Piastrine alleate dell’uomo o del tumore?

di Mario Nejrotti

Già nel 2011 era stata prospettata da ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology ) una relazione tra le piastrine del sangue e le cellule tumorali in fase di metastatizzazione: una sorta di mascheramento di superficie da parte dei trombociti, guidati dal tumore, per evitare che le sue cellule in diffusione nel sangue siano individuate dal sistema immunitario. (vedi) (vedi)

All’inizio del 2017 ricercatori guidati da Zheng Gu, dell’Università della Carolina del Nord, hanno pubblicato on line su Nature-Biomedical_Engineering (vedi)  un lavoro sperimentale sui topi, che esplora proprio la possibilità di usare questa relazione dannosa per l’uomo, tra piastrine e cellule tumorali circolanti o in sito, per colpirle e potenziare l’immunoterapia, attraverso l’attivazione dei trombociti con anticorpi monoclonali, soprattutto in quei casi in cui, dopo intervento chirurgico, si vogliano colpire le cellule eventualmente rimaste nella zona dell’operazione.

Naturalmente la strada per trasferire all’uomo questa osservazione e questa strategia è ancora molto lunga.

Anche la vecchia aspirina sembra avere qualche efficacia sull’impianto e la diffusibilità di alcune neoplasie, specie quelle del colon-retto, proprio per la sua azione sull’aggregabilità piastrinica, già ampiamente sperimentata nella prevenzione cardiovascolare.  I dati giungono da un lavoro coordinato dalla dottoressa Paola Patrignani, (vedi)  Ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Neuroscienze e Imaging e Scienze Cliniche e Responsabile dell’Unità di Ricerca di Farmacologia dei Sistemi e Terapie Traslazionali presso il CeSI-MeT, pubblicato nel gennaio 2017 sulla rivista Clinical Pharmacology & Therapeutics, dal titolo: “Low-dose aspirin acetylates cyclooxygenase-1 in human colorectal mucosa: implications for the chemoprevention of colorectal cancer.” (vedi) 

L’utilità dell’aspirina in campo preventivo e nel rallentamento della migrazione in altri tipi di tumore è oggetto di ricerca e di controversie a livello scientifico.

L’interesse su piastrine e cancro si è esteso recentemente al campo della diagnosi precoce del tumore. Infatti uno studio, condotto dall’Università di Exeter Medical School e pubblicato il 22 Maggio 2017 sul British Journal of General Practice (vedi), ha raccolto 40.000 cartelle cliniche di pazienti del Regno Unito e ha valutato il livello delle loro piastrine.

Si è riscontrato che in oltre l’11% degli uomini e nel 6% delle donne con trombocitosi viene diagnosticato un cancro entro un anno. Invece nella popolazione generale, solo circa l’1% delle persone sviluppa il cancro in un anno.

Il carcinoma del polmone e del colon-retto sono state le neoplasie più diagnosticate e un terzo dei pazienti non aveva altri sintomi a indicare la presenza del tumore.

I ricercatori hanno confrontato i dati dei pazienti di età compresa tra 40 anni e più e analizzato 30.000 persone con trombocitosi e 8.000 con normale conta piastrinica.

Le conclusioni sono state che, se circa il 5% dei pazienti con cancro manifestano trombocitosi prima della diagnosi di tumore, in un terzo di loro potenzialmente esiste la possibilità di diagnosi anticipata di circa 3 mesi.

L’utilità pratica potrebbe essere notevole, data la facilità di reperire questo dato con un semplice emocromo nella popolazione generale da parte dei Medici di Famiglia, unici ad avere un diretto contatto con tutti i cittadini.

Ma una riflessione si impone.

Quali protocolli diagnostici di approfondimento dovrebbe innescare una trombocitosi isolata in soggetti totalmente asintomatici e senza segni di localizzazione? E quale dovrebbe essere il rapporto con il paziente nella comunicazione di un possibile rischio concreto di tumore?

Anticipare la diagnosi di neoplasia in generale, senza poter specificare quale tumore stia per manifestarsi, rende l’approccio tutt’altro che semplice e certamente meritevole di ulteriori approfondimenti, prima di entrare nella pratica quotidiana.