La salute è eguale per tutti? Se ne occupa il 5° numero di Torino Medica

di Mario Nejrotti

Gli Stati Uniti rappresentano, dal punto di vista sanitario, uno dei confini più avanzati nel campo della ricerca e delle prestazioni di eccellenza.  Gli investimenti  privati e pubblici sono concentrati nel fornire ai fruitori, che possono permetterselo, servizi clinici d’avanguardia e farmaci innovativi.

La riforma Obama, che tra alti e bassi era almeno riuscita a dare una copertura sanitaria a ulteriori 13 milioni di cittadini americani, precedentemente privi di assistenza, rischia con la vittoria di Donald Trump e dei repubblicani al Senato e alla Camera dei Rappresentanti, di essere abolita, invisa com’era al 56% dei cittadini USA, probabilmente nella maggior parte proprio repubblicani.

Comunque gli Stati Uniti, pur avendo capacità e risorse, le hanno indirizzate soprattutto all’ ambito della diagnosi e delle cure e poco si sono dedicati a sostenere la correzione di quei fattori sociali e comportamentali che influenzano potentemente la salute e la mortalità.

Un editoriale comparso su jama network.com a Ottobre scorso  mette in evidenza, dati alla mano, quanto le differenze sociali incidano su salute e aspettativa di vita.

I numeri ci presentano uno spaccato di “ingiustizia e dolore” che offusca pesantemente l’immagine  del “sogno americano” descritto dalle novelle del romanziere statunitense Horatio Alger Jr . Oggi il duro lavoro, l’impegno e la motivazione, non bastano negli States a modificare  una realtà di pesanti diseguaglianze sociali, che causano concreti danni alla salute.

L’articolo mette in evidenza soprattutto i dati delle differenze “evitabili della salute” rispetto ad altre nazioni occidentali e non .

Ad esempio, l’aspettativa di vita a 40 anni, per gli uomini che appartengono al più povero 1% della distribuzione del reddito, è di 14,6 anni più breve rispetto ai loro coetanei nel più ricco 1%.  Per le donne va poco meglio: la differenza è 10,1 anni.

Ma altre gravi differenze di salute si trovano, se si esaminano i  livelli di educazione , l’etnia, il sesso, l’orientamento sessuale e il luogo di residenza.

L’editoriale afferma poi che le riforme sui diritti civili hanno contribuito a ridurre le disuguaglianze di salute tra bianchi e neri, mentre le politiche che riguardano i determinanti sociali possono migliorare il relativamente basso stato di salute della popolazione in generale, riducendo le profonde diseguaglianze e  le fluttuazioni dell’offerta sanitaria legate ai cambiamenti di leadership.

In Italia la situazione  dovrebbe essere mitigata dal nostro sistema universalistico, tipico di uno stato sociale. Ma è proprio così?

Il libro “L’equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle diseguaglianze sociali in sanità” di Giuseppe Costa ed altri, edito da Fondazione Smith Kline, presso Franco Angeli Editore, 2014, mostra uno scenario diverso e preoccupante. L’autore dalle pagine di SaluteInternazionale.it (vedi)  sosteneva, infatti, che  “Povertà materiale e povertà di reti di aiuto, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono tutti fattori, spesso correlati tra loro, che minacciano la salute degli individui.
Numerosi studi pubblicati negli ultimi 20 anni hanno dimostrato che in tutta Europa i cittadini in condizioni di svantaggio sociale tendono ad ammalarsi di più, a guarire di meno, a perdere autosufficienza, ad essere meno soddisfatti della propria salute e a morire prima. Mano a mano che si sale lungo la scala sociale questi stessi indicatori di salute  migliorano secondo quello che viene chiamata la legge del gradiente sociale.
Ad esempio, tra gli Italiani ancora negli anni Duemila si osservano più di cinque anni di differenza nella speranza di vita tra chi ha continuato a fare l’operaio non qualificato per tutta la sua vita lavorativa rispetto a chi è diventato dirigente, con aspettative di vita crescenti salendo lungo la scala sociale.
Il rischio di morire cresce con l’abbassarsi del titolo di studio. Chi ha un diploma ha un rischio di morire maggiore del 16% rispetto ad un laureato, chi la licenzia media del 46%, chi quella elementare del 78%.
Questo fenomeno si ripete anche tra le donne e riguarda tutti gli indicatori di salute: ammalarsi, restare a lungo con la malattia e con le sue conseguenze, finire male a causa della malattia.
In Italia le disuguaglianze di salute sono più intense nelle regioni del sud che in quelle del nord.”

Quindi non basta che la Sanità si organizzi sempre meglio e che adotti nuove tecnologie per curare i pazienti.

Da un lato  questa escalation qualitativa, solo apparentemente virtuosa, aumenta i costi di gestione a dismisura, mettendo a dura prova e a rischio di “fallimento” bilanci pubblici e privati, e dall’altro costringe i decisori a rincorrere le necessità di troppi malati che sarebbero evitabili con una politica più  mirata ad annullare le disuguaglianze di fruizione dei servizi.

Tale scelta  impedisce di impostare strategie globali  per la riduzione delle malattie socialmente rilevanti che sono quelle cardiovascolari, metaboliche, cronico degenerative e tumorali, che si possono abbattere solo intervenendo su tutti i “determinanti della salute”, coordinando le politiche di vari settori.

Di questo fondamentale argomento si occupa il 5° numero 2016 di Torino Medica, la rivista che tutti i medici della provincia di Torino ricevono a casa, ma che tutti potranno trovare da fine gennaio 2017 su questo portale in formato digitale.torinomedica4_2016_cover

Nella rivista di fine 2016 si troverà un Focus di articoli, servizi e interviste sui determinanti della salute collegati con l’ambiente in cui viviamo e sulle regole che politici e cittadini debbono rispettare per non sciupare un patrimonio di equilibrio naturale che, se danneggiato, provocherà, come è accaduto fino ad oggi, un numero ancora più impressionante di malati,  a carico di una Sanità sempre più debole per l’imperante crisi economica.

Un numero importante che sottolinea l’impegno dell’OMCeO di Torino per una sanità che vada oltre i suoi tradizionali confini, per occuparsi di cittadini inseriti in un contesto più ampio, anche in osservanza delle norme contenute nell’Articolo 5 dell’attuale Codice Deontologico Medico.

 Art. 5
Promozione della salute,ambiente e salute globale
Il medico, nel considerare l’ambiente di vita e di lavoro e i livelli di istruzione e di equità sociale quali determinanti fondamentali della salute individuale e collettiva, collabora all’attuazione di idonee politiche educative, di prevenzione e di contrasto alle disuguaglianze alla salute e promuove l’adozione di stili di vita salubri, informando sui principali fattori di rischio.
Il medico, sulla base delle conoscenze disponibili, si adopera per una pertinente comunicazione sull’esposizione e sulla vulnerabilità a fattori di rischio ambientale e favorisce un utilizzo appropriato delle risorse naturali, per un ecosistema equilibrato e vivibile anche dalle future generazioni.

La lettura di un numero della storica rivista Torino Medica che non si deve perdere.