Ciclismo: riduce o aumenta il rischio di morire per tutte le cause?

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di Mario Nejrotti

 

Una recente ricerca pubblicata il 19 Aprile 2017, su British Medical Journal (BMJ)  ha esaminato in diverse località di tutto il Regno Unito, per cinque anni 263. 450 persone, con un’età media di 52,6 anni, circa la metà donne.

Si è voluto vedere se il mezzo di trasporto usato quotidianamente (camminare a piedi, bicicletta, modalità mista, automobile, mezzo di trasporto pubblico) poteva influenzare positivamente il numero di incidenti cardiovascolari fatali, non fatali e morti per malattia cardiovascolare (CVD), tumore o qualunque causa di decesso.

Si sono contati nel periodo di osservazione 2.430 morti complessive (496 correlate a CVD e 1.126 a cancro). Inoltre, sono stati registrati complessivamente 3.748 tumori e 1.110 eventi di CVD.

Dopo la correzione massima dei modelli, si è osservato che lo spostarsi in bicicletta o comunque avere un’attività fisica pur mista, a piedi o in auto, ma che comprendesse la pratica del ciclismo, si associava al rischio più basso di tutte le cause di morte nel periodo considerato.

Il camminare è stato correlato “solo” ad una diminuzione del rischio di CVD.

In un Editoriale pubblicato sempre ad Aprile dal BMJ, Lars Bo Andersen, professore presso il Department of Teacher Education and Sport, Western Norwegian University of Applied Sciences, Bergen, in Norvegia, spiega che da molto tempo è convinto che i governi dovrebbero spingere i propri cittadini ad andare più spesso a piedi o in bicicletta. Infatti, l’inattività fisica contribuisce a aumentare il rischio di malattie croniche come il diabete tipo 2, le malattie cardiovascolari e certamente almeno alcuni tipi di cancro.

La Danimarca, ad esempio, si distingue per aver fatto del cicloturismo un fatto culturale. È certamente più facile muoversi in città con le biciclette, piuttosto che in auto. Inoltre, la tassazione sulle auto nuove in quello Stato è punitiva.

Andersen, entrando nello specifico, ricorda che  già dal 2000 lui e i suoi colleghi avevano segnalato che la mortalità per ogni causa (CVD e cancro) era inferiore del 30% nei ciclisti rispetto ai non ciclisti. Questi loro risultati sono stati confermati negli anni successivi da molti altri lavori.

La ricerca è molto interessante e meriterebbe un ascolto maggiore da parte di molti decisori.

Fin qui la prospettiva scientifica.

Purtroppo nel nostro Paese non si tratta tanto di convincere ad usare la bicicletta, ma a monte occorrerebbe prima ridurre la strage di quei pochi che hanno scelto questo mezzo di trasporto nelle nostre città o sulle nostre strade per motivi di salute, divertimento o necessità.

È di pochissimi giorni fa un articolo di Repubblica   che riporta dati Istat del 2015, che contavano 242 morti nell’anno, cioè uno ogni 35 ore; gli incidentati, nello stesso periodo, risultano essere oltre 45 al giorno (tra morti e feriti).

Certamente in Italia l’andare in bicicletta, non solo non è un fatto culturale come in Danimarca, ma è un grave fattore di rischio per la salute e la sopravvivenza.

Da dati della Federazione Ciclisti Europea, https://ecf.com/   nel vecchio continente ogni giorno usano l’auto il 54% dei cittadini, i mezzi pubblici una media del 19%, il 14% va a piedi e l’8% in bici.

In Italia scelgono l’automobile il 63% di chi si sposta, i mezzi pubblici sono disertati rispetto alla media europea con solo l’8% di preferenze. Va a piedi il 13%. E già rischia se, stando sempre ai dati Istat 2015 , l’indice di incidentalità dei pedoni è aumentato, per due anni consecutivi, del 4%. 

Comunque, in Italia sceglie di usare la bicicletta ogni giorno il 6% della popolazione attiva. (vedi) 

Se si volesse davvero incrementare l’uso della bicicletta, occorrerebbe stilare un piano che agisca a più livelli e che non può riguardare esclusivamente il campo della prevenzione medica.

Resta infatti sterile e senza un vero significato il consiglio del curante di aumentare l’attività fisica usando la bicicletta o camminando.

Il discorso sanitario, oltre le lodevoli, ma non organiche iniziative già presenti, va coadiuvato da decisioni politiche che stabiliscano nel nostro Paese l’incremento delle piste ciclabili e la manutenzione di quelle che già ci sono, che non debbono essere considerate strade di serie B, utili solo al divertimento e snobbate troppo spesso da comuni e circoscrizioni.

Deve essere incrementata la cultura ciclistica sia da parte degli automobilisti, che debbono avere coscienza della pericolosità di un qualunque coinvolgimento in un “impatto” di un mezzo non difeso come la bicicletta; e per altro anche i ciclisti debbono comprendere che stanno usando un mezzo di locomozione e non una protesi dei loro piedi e che, quindi, debbono rispettare tutte le regole del codice della strada.

In Senato, a fine Marzo è stato presentato il DL n. 268, detto pomposamente “salva ciclisti”, che prevede modifiche all’articolo 148 del Codice della Strada in materia di tutela della sicurezza dei ciclisti e introduce l’obbligo di una distanza di almeno 1,5 metri laterali nell’atto del sorpasso di una bicicletta.

Iniziativa sicuramente condivisibile, anche se di difficile applicabilità sulle nostre strade secondarie, spesso strette e con curve cieche.

Comunque, qualunque norma non accompagnata da importanti cambiamenti nella strategia politica è destinata a rimanere sostanzialmente inutile.

Cultura, educazione stradale e investimenti potranno riportare il problema del cicloturismo a livello di un consiglio motivato e non azzardato da parte di sanitari preoccupati del rischio di CVD e cancro dei loro pazienti, che non rischieranno più di essere schiacciati da un furgone, mentre pedalano per allungarsi la vita, come il povero e indimenticabile campione di ciclismo Michele Scarponi.

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