AL POSTO DEL MEDICO: HA SENSO VEDERE LA TECNOLOGIA COME UN RISPARMIO?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Un sondaggio sui medici ospedalieri del servizio sanitario inglese ci dice che l’81 per cento degli intervistati sta riflettendo sulla possibilità di anticipare il proprio pensionamento. Troppa pressione sul lavoro, troppe poche soddisfazioni, troppo stress. Un disagio diffuso, caratterizzato da disturbi dell’umore, del sonno, irritabilità. Un disagio che si riflette sulle relazioni con i colleghi e con gli utenti ma soprattutto con i propri familiari (1).

Da parte delle istituzioni giungono le solite rassicurazioni. Il personale sanitario è la risorsa più preziosa per il sistema. È la risposta di prammatica ma c’è chi pensa che promuovere la gratificazione delle risorse umane in dotazione non sia più tra gli obiettivi dei sistemi sanitari dei paesi cosiddetti avanzati. Il lavoro dipendente, infatti, rappresenta una delle voci di maggiore spesa per la sanità e la tentazione di ridurre lo staff per abbassare i costi è sentita in molti paesi. Lo conferma un articolo uscito su The Conversation, un sito internet australiano, che illustra alcuni tentativi di adottare soluzioni tecnologiche per rendere superflue alcune posizioni professionali (2).

Nell’ambito della diagnostica le scorciatoie sembrano a portata di mano: centralizzazione dei servizi di elaborazioni dell’imaging e interpretazione remota degli esami. La società Thyrocare Technologies di Mumbai, in India, processa ogni sera 100 mila test diagnostici trasmessi digitalmente da ogni parte del paese, garantendo una risposta al paziente entro 24 ore dal prelievo. È solo uno dei tanti esempi di delocalizzazione di procedure: i fautori di questa “soluzione” garantiscono risultati eccellenti non solo in termini di contenimento della spesa ma anche – se non soprattutto – di qualità delle performance.

Quanto maggiore è la mole di dati analizzati da un sistema informatico, tanto maggiore sarà la capacità del sistema stesso di perfezionarsi nel proprio funzionamento. Se vediamo l’interpretazione diagnostica come una funzione di pattern recognition (in altri termini di riconoscimento e assegnazione di quanto osservato a modelli di patologia predefiniti), un sistema esperto arricchirà continuamente il proprio database grazie all’archiviazione intelligente di nuovi dati.

Tutto questo nel migliore dei mondi possibile. Nella realtà, oltre ai rischi insiti in qualsivoglia “automazione” di processi, sarà interessante verificare se queste novità non favoriranno l’aumento della richiesta di esami non sempre giustificati. Negli ultimi due anni, nella sola Australia sono state eseguiti più di 33 milioni di esami diagnostici: ogni medico è stato chiamato a interpretarne un numero sette volte superiore a quello di 5 anni fa. La domanda è se, in cerca di una maggiore sostenibilità, la direzione non sia piuttosto quella di prescrivere test con maggiore accortezza.

Mantenendo quella coesione delle diverse componenti della presa in carico della persona malata – colloquio, approfondimenti diagnostici, terapia, follow-up – che una sempre maggiore delocalizzazione e parcellizzazione dei percorsi rischia probabilmente di compromettere.

 

Bibiografia 

  1. Campbell D. NHS workplace stress could push 80% of senior doctors to early retirement. Guardian 2015; 10 settembre. Ultimo accesso 10 febbraio 2016.
  2. Crawford R, Jaiprakash A, Roberts J. Digital diagnosis: intelligent machines do a better job than humans. The Conversation 2016; 17 gennaio. Ultimo accesso il 10 febbraio 2016.