Cambiamento climatico: i ‘dubbi’ dell’Australia

Di Sara Boggio

L’Australia è un enorme continente, in ampia parte disabitato, con una popolazione complessiva che non arriva ai 25 milioni di abitanti e una densità demografica media di 3 abitanti per Km2 (vedi). Nonostante ciò, l’Australia è anche il paese che produce la maggiore quantità di gas serra pro capite al mondo. A spiegarlo, e a riportare il dibattito sul cambiamento climatico che di recente ha di nuovo polarizzato l’opinione pubblica del posto, è un articolo del Lancet (vedi).

L’occasione è stata la previsione di costruire una grande miniera di carbone in Queensland, stato che occupa la parte nord-orientale del continente. Dopo anni di discussioni e problemi legali, spiega l’articolo, i lavori avranno finalmente inizio, con la previsione di esportare carbone in India e in altre zone limitrofe per oltre sessant’anni. E con l’approvazione sia del governo federale, guidato dai conservatori, sia del governo del Queensland, guidato dal partito opposto: finanzieranno entrambi parti diverse dell’operazione.

A non essere d’accordo varie voci, che includono ambientalisti così come economisti e medici. Secondo il portavoce di Doctors for the Environment Australia (DEA) si tratta di un “disastro per la salute pubblica”, rispetto al quale “il governo ha dato motivazioni false”.

La compagnia a capo dei lavori, l’indiana Adani Group, ha dichiarato che la miniera e l’indotto correlato – che include una nuova linea ferroviaria e una serie di scali portuali sulla stessa costa che, più a sud, si affaccia alla Grande Barriera Corallina – creerà fino a 10.000 posti di lavoro (il valore complessivo dell’operazione è stimato in 16, 5 miliardi di dollari australiani, equivalenti a 12,5 miliardi di dollari statunitensi).

Le preoccupazioni sono molteplici: il timore che la miniera faccia da ‘apripista’ a progetti analoghi; l’impatto dei lavori sulle specie animali e vegetali, nell’entroterra ma anche lungo la costa, e in particolare, appunto, sulla Grande Barriera Corallina, sito protetto dell’Unesco di cui i biologi marini denunciano il progressivo deterioramento proprio a causa delle attività connesse agli scavi minerari; poi il livello di emissioni di gas serra: un dato che tecnicamente non riguarda l’Australia (il livello è calcolato sulle stime di carbone che sarà consumato nei paesi importatori) ma che si prevede di 4,7 milioni di tonnellate.

In tutto ciò l’opinione pubblica, e quella delle istituzioni politiche, oscilla ancora intorno a un ‘dubbio’ che, oggi, più che anacronistico, pare solo spia di malafede: “Uomini politici di rilievo – riferisce il Lancet – mettono regolarmente in discussione il fatto che il cambiamento climatico sia reale, nonostante le evidenze scientifiche dimostrino che i suoi effetti sono già in atto in diverse parti del continente”. Di conseguenza le politiche sul tema passano da un estremo all’altro, per ragioni che non hanno a che fare né con l’appartenenza al gruppo, progressista o conservatore che sia, né con la scienza. Nel 2012 l’ex Primo Ministro Julia Gillard, dei Labor, aveva introdotto una tassa sul carbone, grazie alla quale le emissioni di gas erano sensibilmente diminuite. L’anno seguente, con l’elezione del conservatore Tony Abbott, la tassa è stata rimossa. Malcolm Turnbull, suo successore per un colpo di mano dello stesso gruppo, ha invece sottoscritto e ratificato il Trattato di Parigi (così come altri 131 paesi: vedi). E tuttavia la sua strategia, basata sull’attribuzione di incentivi economici a chi riduce le emissioni (anziché tasse a chi ne produce), non è considerata efficace. Del resto, come si è detto, il supporto alla miniera è bipartisan.

“A nessuno importa niente del cambiamento climatico”, è il commento del direttore dell’Australia Institute, un think-tank indipendente che al Primo Ministro ha scritto una lettera aperta con una serie di domande: per chiarire gli aspetti economici della manovra e per capire se “realmente il governo australiano crede che in futuro, e sotto le condizioni del Trattato di Parigi, il mondo abbia bisogno di più carbone” (vedi).

Nel frattempo, la DEA continua a diffondere materiale informativo (per esempio i Climate Change & Health in Australia Fact Sheets, che illustrano in sintesi le ripercussioni del cambiamento climatico sulla salute, con particolare riferimento al contesto australiano, vedi), mentre l’Australia Institute rimanda semplicemente ai dati della Convenzione sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite, istituita nel lontano 1994 (vedi).