Art32

I POVERI VIVONO MENO: SERVE UNA RISPOSTA POLITICA?

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Eravamo abituati a un pianeta convenzionalmente diviso tra il “primo” e il “terzo mondo”, quello dei poveri. Chissà perché, il secondo non c’era o era trascurabilmente invisibile tra i due estremi. Poi, alla classifica numerica è subentrata una più discreta divisione geografica: il Sud del mondo era quello in difficoltà che inseguiva, nel migliore dei casi, il benessere del Nord. La sostanza non cambiava: ricchi da una parte e poveri dall’altra. La discriminante è comunque sempre la geografia ma le conclusioni che possiamo trarre da uno studio di ampie dimensioni, appena pubblicato sul JAMA (1), sono in certa misura nuove: la frattura tra grande povertà e benessere non separa solo gli abitanti di due nazioni come gli Stati Uniti e il Messico, ma anche tra quelli di due quartieri vicini di una stessa città. E l’abisso che separa gli uni dagli altri non è solo economico, ma riguarda anche lo stato di salute.

La ricerca uscita sulla rivista dell’American Medical Association aveva come obiettivo quello di valutare il rapporto tra reddito e aspettativa di vita. Le informazioni ottenute sono principalmente quattro. Primo, ad un reddito più elevato corrisponde una maggiore durata media di vita: il gap è di 14,6 anni (per i maschi) e di 10,1 anni (per le femmine) tra l’1% più ricco e l’1% più povero. Secondo, le disuguaglianza nell’attesa di vita sono aumentate tra il 2001 e il 2014, di 2,34 e 2,91 anni (rispettivamente, negli uomini e nelle donne). Terzo, l’aspettativa di vita delle persone povere varia in modo sostanziale tra una zona e l’altra degli Stati Uniti. Quarto, le differenze geografiche sono direttamente collegate agli stili di vita e a abitudini come il fumo, mentre non sono da mettere in relazione con l’accessibilità dei servizi sanitari, fattori ambientali, condizioni del mercato del lavoro.

“Gli statunitensi poveri hanno una vita breve come gli abitanti del Pakistan o del Sudan”, ha commentato Raj Chetty, economista di Stanford tra gli autori della ricerca (2). Lo studio sembra dimostrare che fumo, obesità e scarso esercizio fisico sono i principali determinanti di salute. A questa evidenza si aggiunge quella forse più sorprendente: il luogo dove si vive influisce moltissimo sulla salute ma non per la possibile azione di fattori esterni (come, per esempio, gli incidenti da armi da fuoco). Chi è povero si ammala prima soprattutto a causa di stili di vita dannosi. Tra le persone più povere, quelle meno sfortunate abitano in grandi città come New York City, Boston, Miami e, a ovest, San Francisco, Los Angeles, San Diego. Perché? Un commento uscito su The Atlantic (3) suggerisce: “La gente si comporta come chi gli sta intorno”. In effetti, molti studi sociologici confermano che abitudini positive o negative hanno un andamento virale. Circondati da fumatori, rischiamo di accenderci una sigaretta anche se non abbiamo voglia. Ma se un gruppo di nostri amici va in palestra o gioca a calcetto è probabile che finiremo con l’aggregarci a loro, anche se non ci fa impazzire l’idea di rincorrere un pallone a 50 anni. Un fumatore ha il 35% di probabilità in più di smettere di fumare se un amico o un collega ci prova contemporaneamente (4): la salute (e la malattia) sono questioni sociali e come tali andrebbero molto spesso affrontate.

I risultati dell’analisi uscita sul JAMA sono stati ripresi e commentati su moltissime riviste, anche internazionali (Guardian e El Pais in prima fila) ma il più incisivo è stato probabilmente l’editoriale (5) di accompagnamento uscito sul fascicolo stesso che ha ospitato la ricerca: “Amid the excitement over personalized medicine,’’ hanno scritto Steven H. Woolf e Jason Q. Purnell, “the fact remains that a patient’s zip code may be more useful for targeting therapy than his or her genotype. The ability of patients to understand, personalize, and implement treatment plans is influenced by their education, language, literacy, and neighborhood resources.’’

La pubblicazione di una ricerca di questa portata è una chiamata alle armi, ma la risposta non può venire dalla medicina o dalla sanità pubblica. Deve venire, secondo gli editorialisti, “from the health professions working with partners who share an interest in prosperity and good health”. Ma The New Yorker non è d’accordo: “Instead, it will have to come from the realm of politics. And until such answers begin to be translated into laws, two things are certain to keep growing: the prosperity of rich Americans, and the suffering of the poor” (2).

 

Bibliografia

  1. Chetty R, Stepner M, Abraham S, et al. The Association Between Income and Life Expectancy in the United States, 2001-2014. JAMA. Published online April 10, 2016. doi:10.1001/jama.2016.4226.
  2. Specter M. Life-expectancy inequality grows in America. The New Yorker 2016; 16 aprile. Ultimo accesso 18 aprile 2016
  3. Thompson D. Why the poor die young. The Atlantic 2016; 12 aprile. Ultimo accesso 18 aprile 2016.
  4. Christakis NA, Fowler JH. The collective dynamics of smoking in a large social network. New Engl J Med 2008;22;358:2249-58.
  5. Woolf SH, Purnell JQ. The Good Life: Working Together to Promote Opportunity and Improve Population Health and Well-being. JAMA. Published online April 10, 2016. doi:10.1001/jama.2016.4263.