K Tiroide: lo screening produce sovra diagnosi?

 

 di Mario Nejrotti 

Il 30 novembre è stato pubblicato dal BMJ un lavoro di ricerca, svolto in Corea del Sud a livello nazionale, che si poneva l’obiettivo di rispondere al quesito se l’attuale epidemia di tumori tiroidei in atto nel Paese fosse legata all’introduzione dello screening ultrasonografico. (vai all’articolo BMJ)

Sono state esaminate le cartelle cliniche di tre anni campione: il 1999, il 2005 e il 2008.

I pazienti, inseriti in modo casuale e tratti dai Registri Nazionali di Tumori, distribuiti in tutte le regioni, sono stati complessivamente 5.796.

Si voleva misurare l’eventuale aumento di incidenza delle diagnosi di tumore tiroideo, l’età dei portatori di nuove diagnosi, le dimensioni dei tumori rilevati e diagnosticati nei tre anni.

Sono stati inclusi 891 soggetti nel 1999, 2.355 nel 2005 e 2.550 nel 2008.

In molti paesi industrializzati l’incidenza del cancro della tiroide è aumentata coerentemente in questi ultimi anni. La Corea del Sud, però, ha l’incidenza più elevata del mondo. Infatti, il valore è aumentato di oltre sette volte in pochi anni, passando da 6,3 per 100.000 abitanti nel 1999, a 47,5 per 100.000 nel 2009.

Nel 2004 era il tumore più comunemente diagnosticato nelle donne e nel 2009 il tumore più comune per ambo i sessi.

Il 97% circa delle nuove diagnosi riguardava tumori ben differenziati di dimensioni non superiori a 20 mm. Nonostante l’aumento di diagnosi e la presenza di scarse novità nel trattamento, la mortalità per il tumore della tiroide è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi decenni, fanno notare i ricercatori.  Il motivo, quindi, dell’epidemia di cancro della tiroide sarebbe da ascriversi alla sovra diagnosi.

Non tutti i commentatori sono concordi, però, che il problema sia la sovra diagnosi e che quindi lo screening del tumore della tiroide sia principalmente un aggravio di costi non indifferenti per il sistema sanitario, non comparabili ad un sostanziale vantaggio in termini di mortalità.

Infatti, essi sostengono che lo screening sia anche in grado di rilevare i tumori clinicamente silenti, ma con estensione locale e coinvolgimento dei linfonodi e quindi sia protettivo per la popolazione.

Questi dati lasciano aperta la discussione sull’utilità dello screening della tiroide nella Corea del Sud e pongono una riflessione più generale.

Il fatto che gli screening di massa portino a evidenziare una quantità di tumori iniziali certamente molto più alta delle incidenze registrate in era prescreening è ovvio e naturale. Il vantaggio sulla qualità di vita e sulla sopravvivenza dei pazienti è spesso oggetto di accese discussioni. Ma il fatto di diagnosticare sempre più tumori deve comunque porre un interrogativo sull’importanza di apportare correttivi agli inquinamenti ambientali e agli stili di vita dannosi. Solo in questo modo non si sarà costretti, con lo strumento dello screening, ad una politica efficace, ma pur sempre “in difesa” e generatrice di elevati costi sociali.

Infatti, gli screening, anche i più raffinati, non sono vera prevenzione delle malattie, ma utilissima diagnosi precoce, con tutti i suoi vantaggi collegati.

Però, solo scoprendo di più sui meccanismi intrinseci ed esterni, legati alla genesi dei tumori, potremo evidenziare comportamenti dannosi e cancerogeni ambientali, magari nascosti nelle tradizioni di ogni popolo e nei più comuni stili di vita. In questo modo si potrà imparare ad evitarli, modificando comportamenti personali e sociali.

Investimenti in campagne informative per i cittadini su come evitare di esporsi ai più comuni cancerogeni e politiche tese a contrastare attività industriali, agroalimentari e inquinamenti ambientali, collegati ad un incremento del numero dei tumori, dovrebbero essere potenziate con la stessa determinazione che negli ultimi decenni è stata  usata nell’organizzazione e promozione delle campagne di screening.