INSHALLAH O AIUTATI CHE DIO TI AIUTA? Cancro, stili di vita e cattiva informazione

bandiera italia

 

Di Mario Nejrotti

Potremmo anche dire con Peter O’Toole, indimenticabile interprete di Lawrence d’Arabia: “Nulla è scritto” e gli esseri umani sono protagonisti e causa del loro destino.

Se il sistema sociale e storico è complesso, e causa ed effetto di innumerevoli situazioni sono difficili da individuare e da comprendere, è anche vero che le azioni e le scelte di ogni singolo individuo sono importanti per la sua personale storia di vita e di salute, ma spesso anche per quella degli altri.

Molte polemiche ha destato la notizia, comparsa su Science in un articolo di commento di Jennifer Couzin-Frankel, (vedi) di una ricerca di Bert Vogelstein and Cristian Tomasetti of Johns Hopkins University dei primi giorni dell’anno, anch’essa pubblicata su Science (vedi).

In questo articolo si affermava che la ricerca dimostrava con modelli matematici che il caso, e quindi la sfortuna di ciascun individuo, sarebbe stata implicata in maniera determinante nella genesi dei tumori.

Molte critiche erano piovute sulla prestigiosa rivista fin dall’apparire e dal rimbalzare di testata in testata di questa notizia shock, che metteva implicitamente in crisi ogni politica di prevenzione dei tumori, rilanciando invece la diagnosi precoce, come unica àncora di salvezza per i malati di cancro. Anche Silvio Garattini, dell’Istituto Mario Negri di Milano, aveva messo a fuoco il grave problema di comunicazione insito nella notizia.

Nell’articolo originale non comparivano, infatti, i termini “bad luck” , che invece si trovano nel “pezzo” della giornalista scientifica della prestigiosa rivista.

Lo stesso Paolo Vineis dell’Imperial College di Londra, aveva criticato in maniera più sostanziale la ricerca, riportandola in confini concettuali più corretti e molto meno “sensazionalistici” (vedi) .

È notizia recente, infine, dal Corriere della Sera Salute, Sportello Cancro (vedi) che la stessa Science ha ridimensionato la precedente notizia, facendo sostanzialmente autocritica, pubblicando sei opinioni contrarie ai risultati esposti, scritte da autori diversi di ogni parte del mondo.

Anche la commentatrice Jennifer Couzin-Frankel ha riflettuto sulla difficoltà di comunicare argomenti scientifici e implicitamente ha ridiscusso il suo stesso pezzo. (vedi)

Tutto finito quindi? Verità ristabilita?

Da un punto di vista formale: nulla da eccepire. Ma in sostanza non tutto può tornare a posto.

Sarebbe bello se la comunicazione funzionasse in questo modo: se gira una notizia esagerata o peggio falsa, il suo effetto si esaurisce appena compare la smentita sui mezzi di informazione.

Ma non è così, purtroppo.

Le notizie vengono usate e capite dai lettori a seconda delle loro capacità critiche e delle loro necessità. Oppure vengono assimilate semplicemente a seconda di quello che fa loro più comodo, messo a confronto con la propria cultura e esperienza.

Quanti fumatori, sedentari, obesi, inquinatori, industrie del tabacco e dell’alcol si saranno sentiti giustificati e assolti per il rischio di generare in loro stessi o negli altri il cancro? Quanti “opinionisti” della rete, dell’immagine o della carta stampata avranno amplificato in maniera finalmente motivata la loro fallace opinione che il cancro può venire a tutti, anche a quelli che non fumano, che purtroppo contiene una parte di verità, anche se percentualmente piccola?

Una riflessione sulla comunicazione è d’obbligo.

La prima notizia su Science è stata ripresa da molti in modo acritico, magari “riciclando” solo pezzi scritti da altri, senza alcun approfondimento.

Si è creato quell’”effetto massa” che impedisce di non riprendere una notizia, solo per il fatto che molti l’hanno già data e non si vuole restare esclusi.

Il comune lettore di notizie, generalmente, legge il titolo, forse l’occhiello e poche righe dell’articolo, poi, se non è del settore, se la notizia non è veramente forte o è un po’ “difficile”, passa ad altro.

Ma il concetto “cancro uguale sfortuna” avvalorato da nomi di ricercatori stranieri e di prestigiosi luoghi di studio è ormai passato da titolo e occhiello: da quel momento farà parte del bagaglio culturale diffuso.

A poco serviranno le pur ponderose e corrette spiegazioni degli esperti: le convinzioni sull’utilità della prevenzione e sull’importanza delle proprie scelte e responsabilità nella salute e nella malattia sono state ormai incrinate e messe in dubbio.

La “frittata è stata fatta!”; per continuare ad usare quel registro figurato di cui i giornalisti sembrano non potere più fare a meno per raggiungere coscienze sempre meno critiche, ma molto e diffusamente più impressionabili.

I giornalisti, e in particolare quelli scientifici dovrebbero ponderare molto bene gli effetti “secondari” collegati ad una notizia sui sedimenti culturali della popolazione. Quanto contribuirà a costruire la cosiddetta “opinione pubblica”.

Inoltre, come nel caso descritto, prima di generare il “fenomeno massa” sull’informazione ed essere ricordato da mille testate come il primo che ha dato la notizia, il giornalista dovrebbe pensare anche ai risvolti sociali e politici che alla notizia sono collegati. In questo caso i cittadini, che hanno scorso la notizia, o si sono sentiti sollevati nelle loro potenzialmente dannose scelte di vita, come i fumatori, o hanno pensato di essere stati ingannati da tutti i precedenti inviti a seguire piani di prevenzione, per evitare una malattia che in realtà, parola di cronista, è solo “bad luck”. L’effetto a cui il giornalista avrebbe dovuto pensare potrebbe essere ancora più vasto, anche se di minore evidenza. Il diffondersi di questa nuova convinzione potrebbe provocare addirittura un potenziamento degli investimenti nella diagnosi precoce e ancora maggiore depotenziamento di quelli sulla prevenzione.

Un effetto collaterale più subdolo, ma altrettanto pericoloso potrebbe essere lo “sdoganamento” delle industrie del tabacco, con incremento dei loro affari e della produzione, giustificati inopinatamente dalla scienza (e non sarebbe la prima volta!).

La prudenza, l’approfondimento e la riflessione quando le notizie scientifiche sembrano troppo eclatanti dovrebbero divenire un obbligo assoluto per il giornalista. Il controllo delle notizie in uscita dovrebbe tornare ad essere di stretta competenza di Capo Redattori e Direttori Responsabili. Infine gli Editori dovrebbero ridurre la loro più o meno occulta pressione su chi scrive o va in video, perché sia solo il sensazionalismo delle notizie, purché siano, a garantire di “vendere” e quindi a assicurare il loro intoccabile profitto.

In questa notizia potremmo dire per concludere che il fato, la fortuna, le forze oscure e tutto quello che di magico non può trovare spazio nella Scienza, non c’entrano nulla e che si può ancora condividere la frase latina che recita:”homo faber fortunae suae.”