SOCIETÀ SCIENTIFICHE: SE FOSSERO TROPPE?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Quando usciva il 56 mia nonna diceva sottovoce: “La caduta”. Non c’era proclamazione, nel segnalare l’associazione dei numeri ai simboli della Smorfia napoletana: piuttosto, una rassegnata constatazione. La stessa che in una tombola di oggi, magari in una Befana tra medici, potrebbe suggerire una chiosa diversa: “Cinquantasei [pausa] Società scientifiche ginecologiche”.

Questo è il numero, infatti, delle associazioni professionali italiane in ambito ostetrico e ginecologico censite da quattro autori italiani afferenti ad altrettante istituzioni universitarie e ospedaliere di Milano. Hanno svolto uno studio – tanto semplice nella metodologia quanto accurato nello svolgimento – che aveva come obiettivo principale quello di verificare il numero delle società scientifiche OB-GIN italiane e se l’impressione di un progressivo incremento corrispondesse alla realtà. La seconda finalità della ricerca era quella di valutare il livello di trasparenza delle informazioni messe a disposizione degli iscritti e degli utenti dei siti web associativi, soprattutto riguardo i possibili conflitti di interesse e i finanziamenti delle industrie alle attività delle società e allo sviluppo e alla erogazione di eventi di formazione residenziale e a distanza.

Il primo risultato lo abbiamo dunque già anticipato: nelle due discipline studiate le società sono 56. Di queste, però, alcune sono private, altre ad orientamento prevalentemente religioso o politico e altre ancora sostanzialmente non più attive. Possiamo al dunque contare su 47 società scientifiche che spaziano dalla contraccezione alla infertilità, dalla ginecologia dell’infanzia e dell’adolescenza alla menopausa. Quasi tutte le associazioni organizzano congressi e propongono agli iscritti eventi accreditati dal Programma nazionale di Educazione continua in medicina. Circa 1/4 dei siti societari ospita pubblicità di industrie e 1/5 delle associazioni prevede simposi satellite nel contesto del proprio congresso nazionale. In nessuno dei siti web analizzati è presente una dichiarazione relativa ai conflitti di interesse dei membri dei comitati scientifici delle società e nessuna associazione sembra aver messo a punto e pubblicato un documento che spieghi la politica seguita nei rapporti con le industrie.

Gli autori hanno prestato particolare attenzione ai siti delle due associazioni principali: la Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO) e l’Associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani (AOGOI). In entrambe le risorse le fonti di finanziamento non sono descritte con chiarezza; talvolta, la pubblicità delle industrie non è distinguibile dai contenuti scientifici; nel sito della SIGO sono pubblicati contenuti privi di data e fornite informazioni terapeutiche o su prodotti commerciali basate esclusivamente sulle opinioni degli autori.

Quali conclusioni trarre dallo studio pubblicato sul BMJ Open (1)? La prima è che gli autori hanno reso davvero un gran servigio alla Medicina italiana: non possiamo infatti dimenticare l’importanza del ruolo sociale delle società scientifiche che orientano la pratica clinica, supportano i decisori sanitari, regolano la condotta professionale nel proprio ambito. Anche solo per questi motivi dovrebbero essere gestite rispettando criteri condivisi responsabili e trasparenti. La seconda conclusione riguarda la numerosità: una moltiplicazione come quella documentata nello studio non è giustificata e rischia di disperdere attenzione e risorse che potrebbero essere meglio utilizzate se alle sotto-specialità mediche fossero dedicate delle aree interne alle associazioni di carattere più generale. Terzo, anche le società scientifiche dovrebbero adeguarsi alla domanda di maggiore trasparenza espressa con sempre maggiore forza a livello sociale e politico: non è difficile redigere dei documenti che chiariscano le policy seguite nei rapporti con le industrie e sarebbe opportuno fossero facilmente accessibili sia dagli iscritti sia dal pubblico più generale. Questo impegno dovrebbe riguardare anche le attività informative e formative: i contenuti pubblicitari pubblicati nei siti dovrebbero essere distinti da quelli prodotti da fonti indipendenti e il Ministero della salute dovrebbe garantire crediti formativi solo per eventi educazionali non sponsorizzati. A questo proposito, colpisce come solo 9 su 46 società che organizzano congressi prevedano lo svolgimento di simposi satellite su contenuti di interesse di aziende del settore: potrebbe trattarsi di un dato che non rispecchia la realtà, dovuto alla mancata dichiarazione della sponsorizzazione di sessioni congressuali.

Gli autori invitano a considerare l’adozione anche nel nostro Paese di qualcosa di simile al Sunshine Act statunitense che prevede la pubblicazione in un sito dei Centers for Medicare and Medicaid Services dei finanziamenti ricevuti dai medici e dagli ospedali americani (2). Difficile che questo possa rappresentare una soluzione, dal momento che le dazioni di denaro dalle industrie ai clinici e alle strutture assistenziali seguono un percorso ben collaudato che prevede l’intermediazione di agenzie congressuali e provider di educazione continua, così che i compensi percepiti non siano direttamente riconducibili a aziende del settore farmaceutico o di dispositivi medici.

Un’ultima annotazione sul contributo che questa ricerca potrebbe dare alla discussione in atto sulla possibilità che le linee-guida diventino un riferimento obbligato e vincolante per il prescrittore. Nelle scorse settimane molti commenti hanno sottolineato il rischio di disorientamento che potrebbe correre il clinico di fronte a raccomandazioni divergenti provenienti da associazioni diverse. Lo studio dei clinici milanesi dimostra però una forte omogeneità nella composizione dei board di gran parte delle associazioni (spesso è anzi prevista una sorta di progressione dalle società più periferiche e meno popolate a quelle di importanza maggiore) che lascia presupporre una sostanziale convergenza nell’impianto dei position statement all’interno della stessa disciplina. Il problema, però, è reale se consideriamo invece la diversa impostazione che può esistere tra gli approcci di specialisti di aree diverse: pensiamo per esempio alla contrapposizione oggi in atto negli Stati Uniti circa lo screening mammografico tra oncologi, epidemiologi, radiologi e task force federale di medicina preventiva.

Come scrive Ben Goldacre chiudendo il suo ultimo libro (3) c’è da guardare al futuro con ottimismo: accade sempre più spesso che di evidenze preoccupanti e sotto gli occhi di tutti non si parlasse mai. Oggi, invece, c’è comunque più trasparenza di un tempo e questo studio lo conferma: questa è la buona notizia.

Bibliografia

  1. Vercellini P, Viganò P, Frattaruolo MP, Somigliana E. Proliferation of gynaecological scientific societies and their financial transparency: An Italian survey. BMJ Open 2016; 6:e008370.
  2. Vedi il sito https://www.cms.gov/openpayments/ – Ultimo accesso 28 febbraio 2016.
  3. Goldacre B. I think you’ll find it’s a bit more complicated than that. London: Fourth Estate, 2014.