Giovani: pochi principi morali sul lavoro. Di chi la colpa?

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di Mario Nejrotti

 

È opinione comune che le persone anziane, come chi scrive, tendano spesso ad essere brontolone e qualunquiste.

Per loro il presente è quasi sempre peggiore del passato e il futuro non può che riservare sorprese sgradevoli per una decadenza sociale e morale progressiva e inarrestabile.

Sono spesso inclini a pensare che le giovani generazioni valgono meno dei loro predecessori e che i valori in cui credevano loro erano senz’altro migliori del vuoto di ideali che il presente riserva ai giovani.

“Ai miei tempi…” forse è una frase un po’ desueta, che non viene più detta, ma il suo significato preconcetto negli ultra sessantenni è probabilmente ancora molto diffuso.

Avranno ragione?  L’età dell’oro è davvero alle nostre spalle, irrimediabilmente perduta e mai più riconquistabile?

Un’indagine biennale di Ernst&Young (EY), “EMEIA EY Fraud Survey”, sembra dare ragione agli anziani, a scapito delle giovani generazioni.

Il  rapporto, infatti, affronta un grave problema: la crisi morale e la diffusione della corruzione, almeno in ambito lavorativo, proprio nei giovani.

Il peso di questi due nemici della convivenza civile, risente, almeno nel nostro Paese, di una radicata e prolungata influenza religiosa, che in passato ne ha sminuito la gravità rispetto, per esempio, a comportamenti disdicevoli nell’ambito dei costumi sessuali

Una visione laica e pragmatica potrebbe essere più utile per il bene comune.

Una prospettiva di questo genere deriva proprio dal rapporto di EY, nuovo “marchio” di Ernst&Young. Essa è una grande organizzazione che si occupa di servizi professionali di revisione e organizzazione contabile, assistenza fiscale e legale, transaction e consulenza a livello mondiale, costituendo un network planetario, che conta  231.000 dipendenti.

Nell’EY Fraud Survey sono state esaminate imprese private, operanti in 41 Paesi, distribuiti tra Europa, India, Africa e Medio Oriente ( zona Emeia), con interviste a oltre 4.000 dipendenti.

Da un articolo su IlSole24ore, del 21 Aprile scorso, che riporta i dati del rapporto EY, (Vai all’articolo)  si evince, tra l’altro, che per il 71% dei lavoratori italiani, intervistati, la corruzione è un fenomeno ancora molto diffuso e in parte complice della crisi economica e del rallentamento nella crescita. Tale percentuale scende al 51% in zona Emeia.

In Italia il 69% degli intervistati pensa che la crescita sia inferiore al previsto, dato numericamente importante e che rispecchia il pensiero dei lavoratori dei Paesi emergenti,63%. Toccando punte rilevanti in Oman, 90%, in Ucraina, 85%, in Nigeria, 84%.

Quando il rapporto esamina, all’interno del campione, la “generazione Y o Millenials”,  cioè lavoratori della fascia di età tra 25 e 34 anni di età, 32% del globale , il giudizio sulla corruzione diviene più morbido e i comportamenti non etici, sempre in ambito lavorativo, non destano particolare interesse e scandalo.

Il 73% dei giovani giustifica atti non morali e di corruzione finalizzati a conservare il livello di affari dell’azienda. Tra i dipendenti più anziani, cioè quelli della cosiddetta generazione X (dai 45 ai 54 anni), solo il 49% ha lo stesso atteggiamento.

Fatto ancora rilevante, per il controllo che le maestranze potrebbero esercitare sulla “moralità” delle imprese, è che il 68% dei giovani intervistati ritiene accettabile che i loro dirigenti pratichino comportamenti non etici per salvaguardare il business aziendale.

Un quarto di loro (25% degli Y) sarebbe disposto personalmente a pagare tangenti per ottenere o mantenere le commesse.

Inoltre, per quanto riguarda la progressione di carriera e i benefici sul lavoro, i giovani non hanno una gran fiducia nei propri colleghi, se il 49% di loro pensa che essi siano disponibili a qualsiasi comportamento non etico pur di ottenerli.

Su quest’ultimo aspetto la percentuale dei più anziani non è molto più bassa: 40%.

Questo dato fa pensare che anche gli intervistati sarebbero in buona parte disposti a molti compromessi morali per ottenere sicurezza di impiego e carriera.

Sempre in tema di fiducia, ai sistemi anonimi di denuncia all’interno delle aziende (whistleblowing), pur considerati importanti da un’elevata percentuale di lavoratori, per fornire informazioni su eventuali azioni non etiche sul lavoro,vengono preferiti dal 73%, contatti diretti con un ente esterno, come un’istituzione governativa o un ente regolatore. (per approfondire)

 Questo atteggiamento lascia trasparire un mix di paura e intimidazione all’interno delle imprese.

Fin qui il parere sull’etica e la corruzione sul luogo di lavoro dei più giovani, secondo EY.

Il giudizio sulla loro eticità deve, a nostro parere, tenere presenti alcuni fattori, che possono influenzarne la posizione.

Il primo è costituito dalla precarietà del loro inserimento aziendale, che aumenta il timore di perdere per primi il lavoro in caso di difficoltà dell’impresa.

Il secondo è legato ai traguardi normali della vita di ciascuno di noi che, senza lavoro, possono divenire irraggiungibili: costruirsi una famiglia, possedere una casa, conquistare una certa stabilità sociale.

Il terzo, e forse il più importante, è l’esempio che le generazioni dai capelli bianchi hanno dato loro in anni in cui l’economia “tirava” e il benessere e la “scalata sociale” sono diventati i principali parametri per sentirsi realizzati.

La percezione di “corruzione” che le generazioni più giovani hanno oggi, forse sarebbe diversa se la moralità non fosse stata relegata in ipocriti sermoni, ma fosse stata testimoniata da modelli di vita coerentemente vissuta.

Un piccolo, ma calzante esempio di una formazione basata sull’esempio e non solo sulle parole, viene da un articolo apparso sul portale  Noi contro la Corruzione , ormai due anni fa,  a firma di Giorgia Filippucci.

L’Autrice del pezzo ricorda come, al primo esame di Università, un suo professore, molto stimato e ammirato dai ragazzi per preparazione e rettitudine,  spese dieci minuti a chiarire agli studenti “le regole del gioco” per sostenere l’esame e i motivi etici che stavano alla base di quelle regole, tra le quali aveva sottolineato che “Copiare e far copiare è ingannare: ingannare il professore, gli altri studenti, se stessi e alla fine dei conti, il sistema.”

La studentessa di allora ringrazia ancora il suo professore per quei dieci minuti che le hanno fatto capire che eticità, trasparenza e fiducia sono ingredienti importanti di una società civile che funziona e cresce al di là di metafisici premi e castighi.

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