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Dagli anni ’50/’60, farmaci più efficaci in psichiatria?

farmaci evidenza

Nell’area della salute mentale non sono state realizzate negli ultimi trenta anni scoperte significative che abbiano direttamente portato a un miglioramento della pratica clinica. Lo dicono chiaramente Stefan Priebe e Tom Burns, rispettivamente professore di Social and Community Psychiatry all’Università di Londra e professore di Social Psychiatry all’Università di Oxford, in un articolo pubblicato sul British Journal of Psychiatry . Secondo i due psichiatri inglesi in questi trenta anni non sono entrati nella pratica clinica farmaci antipsicotici, antidepressivi o stabilizzatori dell’umore più efficaci di quelli esistenti prima.

Negli anni Cinquanta e Sessanta sono state scoperte le benzodiazepine, gli antipsicotici e gli antidepressivi, in maniera del tutto empirica, quando ancora le conoscenze neurobiologiche di base erano pressoché inesistenti. Poi, nonostante il tentativo commerciale di presentare come una rivoluzione l’arrivo dei nuovi antidepressivi (dagli SSRI, gli inibitori della ricaptazione della serotonina, in avanti) e dei nuovi antipsicotici, in realtà si è trattato solo di piccole variazioni sul tema di efficacia, sicurezza e maneggevolezza. Paradossalmente, più descriviamo accuratamente i disturbi psichiatrici (parcellizzati all’infinito dai vari DSM, i Manuali diagnostici e statistici dell’American Psychiatric Association – ora arriva il DSM-V, tra polemiche e ripensamenti), più ci avviciniamo a capirne i substrati neurobiologici, meno sembriamo in grado di manipolarli farmacologicamente. O forse, semplicemente, non abbiamo fortuna, considerando che le scoperte degli anni Cinquanta e Sessanta sono state in larga parte casuali.

http://www.scire-ausl.bo.it/

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TICKET SANITARI INSOSTENIBILI? CUI PRODEST?

opinioni

Di Mario Nejrotti

Le notizie

I maggiori quotidiani, le televisioni e i network si rimbalzano la notizia di fonte Ministeriale che ben due milioni di italiani trascurano la loro salute, perché non sono in grado di pagare il ticket su analisi e visite specialistiche. Una situazione di questo genere prefigura il fallimento del nostro sistema sanitario, non più equo e accessibile per tutti, così come sta avvenendo in altri Paesi europei e più specificatamente in Grecia, in Spagna e in Portogallo (fonti giornalistiche).

I maggiori quotidiani, le televisioni e i network si rimbalzano la notizia di fonte Ministeriale che ben due milioni di italiani trascurano la loro salute, perché non sono in grado di pagare il ticket su analisi e visite specialistiche (link).

Tale fallimento sarebbe dovuto all’insopportabilità economica per molti della contribuzione richiesta dallo Stato attraverso ticket sempre più esosi.

Le medesime testate, però, riportano con enfasi che i cittadini, pur di risparmiare, si rivolgerebbero a strutture private. Esse, praticando la ormai diffusissima e inarrestabile medicina low cost, riescono a offrire prezzi più convenienti e a spostare ingenti risorse dal pubblico al privato, mettendo in crisi il sistema. Anche per quanto riguarda le cure odontoiatriche, tradizionalmente di ambito principalmente privatistico, i cittadini sempre più spesso, o trascurano il problema o scelgono cure a basso costo.

Paradossalmente le stesse fonti di informazione e le stesse statistiche ci dicono che la salute della popolazione, intesa come aspettativa di vita e qualità nelle fasce medie di età, sta migliorando, mentre peggiorano gli stili di vita in generale e tutto questo pur in presenza di tagli pesanti sulle attività di prevenzione del sistema sanitario, le prime a non essere finanziate, perché di scarsa visibilità per l’opinione pubblica, generalmente  molto più emozionata dall’eccellenza specialistica. Contraddittoriamente, è sempre di questi giorni la notizia preoccupante dal punto di vista della sostenibilità del sistema pubblico, che le prestazioni erogate sarebbero ormai per la stragrande maggioranza esenti ticket per varie situazioni, tra cui preponderante l’esenzione totale per reddito, dato l’impoverimento della popolazione.

Si parla di cifre che in talune regioni del Sud sfiorano il 90% del totale.

Questa situazione comporterebbe un ulteriore collasso del sistema per le ridotte entrate, se pur  per una causa diversa rispetto alle notizie precedenti.

Di conseguenza si avrebbe l’impossibilità di mantenere i livelli di qualità e di effettuare investimenti.

Queste notizie, urlate e riprese di testata in testata in una gara al massacro del SSN, hanno portato a prese di posizione autorevoli sull’argomento per correre immediatamente ai ripari con ricette per altro improvvisate. Hanno stigmatizzato la situazione personaggi del calibro di Gino Strada, Stefano Rodotà e la neo Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, per citarne solo alcuni.

Occorre una riflessione meno emotiva

Una rilettura più attenta dei dati, però, fa nascere qualche dubbio.

Sembra strano che oltre due milioni di persone, sono uscite anche notizie che rilanciavano su quattro e addirittura nove milioni, non possano curarsi con le prestazioni offerte dal sistema sanitario nazionale a causa dei ticket, quando, mantenendoci ad un livello medio ragionevole, il 70/80% delle prestazioni sono già esenti e quindi i cittadini meno abbienti o malati cronici non sono chiamati ad alcuna compartecipazione.

Questo grido d’allarme riguarda poi esclusivamente le prestazioni di indagine diagnostica e di consulenza specialistica. Per i farmaci, nonostante le inaccettabili differenze legislative tra le Regioni, che rendono di fatto i cittadini italiani sempre più diversi rispetto ai loro diritti fondamentali, è noto che il sistema offre una totale copertura, con ticket bassi, quando richiedibili, e accessibili per tutti, almeno per quei farmaci che hanno dimostrato una concreta efficacia.

Gli stessi cittadini poi, rimanendo sempre alle notizie di fonte ministeriale, si rivolgerebbero al sistema privato per risparmiare.

Ciò sembra singolare per due aspetti: o il sistema sanitario è gestito da incapaci, corrotti che pagano le prestazioni molto di più del loro reale valore, o il sistema privato è diventato un Ente di Beneficienza.

Entrambe le affermazioni non corrispondono a una verità generalizzabile.

I cittadini, infatti, pagheranno le prestazioni private, perché siano concorrenziali, in modo uguale o leggermente diminuito rispetto al ticket pubblico, in alcuni casi con cifre di poco superiori, fruendo di un servizio immediato.

Quindi sembra che questa migrazione sia provocata più dall’inefficienza del sistema che eroga le prestazioni con tempi di attesa inaccettabili per un bisogno di salute moderno, che dal loro costo spropositato. Inoltre i dati sulla salute generale sono contrastanti rispetto all’allarme sulla carenza di prestazioni specialistiche e diagnostiche, anche se costruire un collegamento logico tra la carenza di prestazioni nel breve periodo e il peggioramento della qualità e aspettativa di vita è difficile e azzardato.

Lo studio AGE.NA.S. Gli effetti della crisi economica e del super ticket sull’assistenza specialistica

In un periodo così complesso dal punto di vista economico, politico, sociale e culturale occorre riflettere con attenzione sui dati, per non incorrere nella ormai tragica consuetudine della politica italiana che costruisce le sue strategie sull’emotività popolare provocata dai media, spesso ad arte, portando a formare e riformare sistemi organizzativi e norme appena nate, creando confusione e sprechi senza fine.

Si leggano le Conclusioni dell’importante lavoro svolto dalla Age.na.s. (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), messo in rete da Quotidiano Sanità, che vuole dare risposta alla seguente domanda: (http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato1402004.pdf)

”Sono diminuite le prestazioni erogate dal SSN dal secondo semestre 2011 al primo semestre 2012, periodo di entrata in vigore del super ticket sanitario?”

La risposta sembra essere positiva, ma con “distinguo” importanti sulle cause, che non permettono di avvalorare in pieno gli allarmi giornalistici di questi giorni.

È vero che si è verificata una diminuzione del 17% delle prestazioni coperte da ticket, contro una percentuale molto più bassa di quelle esenti, ma è anche vero che non si hanno dati chiari sullo spostamento di tali prestazioni in ambito privato.

Le notizie sul “boom” delle attività private low cost sembrerebbero, però, avvalorare questa impressione, sottolineando, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l’attuale volontà più o meno manifesta, di demolire il sistema pubblico.

Il documento della Age.na.s. fa anche riflettere su di un altro punto.

I tagli e le razionalizzazioni del sistema pubblico di questi ultimi  due anni hanno portato a diminuire l’offerta pubblica sia diretta sia convenzionata. Molti servizi specialistici e diagnostici sono stati cancellati e alle strutture private accreditate è stato imposto un drastico tetto nelle prestazioni rimborsabili. Quindi a diminuire potrebbe essere stata l’offerta pubblica complessiva e non la domanda.

Questi in complesso sono i dati più importanti riportati dalla maggior parte dei referenti regionali che hanno risposto alle richieste dell’Agenzia.

Colpisce, quindi, “il boato” che cresce contro il sistema sanitario nazionale, definito da più fonti “iniquo, insostenibile e profondamente da ripensare”, come se crescesse, insieme al rumore e all’impressione emotiva, la giustificazione politica di abolirlo, per sostituirlo con un sistema misto pubblico-privato o francamente assicurativo.

Questa idea pare motivata, se non da pura avidità di business,  dalla discutibile illusione che là dove entrano profitto e mercato, si abbia maggiore efficienza, accessibilità e in definitiva maggiore solidarietà.

Il volontariato in sanità

E proprio sulla solidarietà c’è da riflettere a fondo, con il dovuto rispetto per le onlus e le organizzazioni umanitarie che si occupano dei più deboli e degli ultimi.

Sono di questi giorni notizie che riguardano Emergency, l’organizzazione sanitaria guidata da Gino Strada, che assisterebbe nei suoi ambulatori di volontari dal Sud al Nord del nostro Paese, insieme a extracomunitari e immigrati invisibili, anche migliaia di italiani, che “non possono pagarsi le cure mediche” ed è notizia dell’11 maggio 2013, pubblicata da Lettera43 sul web, che il poliambulatorio dei Fratelli di San Francesco a Milano in via Bertoni, in zona Moscova, farebbe 50.000 visite mediche all’anno, di cui il 40% di medicina di base, in massima parte per connazionali che non possono accedere al SSN.

C’è da domandarsi che cosa c’è che non funziona in notizie come queste. Il sistema sanitario generalistico e accessibile a tutti che fine ha fatto?

Partiamo, ad esempio, dai numeri complessivi della struttura gratuita dei Fratelli, a cui nulla bisogna eccepire né per spirito, né per impegno; ma il dato di 2000 visite annuali di medicina generale corrisponde a quelle di 5 medici di Famiglia con 1000 pazienti ciascuno e che quindi assistono gratuitamente 5.000 persone complessivamente.

A Milano abitano 1.350.000 persone.

Allora di che fenomeno stiamo parlando? E dove vivono quegli italiani che accedono agli ambulatori volontari e perché non usano le strutture pubbliche? Nessun cittadino italiano può aver perso il diritto di accedere al sistema sanitario nazionale, solo che lo chieda.

Viene da domandarsi se l’incolpevole mondo del volontariato, che fino a ieri ha retto le sorti di molti settori di servizio, tra cui principalmente il sociale, e oggi viene visto, e non ha torto, dai giovani disoccupati come uno scomodo concorrente nella lotta al posto di lavoro, non venga coinvolto in un disegno di delegittimazione del SSN, non sempre limpido e non completamente veritiero.

Un ruolo indifferibile dell’OMCeO

Vista questa situazione di profonda confusione e di grave, e forse in parte ingiustificata, emotività riguardo alla sanità pubblica, diviene indispensabile che l’Omceo, che fino a ieri ha assolto principalmente il compito istituzionale e deontologico di salvaguardia e garanzia nei confronti dei cittadini della qualità della professione, intesa soprattutto nel rapporto tra paziente e singolo professionista, prenda l’iniziativa di recuperare dati più obbiettivi e meno emozionali sulla situazione della universalità e accessibilità al sistema sanitaria nazionale e sulla sua reale sostenibilità economica.

Oggi l’Ordine ha il compito e il dovere politico di verificare il quadro di insieme della sanità e di partecipare alle decisioni che riguardano i suoi professionisti, ma soprattutto e in primis a quelle che investono il diritto alla salute di tutti i cittadini.

È impensabile che un sistema sanitario come il nostro, che prevede un’imponente rete di sanitari di cure primarie, che assistono quotidianamente, gratuitamente, senza aggravio di alcun ticket tutta la popolazione italiana, senza alcuna eccezione, non sia preso concretamente in considerazione come il fulcro per offrire prestazioni adeguate di base ai cittadini del nostro  Paese, senza che il volontariato debba essere distratto dalle sue fondamentali funzioni di servizio verso chi una assistenza statale non la possiede veramente.

I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, tutto il sistema specialistico e ospedaliero sono a disposizione dei cittadini.

Per fare un esempio numerico, solo gli operatori medici delle cure primarie erogano, secondo dati sindacali, oltre due milioni di visite gratis al giorno.

Una politica intelligente e limpida si renderebbe immediatamente conto che è su questo fronte che occorre basare gli investimenti per equilibrare le prestazioni e far ripartire corretti percorsi preventivo diagnostico terapeutici, rilanciando un servizio sanitario nato come insostituibile conquista sociale nel 1978, che va senza dubbio modernizzato e migliorato con congrui investimenti, abbandonando la politica scellerata dei tagli lineari, ma certamente non va stravolto e tanto meno abolito.

L’istituzione ordinistica lungi dall’essere una lobby corporativista, deve usare il suo indubbio peso politico per influenzare le decisioni governative e regionali, facendosi guidare dalla deontologia professionale e dalle leggi fondamentali del nostro Paese.

In un momento in cui è forte una deriva oscura contro i sistemi universalistici in tutta Europa, bisogna coagulare intorno all’Omceo le forze professionali, politiche, sindacali, scientifiche e culturali che si occupano di salute in ogni suo aspetto, per offrire soluzioni politiche sostenibili per i cittadini e per impedire di disperdere un nostro patrimonio di alto valore sociale a cui si è sempre guardato da tutto il mondo, come modello di potenziale efficienza e equità.

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GESU’ NACQUE IN UNA MANGIATOIA… E I NOSTRI FIGLI?

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Punti nascita tra bisogni contrastanti: occorre cercare un equilibrio

Di Mario Nejrotti

La politica di riduzione dei costi prevede un consistente taglio di “punti nascita” in tutte le regioni italiane.

Le motivazioni per la loro riduzione sono già state evidenziate da linee guida e anche dalle conclusioni della Commissione Parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause di disavanzi sanitari regionali della scorsa legislatura, in base ad indiscutibili criteri quantitativi e qualitativi di sicurezza per i cittadini e di professionalità degli operatori.

Nel nostro scenario nazionale occorre, però, aggiungere due elementi ai criteri che hanno portato a questa decisione, che nella sua asetticità rischia di trascurare la nostra realtà storica, culturale ed economica.

Tale sottovalutazione può far fallire ogni piano organizzativo destando scontento e diseguaglianze tra i cittadini.

Per valutare l’importanza delle strutture ospedaliere locali e principalmente delle ostetricie, non è da trascurare, in primo luogo, un concetto storico-culturale, legato alla nostra tradizione.

Il luogo simbolo  dei servizi al cittadino e in particolare dell’assistenza sanitaria è sempre stato il Comune, specie nel Centro Italia, culla di questa forma di organizzazione amministrativa, che offre il massimo di sicurezza ai propri cittadini, in un rapporto sempre dialettico con lo Stato Centrale.

È quindi assolutamente naturale che gli Enti Locali vedano molto male, a volte come un affronto alla propria dignità e alla loro stessa identità, la chiusura dei propri punti nascita.

Questo disagio è sentito ancora più forte di altri tagli ai servizi in quanto va a toccare la figura materna e il benessere del parto. La popolazione percepisce, e non potrebbe essere diverso, come una violenza i lunghi viaggi “lontano da casa” per poter partorire in sicurezza.

Questa reazione negativa di popolo è potenziata nel nostro Paese in quanto è, del tutto legittimamente, ancora fortemente radicata nel sentire comune la centralità della famiglia, della mamma e della protezione dei figli.

D’altro canto il momento politico-economico nazionale e mondiale è dominato da una crisi economica e di valori che non ha precedenti.

Ogni sistema politico tenta di dare le proprie risposte, non essendo nessuno stato in grado al momento di scegliere una alternativa alla cultura che basa lo sviluppo economico sulla logica di una produzione moltiplicata all’infinito e su un consumo senza limiti e priorità.

Nel nostro Paese la politica dei tagli lineari in sanità ha colpito indiscriminatamente, salvo ripensamenti e ripescaggi locali a seconda dei relativi potentati, “i punti nascita”.

Di contro, sempre dal punto di vista della politica sanitaria e della salvaguardia dei posti di lavoro, le organizzazioni sindacali degli operatori sanitari si battono, non solo per la conservazione dello status quo, ma per il potenziamento delle equipe locali per il raggiungimento di almeno alcuni parametri di qualità, ormai sanciti da linee guida internazionali e condivise.

Naturalmente questa linea, se pur auspicabile per il livello occupazionale, ha poche probabilità di successo, visti i suoi costi troppo elevati e apparentemente incompatibili con le scarse risorse residue.

La situazione attuale ha dato al momento questi risultati:

Sindaci dei piccoli Comuni inferociti e intenzionati a scongiurare con ogni mezzo la chiusura delle loro strutture;

investimenti strutturali appena conclusi, come il nuovo ospedale di Pantelleria o l’ospedale valdese di Torino, che rischiano di andare ad alimentare la voragine dello spreco del denaro pubblico, che in Italia assorbe ormai miliardi di euro;

centralizzazione dei servizi ostetrici in centri di eccellenza con indubbi disagi per la popolazione e allungamento delle liste di attesa, se pure con l’offerta di strutture di sicura maggiore qualità e professionalità;

operatori della sanità scontenti e sfiduciati, anche perché additati come appartenenti a una sanità di serie A e una di serie B, scontentando tutti.

Occorre uscire da scelte improntate o a un estremo campanilismo, oppure a cieca volontà di risparmio senza valutazioni, programmi, obiettivi e  prospettive di investimenti o, infine, da volontà acritica di salvaguardia del livello occupazionale, senza concessioni.

Potrebbe essere utile e importante, quindi, immaginare soluzioni di compromesso che tengano conto delle necessità della popolazione, della qualità del servizio, della tenuta del sistema sanitario e più in generale dell’economia e della necessità di mantenere e semmai di incrementare il numero di addetti sanitari.

Un’ipotesi possibile potrebbe essere quella di organizzare al meglio i punti nascita di livello A1 (<500 parti anno) e A2 (fino a 1000 parti anno) A3 (oltre 1000 parti anno) dal punto di vista strutturale e strumentale, con personale che ne garantisca l’efficienza organizzativa. Usufruendo poi dagli organici delle strutture B (strutture con 74 unità di medio/grandi dimensioni, con in media 136 parti/mese, 39 letti, 18 ginecologi e 23 ostetrici in organico e C (strutture con i 18 presidi maggiori, che effettuano in media 288 parti/mese, con 65 posti letto, 23 medici e 52 ostetrici in organico) opportunamente potenziati, equipe mobili di eccellenza, pronte ad intervenire con mezzi acconci e proporzionati alle distanze da coprire, si potrebbero trasferire all’occorrenza, per urgenza o interventi programmati, verso i centri di complessità inferiore (A1/A2).

È certo necessario approfondire e articolare meglio questa ipotesi, anche considerando la difforme distribuzione sul territorio nazionale delle strutture di diverso livello.

Aprendo, però, sui nostri media un dibattito su questo ragionamento con esperti di economia sanitaria e professionisti di settore, occorre dire che le scelte di politica della salute debbono tenere sempre presenti le contrastanti necessità ad esse legate.

È il tempo di uscire con fantasia e generosità da alcuni schemi tradizionali della cultura medica, come quelli che considerano netta la divisione di competenze tra ospedale e territorio.

Il momento sociale e economico probabilmente necessita di una revisione di compiti e flussi operativi in modo da ottimizzare l’assistenza, salvaguardando sicurezza, qualità e costi.

Una sorta di osmosi tra  un ospedale che operi in strutture territoriali efficienti e un territorio che a pieno titolo entri in strutture di tradizione ospedaliera, fornendo prestazioni di primo livello.

Per fare un esempio, una medicina di primo livello che, nelle aree meno servite da strutture per così dire di eccellenza, si occupi nel caso specifico di monitoraggio delle gravidanze, di accoglienza delle partorienti e di punto di contatto e di snodo con le equipe specialistiche “mobili” che verranno così ad operare a più stretto contatto con il tessuto territoriale.

Il nodo della sostenibilità economica di uno schema operativo come quello tratteggiato è il vero problema.

Certamente questo disegno costa meno di una moltiplicazione infinita di equipe che lavorano in centri minori, e probabilmente di più che un taglio lineare delle strutture e l’avvio delle partorienti in centri di secondo livello.

Tra questi due estremi che generano anticorpi nella struttura sociale e professionale probabilmente esistono soluzioni sostenibili, di cui una può essere quella appena proposta e che affidiamo ad un dibattito tra esperti.

Per concludere, ricorderemo che forme di equipe mobili sanitarie specialistiche e di base esistono e funzionano egregiamente in diverse nazioni sul nostro pianeta. Solo per citarne alcune, se ne trovano da decenni in Canada, in Australia e in Kenya.

Inoltre la telemedicina, che si annovera già in moltissime realtà in Italia, può risolvere egregiamente a distanza necessità di monitoraggio e diagnosi di situazioni di rischio, che necessitino comunque di trasporto in strutture adeguate.

Queste righe non hanno la pretesa di delineare una proposta organicamente  operativa di soluzione ad un delicatissimo problema, ma, come è dovere giornalistico, vogliono stimolare un dibattito che potrebbe anche avere confini più ampi di quelli evidenziati in questo ragionamento e contribuire alla discussione su una situazione che al momento ha generato scontenti e polemiche, contribuendo ad acuire un’immagine sempre più negativa della sanità pubblica.

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Cadere dalle nuvole… di dati!

_prevenzione

Di Luca Mario Nejrotti

Ci sono nuvole nel nostro futuro? Sicuramente sì: i sistemi di memorizzazione delle informazioni personali online (in gergo clouds, nuvole) sono ormai accessibili e utilizzati da una fascia sempre più larga della popolazione.

La possibilità di accedere ai propri file di lavoro in ogni momento, l’opportunità di condividere le proprie foto in tempo reale con gli amici, l’ansia quasi morbosa di comunicare in qualsiasi momento alle persone che ci sono più o meno vicine i nostri spostamenti sono comodità o vezzi ormai alla portata di moltissimi e sempre più diffuse.

Certamente si tratta spesso di bisogni accessori, ma quando coinvolgono dati sensibili come le informazioni sanitarie, gli scenari si complicano e si arricchiscono di vantaggi e svantaggi di grande importanza soprattutto sul medio-lungo periodo.

L’allarme.

Infatti, se la condivisione di queste informazioni da parte delle Istituzioni sanitarie può essere di grande aiuto per fornire un’assistenza medica sempre più efficace e “tagliata” sull’utente, bisogna anche tenere conto che si tratta di dati preziosi e che vanno protetti dall’accesso di eventuali malintenzionati.

L’allarme viene lanciato da Eugene Vasserman, ricercatore in sicurezza informatica e privacy alla Kansas State University: le violazioni di dati sensibili sono in aumento e i database che contengono informazioni sanitarie non sono adeguatamente protetti.

Il caso.

È senz’altro da tenere conto che l’allarme è generalmente lanciato proprio da chi si occupa di sicurezza informatica, del resto non potrebbe essere diversamente. Però, fatti i dovuti distinguo, in un paese come gli Stati Uniti, ove la sanità è gestita nell’ambito del sistema assicurativo, bisogna tener presente che per questo tipo d’imprese private può rivelarsi estremamente utile conoscere in anticipo sulla stipula delle polizze, lo stato di salute dei propri clienti.

Allo stato attuale le realtà che operano online non sono attrezzate adeguatamente per la protezione dei propri database. E, come sostiene Avi Rubin, direttore dell’Health end Medical Security Lab della John Hopkins University, “Se Google non può fermare i cracker, come potrà farlo un ospedale?”.

Bei tempi quando i crackers erano solo biscotti croccanti e non pirati informatici che minacciavano la nostra privacy!

In attesa che le istituzioni sanitarie, in particolare all’estero dove la digitalizzazione dei dati è più capillarmente diffusa, si dotino di opportune contromisure, nel quotidiano può essere una buona idea iniziare ad abituarsi a evitare di condividere tutte le informazioni che ci riguardano su internet, usando i vari dispositivi e sistemi disponibili che, pur essendo una grande comodità, non ci garantiscono una piena sicurezza.

Fonte: http://www.galileonet.it/articles/515163afa5717a03a700009a

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