LE LEGGI DELLA MEDICINA

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

The best books don’t begin as books”. Ne è convinto Siddharta Mukherjee, un oncologo statunitense della Columbia University di New York. Nessun dubbio che sia un bravo medico ma di sicuro è uno scrittore straordinario, al punto che nel 2011 è riuscito a vincere il Premio Pulitzer per la saggistica con il libro Cancer: the emperor of all maladies (1) (in Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Neri Pozza con il titolo “L’imperatore del male: una biografia del cancro“). Non bastasse, il libro è stato nominato dalla rivista Time tra i 100 più importanti scritti degli ultimi 80 anni tra quelli in lingua inglese.

The laws of medicineI libri migliori nascono come riflessione, spesso a partire dalla propria vita: è questo il caso dei libri di Siddharta (nome tanto comune in India, paese natale di Mukherjee, quanto propiziatorio di un successo editoriale). A “L’imperatore del male” ha fatto seguito un altro piccolo volumetto che a dispetto delle dimensioni contenute è probabilmente ancora più ambizioso del precedente: “The laws of medicine” (2). A conferma che certe avventure di carta prendano forma da attività diverse, il libro nasce in una collana della Simon & Shuster collegata alle TED Talks, le conferenze che sono ormai diventate il simbolo della comunicazione postmoderna.

I libri migliori nascono da altri libri. Mukherjee ha voluto raccogliere la sfida lanciata quasi 40 anni fa da un altro medico americano, lo psichiatra Stephen Bergman (3), che con il nome di Samuel Shem aveva pubblicato un romanzo di strepitoso successo: “La casa di Dio”, se vogliamo chiamarlo col titolo dell’edizione italiana proposta da Feltrinelli solo molti anni dopo. Le leggi dell’ospedale descritto da Bergman erano il tentativo di mettere ordine in una realtà devastata e, soprattutto, devastante. Per i malati, innanzitutto, e soprattutto per gli smàmmali (con l’accento sulla prima “a”), vale a dire per tutti quei pazienti a cui la malattia aveva sottratto la dignità umana.

“Gli smàmmali non muiono”, recitava la legge numero 2. Perché vivere è la condanna loro e di chi ha l’onere di doverli assistere. Il punto di osservazione del medico narratore era quello di una persona capace di conservare un’assoluta lucidità in condizioni di totale disperazione. Talmente vulnerabili da crisi di panico, medici e infermieri, che la terza legge raccomandava: “In caso di arresto cardiaco, la prima cosa da fare è prendere il proprio polso”. Sì, il proprio nel senso del polso del medico, non del paziente, ricordando però (legge numero 4) che comunque vada è il paziente ad essere quello malato e non altri.

Tanto arrembante “La casa di Dio” quanto riflessivo il libro di Mukherjee, che muove da una convinzione: se la medicina è una scienza al pari della fisica o della biologia, come le altre discipline deve ammettere l’esistenza di leggi che la ordinano. Leggi che possono disorientare, a partire da quella secondo cui “A strong intuition is much more powerful than a weak test”. Confessiamolo: venendo da quasi 25 anni di medicina delle prove, di efficacia e sicurezza valutate attraverso studi sperimentali possibilmente robusti e rigorosi, una rivalutazione dell’intuizione clinica può risultare spiazzante. Ma il messaggio è chiaro: anche le informazioni o i dati più affidabili devono essere passati al filtro del contesto, devono essere considerati alla luce dell’esperienza.

Dunque, la ricerca clinica è sì, la premessa fondamentale dell’agire del medico, ma anche i suoi risultati devono essere letti con intelligenza. Da qui un’altra legge: “Normals teach us rules; outliers teach us laws”. Di comprensione non immediata, merita un esempio. Le sperimentazioni cliniche condotte in ambito oncologico – per restare nel campo dell’autore – mostrano le dinamiche della risposta dei pazienti alle terapie, talvolta confortandoci su risultati positivi misurati attraverso la remissione o la maggiore sopravvivenza di alcuni gruppi di malati. Ebbene: i pazienti che rispondono ai trattamenti ci dettano le regole: ma la chiave per avvicinarci alla soluzione dei problemi ci può essere data solo dagli outliers, dall’esame approfondito delle caratteristiche biologiche e biografiche di chi non ha risposto alle cure.

“Può sempre andare peggio” recita l’ottava legge della “Casa di Dio”. Sì, al peggio non c’è mai fine (come si dice da noi) e la fetta di pane imburrata cade sempre dalla parte sbagliata, come sostiene un’altra legge, questa volta di Murphy. Anche perché: “For every perfect medical experiment there is a perfect human bias”.

Un libro da leggere (è breve, si fa presto) e da rileggere. Da commentare con i colleghi e con gli amici. Da discutere anche con i familiari, per contribuire a spiegare quanto può essere complicato vivere da medico.

Bibliografia

  1. Mukherjee S. Cancer: The emperor of all maladies. New York: Scribner, 2011
  2. Mukherjee S. The laws of medicine. New York: Simon & Shuster, 2014
  3. The house of God. Wikipedia, the free encyclopedia