La classifica del giornalismo scientifico evidence-based

Di Sara Boggio

“Se tutto il giornalismo è in cattive condizioni (e lo è), il giornalismo scientifico è in condizioni anche peggiori. Non solo è suscettibile agli stessi bias che affliggono il resto dell’informazione, ma è particolarmente vulnerabile a un vergognoso sensazionalismo”. Questo il commento dell’American Council on Science and Health (ACSH) sui media che diffondono informazione scientifica. L’occasione per esplicitarlo è stata, a inizio marzo, l’elaborazione di una tabella che dà il voto a tv, siti e giornali, a contenuto sia generalista che specializzato: in sostanza una classifica (che si può vedere qui), elaborata dallo stesso ACSH (organizzazione no-profit fondata nel 1978 con sede a New York: vedi) in collaborazione con il portale di news scientifiche RealClearScience (vedi).

La tabella è un grafico ad ascisse e ordinate che stima credibilità e ‘leggibilità’ dei media: scorrendo l’asse orizzontale, a sinistra troviamo quelli che, secondo l’ACSH e RealClearScience, riferiscono contenuti scientifici evidence-based, all’estremità opposta quelli che tendono a riportare il ‘sentito dire’ o a scegliere per orientamento politico-ideologico, anziché scientifico. Scorrendo il grafico dal basso verso l’alto, troviamo alla base giornali e tv a contenuto “sciatto” o iperspecialistico, poi quelli via via più interessanti da leggere (compelling). A metà le rispettive vie di mezzo.

L’organizzazione e il portale ‘giudicanti’ mettono al primo posto Nature e Science, quindi la sezione scientifica dell’Economist e, tra le letture riservate a un pubblico esperto, New Scientist (vedi) e Live Science (vedi). All’ultimo posto, a parte una serie di siti platealmente commerciali o politicizzati (definiti, senza mezzi termini, pure garbage), collocano invece testate e tv anche di rilievo, se non propriamente di prestigio: in generale i tabloid britannici (anche un giornale come il Telegraph, spiegano, dà fiato a una “sproporzionata quantità di spazzatura sensazionalistica”), sia CNN che Fox News (“non c’è un singolo telegiornale via cavo su cui valga la pena perdere del tempo”), poi il Time, il Washington Post, il New York Times. E proprio a quest’ultimo (definito “una barzelletta”) viene riservata la critica più argomentata, con esempi di servizi scientificamente fuorvianti, nomi e cognomi.

Complemento di interesse a questa classifica è il commento che le ha fatto la ‘prima della classe’, Nature, a qualche giorno dalla pubblicazione, con un giudizio decisamente meno lodevole di quello ricevuto (vedi).

Non ha senso mettere insieme media rivolti a pubblici tanto diversi, come possono essere l’Economist e Chemistry World; non è giusto dare un voto basso a una testata solo a causa di alcuni servizi di qualità inferiore alla media (il riferimento è al New York Times); infine, gli stessi criteri adottati dai giudicanti per la selezione di informazioni evidence-based non sono al riparo da errori. “Il giornalismo scientifico mainstream – afferma Nature – ha in genere ritenuto che le fonti peer-review fossero garanzia sufficiente di affidabilità. […]. Eppure sappiamo che questo tipo di ‘giornalismo basato sull’evidenza’ è affidabile solo quanto lo è l’evidenza di cui riferisce”. Senza contare che “molti scienziati lamentano (anche se solo tra di loro) che alcuni studi, soprattutto quelli che attraggono l’attenzione della stampa, sono essi stessi suscettibili di bias e sensazionalismo”.

La questione, per concludere, non si può risolvere con un grafico perché la realtà è molto più complessa: esercizio quindi interessante ma insoddisfacente, sotto ogni punto di vista. Parola del primo in classifica.

Che cosa rimane, allora, da leggere? Che risultati darebbe una classifica dei media italiani? E qual è il senso critico e il grado di alfabetizzazione scientifica di chi legge? (Chi sono poi, e quanti, i lettori?) È chiaro che a nessuna di queste domande sarebbe, per risposta, sufficiente un grafico, anche perché ciascuna apre a sua volta ramificazioni di ampiezza tale che ‘costrette’ a una tabella, o a un articolo, rischiano di alimentare la confusione anziché dipanarla. Per approfondire, almeno in parte, il discorso, il focus del prossimo numero della versione su carta di «Torino Medica» sarà infatti dedicato a ‘verità e falsità in medicina’, a partire proprio dall’ambito della comunicazione mediatica.