La generosità del terzo settore non è il dovere dell’istituzione

Di Sara Boggio

“La povertà economica è spesso causata dalla povertà educativa: le due si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione”. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, proposto dal governo e approvato dal Parlamento nella Legge di Stabilità 2016, nasce da questa premessa, e specifica: “Nel nostro paese quasi la metà dei minori in età scolare non ha mai letto un libro, se non quelli di studio, il 70 per cento non ha mai visitato un sito archeologico, il 55 per cento un museo, il 45 per cento non ha svolto alcuna attività sportiva” (vedi).

Presentato a metà maggio dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, dal Presidente dell’Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) Giuseppe Guzzetti e dal Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore Pietro Barbieri, il Fondo ha visto a fine giugno il primo step operativo con il primo incontro del Comitato di indirizzo strategico.

Per il triennio a venire il Fondo disporrà di 360 milioni (120 milioni all’anno erogati da fondazioni bancarie) con l’obiettivo di sostenere la piena partecipazione dei minori ai processi educativi rimuovendo gli “ostacoli di natura economica, sociale e culturale” che ne impediscono la piena fruizione. Gli interventi a tale scopo dedicati sono ancora da definire, anche perché l’iniziativa affronta un tema molto ampio e vuole un taglio sperimentale. Nel frattempo sono stati creati tre gruppi di lavoro: il primo per definire appunto “il come e il cosa” (attenzione particolare sarà rivolta alle aree ad alta dispersione scolastica o ad alto disagio sociale), il secondo dedicato alla comunicazione (per dare visibilità ai progetti) e il terzo per la valutazione dei risultati.

Un punto importante sono i destinatari: ai bandi pubblici, che assegneranno porzioni del fondo, potranno partecipare le organizzazioni del Terzo Settore – alle quali sono prioritariamente rivolti – in partnership con altri soggetti. Per esempio le scuole, benché il ruolo a queste riservato sia ancora da chiarire.

Secondo il presidente dell’Acri Guzzetti, che come abbiamo visto presiede l’ente finanziatore, si tratta di un’iniziativa “eccezionale, non solo in termini di dimensioni di quello che sarà l’impegno delle nostre Fondazioni, ma anche per l’originalità della formula, che rappresenta un unicum nel quadro delle partnership pubblico/privato”. La formula “innovativa di intervento” farebbe perno sulla pluralità dei soggetti coinvolti, appunto fondazioni bancarie, privato sociale, pubblico. Per “compensare situazioni di squilibrio e di disuguaglianza con un impegno diretto, circoscritto e puntuale”.

L’obiettivo, ancorché nei risvolti pratici rimanga da definire, è chiaramente condivisibile. Piuttosto, per inquadrare la questione in una prospettiva un po’ più articolata, bisognerebbe riflettere sul rapporto tra no-profit, corpi intermedi (come le fondazioni bancarie) e istituzioni, e sul modo in cui si prevede evolva negli anni a venire. Alcune linee di indirizzo sono rintracciabili nella riforma del terzo settore (di cui abbiamo dato notizia qui).

Presentata come strada per un “nuovo Welfare partecipativo”, la riforma ha dato al terzo settore una definizione giuridica unitaria (di cui aveva bisogno) e ne ha, per così dire, rimesso a lucido immagine, risultati e intenti: il no-profit, nella presentazione della Legge Delega, è definito come “l’unico comparto che negli anni della crisi ha continuato a crescere” e che pertanto rappresenta “un tesoro inestimabile […] di risorse umane, finanziarie e relazionali”: “un’Italia generosa e laboriosa che tutti i giorni opera silenziosamente per migliorare la qualità della vita delle persone” (vedi). Al netto della retorica di rito, e considerando che i numeri sono realmente di rilievo (così secondo i dati Istat riportati durante la discussione della legge, vedi), la domanda che rimane da chiarire è: in questo scenario, che parte ha l’istituzione pubblica? È diventata, anche l’istituzione, l’oggetto della “generosità laboriosa” cui il volontariato presta soccorso?

Il punto non è contestare la destinazione di risorse che potranno servire a creare servizi e inclusione, ma chiarire se ciò equivalga all’intenzione di strutturare, per il terzo settore, un ruolo di “supplenza” che non gli compete, e che nemmeno cerca: perché è un dovere già assegnato, che spetta all’istituzione pubblica, retribuita allo scopo dalle casse dello Stato (Qui e qui stralci di dibattito). In tempi di penuria, l’ambiguità dei ruoli può diventare molto fumosa, e infatti le perplessità che suscita non sono nuove (in queste pagine se ne è parlato qui). Oggi sono semplicemente maggiori.