Art32

Cultura a costo zero #2

bandiera italia

 

Di Luca Mario Nejrotti

L’archeologia in Italia è malata. Sono malati i siti archeologici che in gran parte vivono uno stato di degrado e abbandono apparentemente irrecuperabili e a volte paradossali (vedi), sono malati gli insegnamenti superiori che continuano a formare professionisti altamente qualificati che non riescono a trovare sbocchi lavorativi, sono malati gli stessi operatori culturali che dopo anni di precariato, di sottoccupazione, di svilimento delle proprie qualifiche sopravvivono in un grave stato di disagio sociale (vedi).

La cura “a costo zero”.

Il mondo della politica, sempre più scollegato dalla realtà del paese, cerca di proporre soluzioni e cure, ma “a costo zero” (non sia mai che di questi tempi preziose risorse siano indirizzate verso il comparto potenzialmente più produttivo della Nazione) creando spettacolari incidenti e danni sia al Patrimonio Culturale sia a chi di questo Patrimonio dovrebbe occuparsi.

Il tesoro nascosto.

Si chiama “The Hidden Tresaure of Rome” (vedi) il protocollo d’intesa firmato dal Comune di Roma con ENEL il 10 novembre del 2014. Grazie a questo accordo “I ricercatori di musei e università tra le più prestigiose del Nord America, e di tanti altri paesi del mondo, avranno l’opportunità unica di studiare su materiali originali di incredibile pregio risalenti a tutte le epoche della storia di Roma, conservati accuratamente, fino ad oggi, presso l’Antiquarium dei Musei Capitolini.”

In pratica, grazie alle risorse messe a disposizione dall’ENEL, i reperti archeologici inediti finora custoditi nei magazzini dei Musei Capitolini, saranno trasportati all’estero per essere studiati, analizzati e catalogati da importanti istituti. Le informazioni così ottenute saranno convogliate in un grande, unico database (un repository all’avanguardia, vedi, secondo il proclama del Sindaco Marino) che fungerà da archivio per futuri studi quando i reperti torneranno in Italia.

“Un lavoro che se Roma dovesse fare da sola, con le proprie risorse, richiederebbe decenni. Oggi, invece, possiamo avvalercene a costo zero” recita il comunicato, che aggiunge “Si tratta di un protocollo che ha un indubbio vantaggio, sia per gli studiosi all’estero, che avranno la possibilità di studiare reperti archeologici di Roma, che per la città per la possibilità di averli indietro con un valore culturale.”

Una soluzione vantaggiosa per tutti? No: i grandi esclusi da ogni vantaggio sono gli atenei, gli studenti e i professionisti italiani che da anni per studiare un reperto inedito devono sottostare, generalmente invano, a interminabili trafile burocratiche e pastoie, i molti laboratori pubblici e privati del Belpaese che si vedono “scippare” opportunità di studio e di lavoro.

Le buone intenzioni.

Intendiamoci: l’idea di fondo è lodevole e il Patrimonio Archeologico Italiano è talmente vasto che potremmo regalarne pezzi in giro per il mondo senza sminuirlo. Tanto che già ora il mondo dell’archeologia italiano è abituato, senza risalto mediatico, a collaborare e condividere con l’estero progetti di ricerca, tutela e valorizzazione.

Il problema è l’impatto che una notizia del genere ha avuto e ha tutt’ora sugli operatori dei Beni Culturali nostrani, già provati dalla scarsa considerazione, nonostante le qualifiche duramente acquisite e l’impegno costante, in cui sono tenuti dalla nostra società (vedi e vedi). Ricordiamo che, sulla base di uno studio della Confederazione Italiana Archeologi: “Lo stipendio medio annuo è 10.687 euro, contro i 18mila che si ottengono se si considerano tutti i mestieri esistenti in Italia. Un quadro scoraggiante nel vero senso della parola: negli ultimi cinque anni il tasso di abbandono della professione si è attestato intorno al 60%, almeno tra gli archeologi più formati (circa uno su due vanta un titolo superiore alla laurea).” (vedi)

Leggendo tra le righe il proclama del Sindaco Marino, come già stanno facendo i media statunitensi, concludiamo che:

  • senza l’intervento straniero i reperti romani resterebbero nelle casse dei magazzini museali;
  • gli istituti italiani non sono in grado di far fronte tempestivamente e efficacemente alla domanda di ricerca e valorizzazione del nostro Patrimonio Archeologico;
  • le grandi sponsorizzazioni private funzionano solo per prestigiosi progetti rivolti all’estero;
  • in definitiva i nostri operatori culturali valgono meno di quelli stranieri.

Come si nota sulla pagina Facebook della Confederazione Italiana Archeologi ormai “non si delocalizza solo la mano d’opera, si delocalizza l’opera!” (vedi).

Al contrario, le risorse messe a disposizione dall’ENEL avrebbero forse potuto essere impiegate per pagare professionisti nostrani per fare lo stesso lavoro.

Chissà, però, che la prospettiva del Comune di Roma non sia la più lungimirante: visto che per gli archeologi italiani una soluzione, spesso l’unica, per vedere riconosciute le proprie capacità è migrare presso gli istituti di ricerca esteri, inviando i nostri materiali archeologici all’estero faremo in modo di farli sentire “più a casa” mitigando il disagio del fuori sede.

Fonti:

http://www.ignaziomarino.it/the-hidden-treasure-of-rome/

https://www.facebook.com/notes/confederazione-italiana-archeologi/roma-e-larcheologia-non-siamo-a-costo-zero/630762480366436

http://www.professionearcheologo.it/gli-archeologi-nel-paese-dei-balocchi/