FINE 2015: LA MALARIA, STAR DELLA RICERCA BIOMEDICA

Di Nicola Ferraro
La malaria (vedi) e (vedi) è una delle parassitosi umane meglio conosciute da un punto di vista biologico. Ma nonostante questo la ricerca continua perché tale patologia costituisce ancora una minaccia reale per il 40% della popolazione umana. Infatti ogni anno, al suo tristissimo bilancio sanitario, si aggiungono mezzo miliardo di neo infettati e un milione di morti: un bollettino nemmeno da guerra ma da apocalisse.
Mentre molti laboratori (alcuni anche in Italia, vedi e vedi) hanno contribuito alla messa a punto di un vaccino giunto alla fase III della sperimentazione clinica per debellare questa parassitosi, gli studi specifici offrono spesso notizie del tutto inattese. A volte si tratta di vere e proprie sorprese, a volte di possibilità operative che sembrano rimandare alle atmosfere lugubri del film “Il gabinetto del dottor Caligari” (vedi) e (vedi), antesignano di tutti i film gotici e dell’orrore.
La sorpresa riguarda la modalità d’esordio della malattia che inizierebbe con un coinvolgimento del fegato: di seguito la notizia diffusa in Rete da Quotidianosanità (vedi) e l’abstract dell’articolo originale (vedi) al quale il contributo italiano fa riferimento.
La nuova possibilità operativa è invece destinata a sollevare un vespaio di polemiche sia per la natura biotecnologica della metodica usata, sia per gli incontrollabili riflessi ecologico-ambientali che questa comporterebbe. In pratica esiste la possibilità di eliminare la capacità di inoculare negli umani il plasmodio malarico in una delle specie di zanzare responsabile della diffusione della malattia: basterebbe favorire, nelle zone malariche, la sostituzione con questa specie incapace di diffondere la malattia le specie di zanzare in grado di farlo.
La tecnica usata per modificare il genoma della zanzara è recentissima. Viene definita con un acronimo composto, CRISPR/CAS9 (vedi, vedi), e da subito ha scatenato accese dispute bioetiche e morali in quanto tale metodica è applicabile anche al genoma umano (vedi).
Ai pericoli “oggettivi” di natura ecologica ed ambientalista si addensano quindi su questa tecnica di manipolazione del DNA angosce, spettri e molti luoghi comuni. Molti ricercatori ritengano ad esempio che in Cina il livello del confronto morale su tali pericoli sia troppo basso se non nullo. Anzi, un’opinione non si sa quanto minoritaria ed attendibile, ritiene che la Cina sia fortemente intenzionata ad utilizzare tale tecnica per “bioingegnerizzare” proprio l’uomo.
Sembra evidente il passaggio di testimone, dall’Urss alla Repubblica Popolare Cinese, di tutta la cattiva coscienza medico-biologica: una sorta di impalpabile e quindi indicibile anima nera della ricerca scientifica che sembra circolare in modo carsico nei laboratori biomedici occidentali ma che riguarda sempre la ricerca svolta in realtà culturali poco conosciute e quindi avvolte da un manto di mistero esotico e sempre negativo. Una deriva culturale che si potrebbe forse arginare incrementando il livello delle conoscenze più in generale culturali dei ricercatori, facendoli magari uscire dalla mitologica, inarrivabile torre d’avorio dove alcuni (si direbbe sempre meno, per fortuna) credono di lavorare.