Psichiatria

Dai farmaci agli algoritmi: il cervello come organo computazionale

Di Sara Boggio

In che modo le più recenti ricerche di neurobiologia incidono sulla prescrizione di psicofarmaci? E in che modo queste conoscenze ridefiniranno il concetto di ‘malattia mentale’? Con quali conseguenze per il ruolo del medico e la cura del malato?

Secondo un articolo pubblicato su Scientific American (vedi; tradotto in italiano da Le Scienze: vedi) le risposte sono da cercare nell’“ascesa della psichiatria di precisione” e nel principio anticipato dal sottotitolo: l’assunto che il cervello debba essere considerato come un “organo computazionale, da valutare con misurazioni e calcoli” (l’autore è Daniel Barron, psichiatra presso la Yale University e componente del Neuroscience Research Training Program dell’ateneo).

A supporto della tesi, un po’ paradossalmente, un lungo racconto biografico, che negli Stati Uniti è stato caso giudiziario di un certo rilievo nonché, ai tempi, fulcro (o ulteriore rovello) di un dibattito annoso in ambito di salute mentale (il ‘testa a testa’ tra intervento farmacologico e approccio psicoanalitico).

La vicenda raccontata è la seguente. Alla fine degli anni settanta, un medico, nefrologo di fama, viene ricoverato in un ospedale psichiatrico dove la depressione e gli attacchi di panico di cui soffre sono trattati con sedute di terapia psicodinamica. Dopo sette mesi, e in condizioni sempre più instabili, la famiglia lo trasferisce in un’altra clinica. Qui, al medico-paziente viene diagnostico un disturbo maniaco-depressivo e somministrata una terapia farmacologica a base di fenotiazine e antidepressivi triciclici (combinazione che gli studi clinici di allora dimostravano efficace). In poche settimane l’uomo si riprende, ma nel frattempo ha perso sia la professione che la custodia dei figli. Decide di fare causa all’ospedale psichiatrico che, invece di somministrargli la cura basata sull’evidenza scientifica, lo ha inutilmente sottoposto ad altro trattamento. Il tribunale gli darà ragione.

Secondo Barron, la risposta oggi non è da cercare solo nel farmaco ma, da una parte, nell’avanzamento degli studi di neurobiologia, dall’altra nell’evoluzione degli strumenti informatici e tecnologici: ne è un buon esempio uno studio del 2016 pubblicato da Lancet Psychiatry (vedi), che per stabilire il grado di efficacia di una terapia a base di antidepressivi ha elaborato un algoritmo.

“L’algoritmo ha previsto l’esito del trattamento con un’accuratezza del 60 per cento in un campione di dati indipendenti – spiega Barron. – Molto meglio di quanto avessero fatto i medici”.

I calcolatori di rischio di malattia, continua l’autore, sono regolarmente utilizzati in medicina: cita al proposito il CHAD-VASC (qui, per calcolare il rischio di ictus in caso di fibrillazione atriale), definendone i risultati “la migliore approssimazione che la comunità medica possa fornire” (per approfondire i meccanismi di valutazione dello score, a giudizio di medici cardiologi italiani, si veda questo link).

Ma tra malattia mentale e disturbi cardiovascolari è possibile stabilire un paragone esatto (e appropriato)?

“Nell’uso dei dati – scrive Barron – la psichiatria rimane un caso a sé stante nella comunità medica”. In questo ambito i dati sono ancora sottoutilizzati, la loro importanza ancora al vaglio. Principalmente, suggerisce l’autore, a causa di una generale diffidenza dell’ambito psichiatrico all’uso delle nuove tecnologie: “Il timore è che la psichiatria non abbia la volontà di applicare ciò che è noto a ciò che pratica”, da cui la domanda (per l’autore retorica, a risposta negativa): “Il vostro terapeuta ha mai usato un algoritmo predittivo per impostare il trattamento?”.

Immaginando di trasferire il discorso al nostro contesto di riferimento – immaginando di porre la stessa domanda in un Centro di Salute Mentale del Servizio Sanitario Nazionale – possiamo ipotizzare anche noi una risposta negativa. Ma le domande da porre, e le risposte ancora da chiarire, sono evidentemente quelle a monte (in che modo neurobiologia, e a questo punto anche nuove tecnologie, ridefiniscono il concetto di malattia mentale, nonché di cura e di paziente?). Nonostante quanto di recente dichiarato dalla Società Italiana di Psichiatria (secondo cui la medicina di precisione “non è così lontana e, come in oncologia, sarà la nuova frontiera” anche in ambito psichiatrico. Ne abbiamo riferito, su queste pagine, qui), le risposte a questioni così delicate e complesse non paiono riducibili né a un articolo, ed è ovvio, ma nemmeno a soli calcoli.

Parrebbero, piuttosto, da stimolare entro la cornice di un dibattito consapevole, articolato, argomentato, all’interno del quale fossero rappresentate le voci di tutte le parti in causa (dei curanti, così come dei malati). A partire magari da una ricognizione storica della pratica clinica (non solo in ambito psichiatrico): dall’epoca, che in fondo non è così lontana, in cui “gli strumenti diagnostici erano pochi e il riconoscimento dei segni clinici, anche sfumati, era l’unico strumento su cui fondare le proprie decisioni”. Epoca in cui la ‘precisione’ era tutta ascritta all’osservazione diretta e alla vicinanza, anche fisica, del malato. (Questi ultimi virgolettati sono tratti dal Ricordo del Professor Gioannini, di Pietro Caramello: ‘ritratto’ di un medico, e maestro, da parte dell’allievo, pubblicato sull’ultimo numero del trimestrale su carta di Torino Medica. La lettura integrale del pezzo, consigliata, è possibile a questo link).