LA MORTE PUÒ DIVENTARE BUSINESS?

cultura evidenza

   

Cina. Il giornale locale China Daily racconta di un caso che lascia perlomeno perplessi: si tratta della terapia della morte. A Shenyang, la capitale della provincia Liaoning, una clinica pratica questo particolare tipo di terapia: ai pazienti viene proposto di chiudersi in una bara per quattro o cinque ore a scopo terapeutico. Il consulente psichiatrico del centro sostiene che l’esperienza di rinascita possa beneficiare chi soffre di problemi psicologici anche se, come sottolinea, non è un trattamento adatto a tutti. I profili da sottoporre alla terapia vengono scelti attentamente. Si parte dalla stesura delle ultime parole del paziente che poi vengono lette a voce alta. Virtualmente sotterrato, il paziente ascolta gli epitaffi degli amici e della famiglia, che gli vengono letti a voce alta. Segue poi il silenzio e poi la registrazione del pianto di un neonato. Al termine l’officiante scoperchia la bara, mentre si sente una canzone festosa in sottofondo.
Costo del trattamento: 350 euro.  Tutto questa delicata operazione è commentata dalla  una scritta molto eloquente: “Provate il vero senso della vita, provando il vero senso della morte”. Il signor Huang, un manager di 35 anni, con una storia di vari tentativi di suicidio alle spalle, sembra sostenere l’efficacia della terapia: «Negli ultimi anni pensavo che le cose che inseguivo fossero quelle di cui ho bisogno, come i soldi e la promozione. Ma adesso scopro, dopo quest’esperienza speciale, che quello che mi serve è una famiglia, non solo una casa». Oggi il signor Huang si dedica solo al volontariato.
Per capire il contesto di riferimento bisogna certamente conoscere un po’ la cultura cinese in cui  il  modo di affrontare la morte è diverso da quello Occidentale. Di solito ad un lutto viene associata una danza dal nome il Tai Qi Quan, che serve per l’elaborazione e il superamento della perdita. Dire addio è quindi una pratica che apre ad una nuova rinascita, come se la morte in realtà si configurasse come una vita rinnovata. Comprensibile però lo scetticismo di fronte ad un rituale che fa della contraffazione della morte un modo per concludere buoni affari. C’è che dice che anche questo sia Cina, ma i cultori della cultura orientale forse avrebbero qualcosa da eccepire…

(FONTE: MARIE CLAIRE)

COMMENT LA MORT PEUT DEVENIR BUSINESS ?

Chine. Le journal local China Daily raconte l’histoire d’une affaire au moins controversé : c’est le traitement de la mort. A Shenyang, capitale de la province du Liaoning, une clinique dispense ce type particulier de traitement : on propose aux patients d’être enfermés dans un cercueil pendant quatre ou cinq heures à des fins thérapeutiques. Le consultant du centre psychiatrique affirme que ceux qui souffrent de problèmes psychologiques peuvent profiter de l’expérience de la renaissance, même si, comme il l’a souligné, il ne s’agit pas d’un traitement approprié pour tout le monde. Les profils qui doivent être soumis à un traitement sont choisis avec soin. On commence par la rédaction des derniers mots du patient, qui sont ensuite lus à haute voix. Virtuellement enterré, le patient écoute les épitaphes des amis et de la famille, qui sont lus à haute voix. Ceci est suivi d’un silence, puis l’enregistrement d’un bébé qui pleure. A la fin l’officiant ouvre le cercueil, tandis qu’on entende une chanson de fête qui joue en fond.
Coût du traitement : 350 euros. Cette opération délicate est commenté par un écrit de façon très éloquente : « Découvrez le véritable sens de la vie, avec l’expérience de la vraie signification de la mort » M. Huang, un gestionnaire de 35 ans, ayant plusieurs antécédents de tentatives de suicide, il semble soutenir l’efficacité de la thérapie : « Ces dernières années, je pensais que les choses que je cherchait étaient celle dont j’ai besoin, comme l’argent et la promotion Mais maintenant je trouve, après cette expérience spéciale, que ce dont j’ai besoin, c’est d’une famille, pas seulement une maison. » Aujourd’hui, M. Huang s’est dédié uniquement à faire du bénévolat.
Pour comprendre le contexte de référence ont doit certainement connaître un peu la culture chinoise où la façon d’affronter la mort est différente de l’Occident. Généralement une danse nommée Tai Qi Quan est associée à un deuil, qui est utilisée pour traiter et surmonter la perte. Dire au revoir est donc une pratique qui ouvre à une nouvelle renaissance, comme si la mort soit en fait une vie renouvelée. Cependant, le scepticisme est bien compréhensible face à un rituel qui rend la contrefaçon de la mort un moyen pour faire de bons affaires. Il y a qui dit que cela aussi c’est la Chine, mais les amateurs de la culture orientale peut avoir quelque chose à redire …
(SOURCE: MARIE CLAIRE)

HOW CAN DEATH BECOME A BUSINESS?

China. Local newspaper China Daily reports a case that leaves us at least puzzled: it is about the so called death therapy. This particular therapy is performed by a clinic in Shenyang, capital city of the province of Liaoning. Patients are suggested to lock themselves in a coffin for four or five hours for therapeutic purpose. The psychiatrist of the clinic states that the rebirth experience can give benefits to people suffering for mental problems although, as it is stressed, not everybody can undergo this treatment. Patients who can be treated with this theraphy must be chosen carefully. The starting point is the drafting of patient’s last words.Then these words are read aloud.Virtually buried, the patient listens to friends and family lamentations that are read aloud. Silence follows and then the recording of the crying of a newborn baby is heard. At the end, the officiant opens the coffin while a joyous music is heard in the background. Price of the treatment: 350 Euros. A very revealing notice comments this awkward operation: “ Try the true sense of life while trying the true sense of death”. Mister Huang, a 35-year-old manager with many attempted suicides in his life, supports the effectiveness of the therapy. Quoting his words: “ In the last years, I was used to think that all that I wanted were money and promotions. Now, after this special experience, I come to discover that what I need is a family, not only a house”. Today Mr. Huang is committed completely to voluntary work.

In order to understand the background it is necessary to know something about chinese culture of death that is very different from the western one. A dance called Tai Qi Quan is usually associated to the loss and it helps elaborating and overcoming it. Saying “goodbye” is something that leads to a rebirth as if death was a renovated life.The scepticism for a ritual that turns a forgery of death into a business is understandable. Someone says, this is another aspect of China but eastern culture enthusiasts could have something to object…

(SOURCE: MARIE CLAIRE)

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF

La fede nella pietra: oratori rupestri nel territorio di Sovana

_sentieri_culturali

Torniamo sempre con piacere a occuparci del territorio di Sovana, ma questo perché ogni volta che crediamo di averne mostrato tutti gli aspetti, questa zona ci stupisce rivelandoci un nuovo tesoro, una nuova piega del suo ricco territorio che, fino a quel momento, ci era sfuggita.

È questo il caso dell’Oratorio Rupestre, spesso confuso dai turisti con l’oratorio rupestre di Pitigliano (sotto il ghetto) e con quello della via Cava di San Sebastiano, sempre a Sovana.

Invece la struttura di cui parliamo si trova vicinissima al paese: sulla strada per San Martino sul Fiora, poco dopo il tunnel della provinciale.

Anche se finora è stato poco studiato, più che un semplice oratorio sembra decisamente un complesso ricco e articolato di cavità e aule, purtroppo oggi in gran parte crollato, nascosto dalla boscaglia.

Il sito.

Per visitare questo sito ci vuole un po’ di spirito d’avventura, ma dietro il velo della boscaglia, seguendo il sentiero fino al secondo livello di cavità rupestri, s’incontra prima di tutto lo sbocco di un acquedotto, probabilmente etrusco, e poi, poco più in alto, una serie di ambienti ricavati nella parete di tufo, in cui la funzione religiosa si mescola con quella rurale.

Colombari e aule religiose, cavità usate come magazzini, nicchie impiegate come altari si mescolano in un insieme armonico molto suggestivo e di grande interesse.

Il grande ambiente centrale sembra essere stato destinato al culto: vi si trovano un altare centrale, accessibile attraverso gradini scavati nella parete rocciosa, alcune nicchie laterali, dove potevano trovarsi altari e devozioni minori, e, soprattutto una grande croce scolpita nel soffitto.

Il complesso di strutture oggi è per metà crollato e dobbiamo immaginare che in origine questi ambienti fossero chiusi verso valle.

Gli affreschi.

Alla sinistra dell’ambiente con la croce si trova un’altra aula, che doveva avere una volta di copertura e che presenta tracce d’intonaco e di una decorazione pittorica sia geometrica sia figurata: è infatti possibile, con un po’ di attenzione, indovinare alcune tracce di tre figure umane di santi, dipinte sulla parete di tufo.

Se l’intera struttura potrebbe essere data anche alle fasi più antiche della cristianizzazione dell’area, gli affreschi invece ci testimoniano la sua vita in piena età medievale, anche se sono troppo poco conservati per una datazione più precisa.

Nel Medioevo in Toscana il fenomeno eremitico assunse una grande diffusione e connotazione, arrivando alla nascita della Congregazione degli Eremiti Toscani e dell’ordine dei Guglielmiti. Questo fenomeno, però, nella zona di Sorano e Pitigliano, grazie anche alla tradizione degli abitati rupestri, assunse caratteristiche peculiari e ci è testimoniato dai molti romitori scavati nel tufo ancora diffusi sul territorio.

Il degrado.

Al di là del degrado legato al crollo, purtroppo, il sito versa in gravi condizioni dovute all’abbandono e alla vegetazione infestante. Non passeranno molti anni per perdere del tutto le tracce della decorazione pittorica e il rischio che gli agenti atmosferici provochino ulteriori fratture nella parete tufacea, con perdita anche di ciò che resta degli ambienti rupestri, è forte.

In attesa che le autorità intervengano per salvare questo prezioso sito, il nostro consiglio, se passate per Sovana, di affrettarvi a visitare questo luogo nascosto e di grande fascino.

Luca Mario Nejrotti

Le immagini sono state cortesemente fornite da Alberto Agostoni

Informazioni e contatti.

Il sito è sempre aperto e visitabile, ma non è segnalato né messo in sicurezza e si può visitare solo a proprio rischio e pericolo.

Da Sovana (Sorano, GR) procedere in direzione di San Martino sul Fiora. Subito dopo il tunnel denominato “Sovana”, parcheggiare l’auto nell’area di sosta posta sulla curva. Attraversata la strada si trova un breve, ma difficile, sentiero non segnalato che si inerpica verso la parete rocciosa. Il percorso termina davanti alle cavità dell’oratorio rupestre.

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF