MEDICI ANZIANI SOTTO CONTROLLO

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

La popolazione anziana continua a crescere, anche all’interno della professione medica. Negli Stati Uniti un medico su quattro ha superato la soglia dei 65 anni, in Canada uno su 10. Nel nostro Paese la maggior parte dei medici di medicina generale è over55, quelli con meno di 40 anni sono la minoranza. L’età anagrafica dei professionisti sanitari diventa sempre più rilevante, considerati i continui cambiamenti tecnologici e tecnici in medicina e in Sanità che richiedono una sempre maggiore capacità di adattamento  al nuovo. A questo si aggiunge l’eventuale difficoltà di integrazione tra generazioni diverse dei professionisti della salute, un aspetto già affrontato su Torinomedica.org (Tempo di crisi: guerra tra generazioni).  Una recente indagine condotta dal centro studi della Fimmg (1) ha rilevato da parte dei medici di medicina generale italiani “un atteggiamento propositivo e di disponibilità ad accettare le sfide che i nuovi scenari organizzativi e operativi propongono”.  Ancora: “un ampio consenso viene registrato rispetto a programmi di integrazione lavorativa tra i medici più anziani e quelli più giovani, dove i primi possano trasferire la loro esperienza e svolgere una funzione di tutoraggio sugli altri”.

Ben venga quindi la disponibilità a rinnovarsi e integrarsi. Ma la questione non si esaurisce qui. Società scientifiche, policy maker, assicurazioni e associazioni di pazienti si interrogano  su quale sia il limite entro cui un medico può continuare a fare bene il medico, cioè può garantire la sicurezza per i pazienti e la qualità delle cure, e su come valutare quando sia il momento di appendere il camice al chiodo. In fin dei conti tutte le professioni che hanno un impatto sulla sicurezza delle persone hanno un limite di età per lo svolgimento del proprio lavoro: ad esempio, per i piloti di aerei commerciali è obbligatorio sottoporsi a controlli periodici superati i 40 anni e ritirarsi dal loro incarico una volta compiuti i 65 anni. È plausibile infatti che diversi fattori associati all’invecchiamento possano impattare sui processi analitici, quali calo della memoria, declino della acuità visiva e rallentamento delle operazioni mentali. Dall’indagine della Fimmg emerge che quattro medici italiani su 10 valutano positivamente il fatto che in alcuni Paesi i colleghi siano sottoposti a controlli periodici sull’abilitazione alla professione (1).

Oltre oceano l’American Medical Association si sta attrezzando per sviluppare delle linee guida preliminari per testare le competenze di medici anziani a fine carriera, verosimilmente con valutazioni periodiche sulla salute fisica e mentale, test neurocognitivi e revisioni delle cure cliniche erogate. Si tratterebbe di una forma di tutela non solo dei pazienti, spiega l’Associazione statunitense, ma anche dei medici per continuare ad esercitare la propria professione fino a quando è possibile e non fino a una determinata soglia di età.

Ma sul JAMA Joel Kupfer della University of Illinois College of Medicine Peoria (2) si chiede se questa sia la via migliore da intraprendere, se i test neurocognitivi rappresentino davvero il migliore strumento di screening e, infine, se una valutazione adeguata non dovrebbe tenere conto anche dell’insieme delle condizioni strutturali e organizzativi del contesto lavorativo clinico. Alcuni studi hanno rilevato un’associazione tra aumento dell’età anagrafica del medico e calo della performance clinica. Kupfer è dell’idea che la ricerca in tale ambito sia inconclusiva e che l’età dei medici potrebbe essere meno influente sulla performance clinica di quanto si pensi.  In sintesi, “considerare l’età come il solo criterio di valutazione potrebbe limitare molto la capacità che i programmi di valutazione delle competenze hanno di migliorare la qualità e la sicurezza del paziente”. Avrebbe quindi più senso, nonché valore, individuare degli standard nazionali  per una misura della competence medica centrata sul paziente e sulla base del raggiungimento di determinati outcome in funzione di diversi fattori tra cui il livello professionale, la specializzazione e il modello del sistema salute in cui opera il medico di oggi.

Le funzioni cognitive – commenta Kupfer – non sono lineari ma possono cambiare nel tempo ed essere condizionate da diversi fattori indipendenti dall’età. Il contesto lavorativo può incidere sullo stress dei medici e conseguentemente sulle loro performance cliniche: i turni di lavoro, il numero di pazienti visitati a settimana, le incombenze burocratiche, la registrazione elettronica dei dati clinici, le email dei pazienti a cui dare un risposta che aggiungono lavoro al lavoro. L’insieme di questi fattori, più dell’anagrafica del singolo medico, influiscono sulle abilità cliniche e sulla sicurezza e qualità delle cure.

Ai medici più anziani vanno riconosciute abilità e competenze cliniche che sono frutto di anni e anni di pratica, ai giovani medici la vitalità e l’innovazione. Citando un proverbio africano: il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada. “Invece di isolare i medici in età avanzata – conclude Kupfer – andrebbero sviluppati degli standard di valutazione applicabili a tutti i medici – indipendentemente dall’età, in qualsiasi momento e luogo della loro professione”.

Bibliografia

  1. Centro studi nazionale FIMG. Anche i medici invecchiano. Problemi emergenti e sfide per i medici di medicina generale. Indagine campionaria 2015.
  2. Indagine Fimmg. Medici di famiglia sempre “più vecchi”. Quotidianosanità.it 09.10.2015
  3. Competency and retirement: Evaluating the senior physician. AMA Wire 29.05.2015
  4. Kupfer JM. The graying of US physicians. Implication for quality and the future supply of physicians. JAMA 2015; published online 28 december