Terremoto: anche le macerie dell’informazione?

A 5 anni dal terremoto dell’Aquila non c’è stata ancora una ricostruzione definita della città, del suo centro storico e soprattutto del suo patrimonio artistico. Gli aquilani, nei molti documentari ed inchieste di cui sono stati protagonisti in questi anni, hanno sempre dimostrato una profonda scissione tra speranze per il futuro ed esame di realtà. Oggi il Sindaco Massimo Cialente ricorda gli sforzi degli aquilani e la solidarietà che, ricevuta, vogliono mettere a disposizione degli altri terremotati.

Oggi, a 5 anni dalla tragedia, che non ha ammesso né repliche istituzionali né giustificazioni di tipo politico, l’Italia ha infatti subito una ferita profonda: il terremoto che ha scosso l’Italia centrale, devastando le cittadine di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto e il cui tragico bilancio si attesta su 291 vittime. I media, che sono stati sempre presenti sulle scena, hanno in parte seguito l’appello dato dall’Ordine nazionale dei Giornalisti che ha ricordato le regole base della professione: il rispetto dell’essenzialità della notizia e della verità sostanziale dei fatti. Occorre evitare immagini, comportamenti e cronache che violano la privacy e la dignità delle vittime, morte e vive, che non solo nulla aggiungono alle dimensioni della tragedia ma nulla hanno a che fare con l’etica e il giornalismo.
Ma non sono mancate, come di consueto in casi come questo, atti di “eroico coraggio” mediatico, in bilico tra esibizionismo del dolore e onnipotenza narrativa: non è però questa la buona informazione che raccomanda la deontologia della professione. Due tematizzazioni in particolare hanno alimentato questa bulimia narrativa: la ricerca dei colpevoli con la sottesa domanda ricorrente sulla prevedibilità del terremoto e il richiamo continuo, spesso visivo, sulle vite a metà, cioè quelle dei molti bambini che sono rimasti vittime del terremoto o spettatori passivi di indicibili tragedie familiari. La vittima più piccola di soli 8 mesi.
Sul primo punto vale la pena ricordare che la “scienza può, al massimo, elaborare mappe di rischio e studiare le serie storiche del passato per determinare quali sono le regioni che corrono più rischi. È possibile costruire un modello attendibile in grado di stabilire con precisione dove e quando la terra deciderà di svegliarsi. Michael Floyd, ricercatore al Massachussets Institute of Technology (Mit) di Boston e autore di un articolo scientifico in cui si individuava una zona ad altissimo rischio sismico nei dintorni di Istanbul, spiegava chiaramente che “i terremoti non sono regolari prevedibili. (fonte: vedi)
Sul secondo tema, cioè la descrizione minuziosa del dolore, anche attraverso immagini forti, dei bambini che sono rimasti sotto le macerie o hanno perduto genitori e familiari, la riflessione è senza dubbio più delicata. Sappiamo dai dati del terremoto dell’Aquila che oltre il 5% dei bambini aquilani dai 3 ai 14 anni ha presentato a distanza di anni disturbi legati all’ansia, come mancanza d’attenzione e manifestazioni somatiche, e oltre il 7% dei ragazzi dai 6 ai 14 anni ha sofferto di sindrome post-traumatica da stress. Sono stati i più piccoli a fare le spese di una certa leggerezza istituzionale che ha costruito new towns, inaugurato splendidi loft muniti di tutte le comodità, ma ha dimenticato i più deboli: oltre a non avere più il cuore storico-artistico della loro città d’appartenenza i ragazzi sono costretti a lottare quotidianamente con il ricordo di un dolore insopprimibile, che dà paura ed avvelena la loro crescita e il loro futuro. Nelle zone colpite dal terremoto del 24 agosto la paura più grande dei bambini è che “si aprano delle crepe sotto le tende e di esserne divorati da queste “. Nei loro disegni ci sono elicotteri della Croce rossa che salvano alcune persone, una ragazza che grida aiuto in una casa vicino a un bosco in fiamme, ma anche gli stemmi della Juve o della Roma, o una partita di pallavolo in spiaggia, forse quelle viste nelle Olimpiadi di Rio.  (vedi). Nelle loro testimonianze si intravede come un grammelot di espressioni diverse che testimoniano una risposta al senso di perdita e alla realtà difficile in cui si trovano immersi: mai negare la verità – ha affermato il Presidente del Telefono Azzurro Ernesto Caffo in una recente intervista. Ma le immagini che passano in modo ricorrente e martellante sui media possono essere nocive e lasciare tracce profonde – ha spiegato. Sarebbe quindi importante evitare che i bambini siano esposti a situazioni che ricordano l’evento traumatico vissuto. E allora la sfida dei media dovrebbe giocarsi sull’equilibrio dell’informazione e sulla sobrietà della narrazione: una contraddizione, secondo alcuni, un dovere deontologico secondo altri.
Al netto di queste riflessioni rimane però un’amara constatazione: molti passi avanti sono stati fatti nella tutela del diritto di cronaca e di informazione, altrettanti nella capacità di raccontare in presa diretta eventi tragici e traumatici per la collettività. Siamo però rimasti indietro nella capacità di raccontare con rispetto, magari anche con un atto di silenzio. Siamo rimasti indietro nella capacità di celebrare un lutto.

(Foto: terremoto dell’Aquila da qui)