RACCONTAMI CHE SINTOMI HAI E TI DIRÒ PERCHÉ

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Maria Vittoria si sveglia in piena notte per un dolore alla spalla sinistra. Non sapendo cosa fare cerca su Google uno di quei siti che offrono diagnosi online, inserisce i propri dati anagrafici e i sintomi che la preoccupano.
Antonio è un accanito fumatore, e spesso esagera con l’alcol. Da alcuni mesi soffre di disturbi fisici che teme possano essere riconducibili alle sigarette e all’alcol. Non ne ha mai voluto parlare con il proprio medico. Si è scaricato una app per cercare di capire cosa sta rischiando.

Si stima che siano più di 50 milioni ogni anno le persone che, come Maria Vittoria e Antonio, si affidano a Google, alle app o a qualsiasi altro strumento informatizzato per fare autodiagnosi. Secondo una recente survey del Pew Internet Project, due statunitensi su tre ne fanno uso. Sono strumenti in forte espansione che possono rivelarsi particolarmente utili per quei potenziali pazienti che stanno decidendo se rivolgersi urgentemente a un dottore, oppure per quelle persone ansiose e timide che preferiscono interagire in prima istanza con un computer o smartphone piuttosto che con un servizio di consulenza telefonica o con il medico, o per chi è troppo debole per recarsi in un centro di cura. Sono strumenti che attraggono anche i decisori perché offrono servizi di triage a basso costo. Tuttavia la questione di quanto siano affidabili è da valutare e da tenere presente.

Hannah Semigran della Harvard Medical School di Boston e colleghi hanno interrogato 23 symptom checker disponibili in rete, alcuni firmati da strutture sanitarie anche di un certo prestigio quali la Mayo Clinic, la American Academy of Pediatrics e altri da imprese private più o meno note come WebMD e Symptomate. I symptom checker non fanno altro che avvalersi di sofisticati algoritmi sulla base dei quali porre delle precise domande all’utente al fine di arrivare a un suggerimento diagnostico.

Su The BMJ i ricercatori statunitensi spiegano di averli messi alla prova utilizzando 45 diversi scenari clinici, 15 dei quali richiedevano un trattamento urgente, 15 un trattamento non urgente e i restanti 15 un autotrattamento da parte del paziente senza necessità di una visita medica.  I checker hanno posto la diagnosi corretta al primo posto solo nel 34 per cento dei casi che vanno dal 5 per cento di MEDoctor al 50 per cento di DocResponse,  e tra i primi 20 posti il 58 per cento delle volte con un 33 per cento totalizzato da EarlyDoctor e un 84 per cento  da Isabel.

La prova è stata completata valutando l’affidabilità del triage con cui viene suggerito al “paziente” di rivolgersi a un medico oppure di curarsi da solo a casa.  Anche in questo caso i 23 programmi non hanno primeggiato: in media hanno eseguito un triage corretto il 57 per cento delle volte, con un inquadramento più accurato negli scenari clinici che richiedevano cure urgenti. Quattro checker – iTriage, Symcat, Symptomate e Isabel – hanno sempre suggerito una visita medica.

Visti i risultati Maria Vittoria, Antonio e molti altri utilizzatori dei symptom checker potrebbero perdere fiducia in questi strumenti di autodiagnosi e sentirsi in un certo qual modo orfani. Jeremy Wyatt, direttore della cattedra di ricerca in eHealth al Leeds Insititute of Health Sciences, commenta in un editoriale su The BMJ che sarebbe poco opportuno sostituire in tutto e per tutto l’inquadramento clinico con i symptom checker. Ma sarebbe anche insensato liquidare questi strumenti come “un’innovazione di tendenza per la promozione della salute a basso costo e di scarsa qualità”. Andrebbero invece fatte delle serie valutazioni per poterli tradurre in una reale opportunità globale, mettendone a frutto le potenzialità e riconoscendone i limiti.

Oltre a migliorarne accuratezza e affidabilità andrebbe valutato da chi e come vengono usati, come gli utenti rispondono alla risposta ricevuta e come ottimizzare queste risposte. Infatti, non sempre l’utente segue il consiglio ricevuto. Quindi, una migliore accuratezza di questi strumenti non si traduce automaticamente in una maggiore efficienza nell’utilizzo dei servizi di emergenza e cure primarie. Maria Vittoria potrebbe non aver seguito il consiglio ricevuto e aver deciso di andare comunque al pronto soccorso per poi tornare a casa con una diagnosi di banale contrattura muscolare.

Andrebbe inoltre considerato perché i pazienti si affidano a questi strumenti. Raccontare i propri sintomi a un monitor è molto più semplice per quei pazienti come Antonio ansiosi o in imbarazzo a confidarsi con il proprio medico. Ma è anche vero che un sistema computerizzato non è ancora in  grado di leggere l’emotività che viene data nella narrazione dei sintomi, né può sostituire il colloquio clinico con il paziente da parte del medico che dovrebbe prestare attenzione al punto di vista soggettivo del paziente e considerare i sintomi non soltanto da una prospettiva strettamente patologica.

Ricordando la CARE collaboration lanciata dal pioniere dell’evidence based medicine David Sackett, Wyatt commenta che sono necessarie nuove evidenze sulla descrizione dei sintomi: parte essenziale sia delle competenze cliniche sia degli strumenti di self management. Tutto sommato, generare una base di conoscenze sulla performance predittiva dei sintomi potrebbe servire non solo allo sviluppo di una nuova generazione di strumenti di autotriage di alta qualità, ma anche all’educazione clinica dei medici e all’autodiagnosi dei pazienti.

Un’utile base di conoscenza per accorciare la distanza tra il desiderio del paziente e la risposta della medicina auspicata dallo stesso Sackett.

 

Bibliografia

Semigran HL, Linder JA, Gidengil C, Mehrotra A. Evaluation of symptom checkers for self diagnosis and triage: audit study. BMJ 2015; 351 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.h3480 (Published 08 July 2015)
Wyatt J. Fifty million people use computerised self triage. BMJ 2015; 351 doi: http://dx.doi.org/10.1136/bmj.h3727 (Published 08 July 2015)