Infezioni delle prime vie aeree: uno studio di BMJ

di Mario Nejrotti

Lo studio

Uno studio, svolto in Gran Bretagna e pubblicato a Luglio sul BMJ ha dimostrato che ridurre, nell’ambito della medicina generale, la prescrizione di antibiotici nella terapia delle infezioni autolimitanti delle prime vie aeree non espone il paziente a gravi complicazioni.

Durante il lavoro, finanziato dal National Institute for Health Research e condotto da ricercatori del King’s College di Londra, sono stati esaminati i dati dei pazienti e le abitudini prescrittive di 610 medici generali in tutto il Regno Unito.

Si è notato che, riducendo la somministrazione degli antibiotici, si è avuto solo un lieve aumento della insorgenza di polmonite batterica e dell’ascesso tonsillare, per altro facilmente dominabili con la corrente terapia. Una diminuzione prescrittiva del 10% in uno studio professionale di medie dimensioni di MG, a cui affluiscano 7.000 cittadini, porterebbe a diagnosticare un caso di polmonite all’anno in più e uno di ascesso tonsillare in più ogni 10 anni. Per altro non si è riscontrato alcun aumento di complicazioni più gravi  come la mastoidite, l’empiema, la meningite batterica, l’ascesso intracranico e la sindrome di Lemierre.

Questo lavoro conferma concetti già assodati e cioè che le infezioni delle vie aeree superiori sono nella stragrande maggioranza dei casi provocate da virus e quindi non si avvantaggiano della prescrizione di antibiotici, avendo spontanea risoluzione praticamente sempre nel giro di qualche giorno. Inoltre è dimostrato, come ha anche sottolineato  il professor Martin Gulliford, autore principale dello studio e membro della Division of Health and Social Care Research, presso il King’s College di Londrache, che la prescrizione incongrua di antibiotici in questi casi espone il paziente a effetti collaterali che possono essere anche gravi: nausea, vomito, diarrea, fenomeni allergici, fino allo shock anafilattico . È ormai importante il problema della progressiva selezione di ceppi batterici resistenti a vari antibiotici, con un danno per il singolo paziente, ma con un potenziale rischio per la sanità pubblica, a causa della circolazione nell’intera popolazione di un numero sempre maggiore di batteri resistenti.

Un problema culturale

Per una riflessione sull’argomento sono interessanti le parole del Dr Mark Ashworth, medico di medicina generale e autore dello studio, riportate su  Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) . Il dottore ha ricordato che “nella pratica quotidiana, osservo pochissime complicanze nei pazienti che presentano infezioni del tratto respiratorio superiore e che decidono di optare per un approccio non basato sulla terapia antibiotica per trattare le loro infezioni. I pazienti stanno riconoscendo che la maggior parte delle infezioni delle vie respiratorie superiori sono virali e le infezioni di questo tipo non rispondono agli antibiotici. Il nostro studio dovrebbe rassicurare medici e pazienti che le complicanze batteriche delle infezioni respiratorie sono davvero rare. Fortunatamente, se ci sono segni di una complicazione, il MMG può intervenire rapidamente e offrire un antibiotico adeguato”.

Questa valutazione del Dr Ashworth mette in luce due aspetti importanti: che i medici debbono sempre ricordare che l’eziologia delle infezioni in questione è nella stragrande maggioranza dei casi virale e che la letteratura, per ultimo il lavoro di cui è autore, rafforza la convinzione che non vi è praticamente rischio nel far ridurre l’assunzione di antibiotici ai pazienti. Dall’altro lato anche questi ultimi debbono essere correttamente informati che le infezioni, che spesso affliggono le loro prime vie aeree, sono virali ed è inutile sperare in una più pronta e sicura guarigione dall’assunzione degli antibiotici. La difficoltà del primo aspetto è che la totalità dei medici, sia quelli di medicina generale che gli specialisti, debbono essere convinti di quanto esposto da questo lavoro e che in un consapevole spirito di “colleganza” debbono mantenere una coerente strategia, senza indulgere alle richieste incongrue dei pazienti e a facili critiche nei confronti del collega che per primo ha visto il caso e che ha impostato una terapia attendista e sintomatica.

D’altro canto i media e soprattutto la pubblicità dei prodotti di banco, dovrebbero rinunciare alla componente magica del messaggio, che convince subdolamente le persone che l’assunzione di qualunque farmaco porta ad una soluzione immediata e al rinnovato totale benessere.

Questa mentalità contribuisce a negare il decorso reale di qualunque malattia che per guarire necessita di tempo, anche se i farmaci ne influenzano decorso e esito. Ma il malato deve  imparare di nuovo ad avere pazienza e a sopportare sintomi fastidiosi e invalidanti che nel caso delle infezioni delle vie respiratorie durano dai tre ai sette giorni, senza creare necessariamente ansia  e inutili paure che portano a mettere sotto pressione il medico perché adotti nuove e incongrue prescrizioni.