LA RICERCA CHE CONTA? QUELLA CHE GIOVA ALLA SALUTE DELLE PERSONE

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Nove mesi è il tempo classico per preparare la nascita di qualcosa di memorabile: tanto è durato il periodo di pubblicazione di una serie di contributi che, sul JAMA, hanno offerto una panoramica tanto autorevole quanto completa del futuro della medicina e dei percorsi delle scoperte scientifiche. La conclusione di questa gestazione è in un contributo di John P. Ioannidis (1) del Meta-Research Innovation Center dell’Università di Stanford in California, che va oltre la risposta alla domanda presente già nel titolo: è possibile riconoscere una scoperta scientifica di primaria importanza?

Per comprendere appieno il messaggio dell’autore è bene inserirlo nel contesto degli interventi che lo hanno preceduto, almeno consultando l’introduzione dei direttori della rivista (2). Serve comunque sapere che il clima generale è ottimista e la convinzione condivisa da molti è che il futuro riserva grandi cose, soprattutto grazie a quella “medicina di precisione” per la quale l’amministrazione statunitense ha preannunciato formidabili stanziamenti economici (3). Ioannidis, invece, è prudente e avverte subito che “pochi progressi nelle scienze biomediche si concretizzano in benefici per la salute e, anche nel caso dei successi della ricerca, il percorso di traduzione di una scoperta alla clinica dura diversi decenni”.

Ma andiamo per gradi. Il primo avvertimento di Ioannidis ai lettori riguarda la forma: difficilmente possiamo attenderci un impatto rilevante dai risultati della ricerca formalizzati nel classico articolo strutturato secondo l’IMRAD (Introduzione – Metodi – Risultati – [and] –Discussione). Questa prima forte affermazione è l’ennesima conferma della scarsa fiducia dell’autore in una letteratura scientifica in gran parte superflua, ridondante e condizionata da mille interessi diversi (4). Ancora: i grandi progressi della medicina li dobbiamo alla ricerca di base? Anche in questo caso, la risposta è negativa e Ioannidis rinuncia alla diplomazia accennando in modo critico addirittura al contributo – uscito nella stessa serie del JAMA – di Francis Collins, nel quale il direttore dei National Institutes of Health affermava che quello che si è da poco aperto sarà il secolo della biologia. “La glorificazione della biologia – scrive Ioannidis – è un ideale che dura dal Novecento e che ha alimentato il dominio delle scienze biologiche nei finanziamenti e nel riconoscimento della loro supremazia tra le discipline sanitarie. Non è chiaro – prosegue – se questo primato sia giustificato o se rifletta semplicemente la maggiore capacità di lobbying degli scienziati di base rispetto a quella dei ricercatori il cui lavoro influisce sugli esiti sanitari”.

Se articoli come questo fossero declamati in uno stadio alla presenza di due tifoserie contrapposte, dopo un’affermazione del genere la curva dei medici esploderebbe. Colpo da ko, ma l’abilità e il tatto di Ioannidis emergono nell’offrire una via d’uscita a Collins e, più in generale, a chiunque guardi a specifici ambiti di ricerca – dall’informatica alla chimica, dalle nanotecnologie all’elettronica – come ai driver potenziali del futuro di successo della medicina. Tutto il lavoro condotto in queste aree potrà servire se inteso in un’ottica di rete, di feconda contaminazione (cross-fertilization) tra progetti, evitando la tentazione di isolarsi o di creare micromondi autoreferenziali.

Cosa dire, poi, dei progressi della genetica? “Hanno salvato poche vite umane, fino ad oggi, e le prospettive non sono incoraggianti”. Difficile non essere d’accordo guardando per esempio ai vantaggi ancora marginali delle terapie oncologiche personalizzate. La ricerca di base che conta – a parere di Ioannidis – è quella che promuove e svolge ampi studi controllati randomizzati, ne applica le indicazioni seguendo la metodologia della evidence-based medicine.

Bisogna guardare ai risultati concreti, insomma, e l’osservazione pragmatica della realtà ci dice che “l’aspettativa di vita è – sì – aumentata, ma è poco probabile che la ricerca in biologia sia responsabile di una parte rilevante di questo miglioramento”. Lo dobbiamo, piuttosto, alla riduzione dell’abitudine al fumo, al controllo dei valori pressori, al contrasto dell’inquinamento, all’aumento dell’attività fisica, al miglioramento delle abitudini alimentari, al maggior numero di donne che allattano al seno e agli interventi sulla salute materno-infantile, a quanto è stato fatto per rendere migliori le condizioni igieniche. E la salute delle persone potrebbe migliorare insieme ad ulteriori progressi nelle comunicazioni, nei trasporti, nell’informatica e più di recente nella diffusione degli smartphone. Ad interventi sui determinanti socio-economici, alla riduzione delle disuguaglianze e dei conflitti su scala mondiale e al calo della violenza. È questa la strada che può portare ad aggiungere altri anni alla vita e altra vita agli anni.

Secondo alcuni – anche personalità autorevoli come Ronald Bayer, docente di Bioetica alla Columbia University, e Sandro Galea, della Boston University – è una strada resa più impervia dai grandi finanziamenti preannunciati in favore della medicina di precisione (5). La correzione di questa rotta dipende più dalla Politica che dalla Scienza.

 

Bibliografia

  1. Ioannidis JPA. Is it possible to recognize a major scientific discovery? JAMA 2015; 314: 1135-7.
  2. Fontanarosa PB, Bauchner H. Scientific discovery and the future of medicine. JAMA 2015; 313: 145-6.
  3. Vedi il portale nei National Institutes of health – www.nih.gov/precisionmedicine – Consultato il 26 settembre 2015.
  4. Ioannidis JPA. Why most published research findings are false. PLoS Med 2005; 2: e124.
  5. Bayer R, Galea S. Public health in the Precision-medicine era. New Engl J Med 2015; 373: 499-501.