Alfabetizzazione digitale: tra ritardi e segni positivi

Di Luca Mario Nejrotti

A breve distanza dalla pubblicazione dei dati Istat sull’uso di Internet da parte di cittadini e imprese in Italia (vedi), torna alla ribalta il grado di accesso e fruizione delle nuove tecnologie (definito “alfabetizzazione digitale”) da parte della nostra popolazione, nelle dichiarazioni del Ministro Padoan da Davos (vedi).

Il ritardo italiano.
“Il ministro Padoan, a margine di incontri che vertevano anche su nuove tecnologie e sul loro impatto sulla crescita:«c’è consenso sul fatto che le prospettive di crescita offerte dalle nuove tecnologie siano maggiori di quanto si legga», l’Italia «deve colmare il ritardo ed è uno dei temi su cui l’impegno del governo si rafforzerà».”
Posto che definire l’ICT (Information and Communications Technology) una “nuova tecnologia” è di per sé un indice di ritardo (internet è accessibile dagli anni ’90 del XX secolo), in una nazione in cui il modo più sicuro, e a volte l’unico, di dialogare con enti e amministrazioni è il fax (diffuso capillarmente dagli anni ’80 del XX secolo, ma inventato alla fine degli anni ’20, vedi), i dati Istat sembrano comunque timidamente confortanti.

Internet in Italia.
Le stime Istat per il 2015 valutano una crescita delle famiglie che si connettono a internet in banda larga mentre resta sostanzialmente stabile la quota delle imprese.
I più giovani usano di più questo sistema di comunicazione e le piccole imprese mostrano un minore grado di digitalizzazione.
È molto interessante il fatto che la maggioranza degli utenti di internet lo utilizzino per accedere a contenuti culturali (71%). Cresce anche l’utilizzo dei social media, anche a scopo di marketing, mentre ormai la maggioranza delle imprese con più di 10 addetti ha un proprio sito internet.
Anche l’uso di tecnologie destinate all’ottimizzazione degli aspetti amministrativi (per esempio la fatturazione elettronica) è in crescita, ma, date le scarse competenze digitali all’interno delle imprese stesse, soprattutto di quelle piccole, “il 60,7% delle imprese con almeno 10 addetti ricorre a personale esterno per le funzioni ICT e solo il 12,5% sceglie di svolgerle per lo più con addetti interni all’impresa o al gruppo.”

Sicurezza e diffidenza.
La diffidenza nei confronti della sicurezza di internet in Italia è molto forte, e penalizza la quantità di transazioni on line: “aumenta rispetto al 2014 la quota di internauti che hanno effettuato acquisti online (da 45,9 a 48,7%) e quella di imprese che vendono online (da 8,2 a 10%), in quest’ultimo caso rimane il divario tra piccole e grandi. L’Italia è lontana dagli obiettivi europei 2015 che fissano al 33% la quota di PMI che hanno effettuato vendite online nell’anno precedente per almeno l’1% del fatturato totale e al 50% la quota di popolazione di 16-74 anni che ha fatto acquisti online negli ultimi 12 mesi; gli indicatori oggi sono rispettivamente a 6,5% e 26%.”
Addirittura il 54,3% del campione Istat non ha svolto alcune attività online per problemi di sicurezza.

Punti di vista.
Un quadro in crescita è sempre relativamente positivo, ma le criticità sono comunque evidenti. In particolare, “Il Sole 24 Ore” (vedi) pone l’accento sulle difficoltà di accesso dei cittadini e delle imprese alla banda larga, in particolare per le regioni del meridione. Discriminante in questo senso è il titolo di studio: i nuclei famigliari in cui si trova almeno un laureato generalmente hanno accesso alla banda larga (89,4%) fissa o integrata da dispositivi mobili. Allo stesso modo, un fattore di grande importanza è la presenza di almeno un minorenne, fatto che, ovviamente, rassicura sulla diffusione futura delle tecnologie di informazione e comunicazione.

Fonti:
http://www.istat.it/it/archivio/176914
http://www.corriere.it/economia/16_gennaio_23/padoan-critica-vigilanza-bce-gestione-poco-accorta-f074c764-c1cf-11e5-b5ee-f9f31615caf8.shtml
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-12-21/istat-famiglia-tre-non-ha-accesso-internet-105504.shtml?uuid=AC9vSKxB&refresh_ce=1