CODICE GENETICO E CODICE POSTALE: QUALE CONTA DI PIÙ?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Due ottime notizie. La prima: l’American Heart Association ha curato uno Scientific Statement dedicato ai determinanti sociali delle malattie cardiovascolari che è stato pubblicato lo scorso mese di agosto sulla rivista della società, Circulation. La seconda: il documento è accessibile gratuitamente sul sito del periodico. “C’è una crescente consapevolezza sulla disomogeneità con cui i benefici ottenuti grazie ai progressi nella prevenzione e nella terapia delle cardiovasculopatie sono stati distribuiti all’interno della popolazione degli Stati Uniti, a seconda dello status economico, della razza e dell’etnia”, si afferma nel documento. “Il complessivo benessere della popolazione non può migliorare se parte dei cittadini non beneficia dei risultati ottenuti (…) La premessa di questo lavoro scientifico è che, attualmente, le opportunità più significative per ridurre la mortalità e la disabilità per malattie cardiovascolari negli USA sono riposte nella capacità di intervenire sui determinanti sociali degli esiti cardiovascolari” (1).

Il documento ha colto di sorpresa chi ha da tempo coltivato uno sguardo critico sull’atteggiamento delle società scientifiche americane – e più in generale sulla cosiddetta “Medicina Accademica” – che troppa attenzione dedicherebbe alle novità della tecnologia – dai dispositivi medici ai medicinali –  e troppo poca agli aspetti culturali e sociali che influiscono sulla salute. A dire il vero, non manca la dialettica tra quelli che potremmo definire due fronti in certa misura contrapposti: proprio il New England Journal of Medicine – rivista che per prestigio e diffusione rappresenta con il JAMA la tribuna più ascoltata della Sanità a stelle e strisce – ha dato recentemente spazio ad un commento critico sulle prospettive indicate dalla Medicina di Precisione sottolineando invece l’importanza di un approccio più vicino alla Medicina di comunità: “Intervenire sui determinanti sociali della salute e sulle disuguaglianze sociali presenti negli Stati Uniti è probabile possa dare molti maggiori benefici dell’erogare ogni ipotizzabile quantità di prove da sforzo, farmaci per la riduzione del colesterolo o stent coronarici” (2).

Oltre alla posizione dei due bioeticisti della Columbia e di Boston altre voci meno conosciute – ma non per questo meno ascoltate – hanno sostenuto l’importanza di non ridurre la Medicina agli avanzamenti della tecnica: “La sfida che ci troviamo ad affrontare per migliorare la salute della popolazione – ha scritto su un blog molto seguito il medico di famiglia Kenny Lin – non c’entra con le nuove frontiere della scienza e della biologia molecolare. Ha a che fare con lo sviluppo di una visione e della volontà di intervenire su alcune persistenti realtà sociali e richiede di concentrarsi sui fattori che più contano nel determinare la salute della gente” (3).

The health gapL’opportunità di riflettere ulteriormente su questi argomenti viene oggi dalla pubblicazione di un libro importante, The health gap, scritto da Sir Michael Marmot, un’autorità indiscussa nell’ambito delle politiche sociali e sanitarie (4). Nel corso della presentazione del volume presso la sede della British medical Association, Marmot ha ricordato come esistano enormi differenze nella salute tra diversi paesi e all’interno di una stessa nazione. Non è una semplice questione di diversità tra realtà ricche e realtà povere o tra nazioni “avanzate” o – come si diceva un tempo con ottimismo – in via di sviluppo. Un cittadino povero di Glasgow è ricco rispetto ad un cittadino indiano, ma non solo: l’aspettativa di vita del secondo è di 8 anni più breve. L’indiano soffre e morirà precocemente per le malattie infettive legate alla sua povertà; il cittadino di Glasgow rischia una morte violenta, di soccombere alla tentazione del suicidio, o per le malattie cardiache in agguato legate agli svantaggi di un Paese ricco. In tutti i paesi, le persone svantaggiate dal punto di vista sociale soffrono di un analogo svantaggio dal punto di vista della salute. Nell’ambito di uno stesso paese, più elevato è lo status sociale degli individui e migliore è la loro salute.

Non bastassero queste evidenze, la ricerca epidemiologica ne aggiunge di nuove. Uno studio di un’economista dell’Università di Copenhagen ha messo in evidenza gli effetti inquietanti sulla salute di un paese in difficoltà economica come l’Islanda: i neonati  in un periodo di “crisi” hanno un peso di 120 grammi inferiore alla nascita rispetto ai controlli, una probabilità del 3,5% più elevata di basso peso alla nascita e una maggiore probabilità complessiva di soffrire di disturbi neonatali (5).

Queste disuguaglianze sanitarie non si possono comprendere fino in fondo affidandosi alle spiegazioni abituali. Inoltre, l’approccio convenzionale alla salute tende a enfatizzare l’importanza di soluzioni tecniche – una assistenza medica più efficace, migliori servizi igienico-sanitari o il controllo dei vettori della malattia –  o a sollecitare interventi sui comportamenti – come il fumo o il consumo di alcolici – che sappiamo legati all’obesità, diabete, malattie cardiache e cancro. Questo non è sufficiente. Piuttosto, è necessario creare le condizioni perché le persone possano condurre una vita migliore e l’empowerment dei singoli e delle comunità è la chiave per la riduzione delle disuguaglianze sanitarie.

Ciò che rende intollerabili queste disuguaglianze sanitarie – sostiene Marmot –  è che le prove da tutto il mondo dimostrano che sappiamo cosa fare per ridurle.

Bibliografia

  1. Havranek EP, et al. Social Determinants of Risk and Outcomes for Cardiovascular Disease A Scientific Statement From the American Heart Association. Circulation 2015; 132.9:873-98.
  2. Bayer, Ronald, and Sandro Galea. “Public Health in the Precision-Medicine Era.” New England Journal of Medicine 2015; 373: 499-501.
  3. Lin K. Why precision medicine threatens population health. Common Sense Family Doctor blog, 1 settembre 2015. – Consultato il 7 settembre 2015.
  4. Marmot M. The health gap. London: Bloomsbury, 2015 – Consultato il 15 settembre 2015.
  5. Doward J. Babies born in a recession have a worst health. The Guardian, 29 agosto 2015. – Consultato il 4 settembre 2015.