Cloud care: tra cura e comunicazione

Comunicare la salute è un obiettivo che le istituzioni sanitarie e la medicina non hanno ancora raggiunto a pieno. Non per insufficienza di strumenti o di intenzioni, ma per la difficoltà di tenere insieme anelli di un sistema complesso che oggi potremmo definire “cloud- care”: cioè uno spazio di interazione reale e virtuale che include nel percorso di salute, di cura e di malattia, punti di vista diversi: medico, paziente, istituzioni e media. Una triangolazione sempre più sofisticata che ha reso ancora più critica una questione antica: come usare in linguaggio in medicina? Leggiamo in un recente articolo del Sole 24 ore che “la Ginecologia è la prima branca specialistica italiana a puntare sulla comunicazione come parte integrante della formazione professionale dei propri medici, in risposta ai reali bisogni della pratica clinica quotidiana del ginecologo che, come e più di qualsiasi altro professionista della salute, ha a che fare con tematiche particolarmente delicate e difficili da gestire, in particolar modo quando ci si rivolge alle giovani generazioni”. La ginecologia, come altre specialità ad alto impatto comunicativo, si trova effettivamente molto esposta alle insidie del linguaggio e alle incongruenze della lingua medica: anche perché nell’interazione comunicativa entra in gioco un piano di relazione molto intimo, sia a livello corporeo che sociale. Il medico si trova spesso a dover maneggiare contemporaneamente emozioni, segnali corporei, pregiudizi culturali e inferenze, cioè passaggi logici e presupposti, non esplicitati nel discorso, che possono risalire a storie familiari, di sapore mitologico e proverbiale. Forse più che in altri contesti specialistici il livello di interdizione in cui si nasconde il paziente è molto radicato e trascina a valanga una concatenazione serrata di paure, dubbi e interpretazioni. Da queste premesse sembra essere partita l’Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) che insieme l’Università Iulm di Milano, ha dato vita alla prima edizione del master “Health Communication in Ginecologia”. (vedi)

Si tratta di una iniziativa di formazione alla comunicazione in ambito sanitario che intende avvicinare il mondo delle Associazioni e Società Scientifiche a quello dell’Università: 96 ore di lezione per insegnare ai medici a parlare in un contesto complesso, come quello ginecologico, affrontando tematiche urgenti, come il “sesso sicuro” e le infezioni a trasmissione sessuale: una emergenza in termini di salute pubblica se si pensa che – come riporta il Sole 24 ore- una parte rilevante delle malattie sessualmente trasmissibili, delle gravidanze indesiderate, delle interruzioni volontarie di gravidanza, interessano le giovanissime, spesso minorenni. Oltre 95mila nuovi casi di infezioni a trasmissione sessuale negli ultimi dieci anni, di cui il 20% nei giovani (tra i 15 e i 24 anni) che si affacciano alla sessualità in modo spesso disinformato. Infezioni come l’herpes genitale e il papillomavirus umano (HPV) sono in forte aumento.

In questo contesto un ruolo decisivo è svolto da i nuovi canali di informazione e di interazione comunicativa: ma come è possibile coniugare la pratica clinica con le ambiguità di strumenti ancora poco integrati nella relazione di cura e nelle dinamiche del rapporto medico paziente, soprattutto a partire dalle regole deontologiche? Secondo Elsa Viora, Presidente AOGOI la comunicazione è diventata parte essenziale del lavoro del medico che deve essere formato anche in questo campo, al di là del percorso accademico. È importante esplorare anche la Rete e la nuova sfera dei Social dove il medico può trovarsi ad interagire con i pazienti, soprattutto i più giovani.
La così detta “web reputation” diventa quindi un tema cruciale della riflessione sulla comunicazione. L’uso sempre più diffuso di diverse piattaforme – da blog a siti più sofisticati- dove il cittadino reperisce informazioni da condividere può incidere in modo molto significativo sulle conoscenze – e presupposizioni- che orientano la premessa comunicativa del paziente. vedi

I dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano esplicitano però una discreta disposizione digitale anche dei medici:

  • 83% fa uso di mail
  • 70% usa sms
  • 53% usa WhatsApp
  • 12% usa il social network
  • 7% usa skype

Tuttavia manca – nella prospettiva d’uso di questi strumenti- un approccio metodologico forte: gli utenti dei social media sono spesso vittime del confirmation bias, cioè quel meccanismo secondo cui è ritenuto credibile un “post” che conferma una convinzione consolidata. vedi
Walter Quattrociocchi dell’Imt Alti Studi di Lucca – autore di un articolo pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science – vedi) spiega in modo chiaro una delle disfunzioni più pericolose dell’utente non formato: sulla rete la prova scientifica- di evidence based medicine- non ha grande impatto comunicativo ed anzi tende a rinforzare false credenze e posizioni antiscientifiche. D’altra parte studi specifici sul rapporto tra istituzione sanitaria e informazione pubblica evidenziano una forte carenza di conoscenza teorica e d’uso dei nuovi strumenti di comunicazione (vedi; vedi)

Ma alla base dell’arretratezza culturale in tema di competenza comunicativa c’è senza dubbio una ulteriore osservazione di metodo: le istituzioni sanitarie sembrano non aver ancora sistematizzato un modello di informazione efficace e rimangono imbrigliate in un ritmo comunicativo a contrappunto, tra argomentazione, persuasione e prescrizione. Il percorso è ancora lungo. vedi