Le disuguaglianze si autoalimentano: una legge universale

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri. E sembra che non ci sia una via di uscita perché grandi e piccole disuguaglianze innescano un circolo vizioso. Uno studio pubblicato su Pnas dimostrerebbe, infatti, che una maggiore disuguaglianza sociale spinge il gruppo dominante a usare anche mezzi violenti per mantenere lo status quo e questo a sua volta può incrementare le disuguaglianze (1).

In sintesi lo studio si è suddiviso in due parti. Nella prima è stato distribuito un questionario a 41.824 persone di 27 nazioni differenti. Le domande vertevano su quale fosse l’atteggiamento individuale dell’intervistato nei confronti di temi di uguaglianza sociale e di gerarchie sociali. Le risposte sono state incrociate con i macroindicatori dei livelli di ineguaglianze sociali e di violenza del paese di appartenenza, elaborati dalle Nazioni Unite, dalla Banca mondiale, da Reporter senza frontiere e da altre istituzioni.

I risultati sono stati chiari, commentano gli autori dati alla mano: maggiore è il grado di instabilità e disuguaglianza sociale, maggiore è il potere esercitato da chi sta negli alti ranghi per sostenere la gerarchia esistente con ogni mezzo – anche con la violenza. “Un più alto grado di disuguaglianza motiva chi sta ai vertici ad usare persino la violenza per mantenere questa differenza. In tal modo le disuguaglianze si autoalimentano generando ulteriori disuguaglianze e aggiungendo violenza alla violenza”, spiega l’autore senior della pubblicazione, Lotte Thomsen, professore di psicologia dell’università di Olso in Novergia e di scienze politiche all’Aarthus University in Danimarca.  

Tra le conseguenze di questo circolo vizioso, aggiunge Thomsen, vi sono le persecuzioni violente degli immigrati, il razzismo e il sessismo come viene evidenziato nella seconda parte dello studio che ha coinvolto 4613 americani bianchi di 30 diversi stati statunitensi. Attraverso il classico format della survey sono state dedotte quali fossero le loro posizioni sulle uguaglianze e gerarchie sociali e anche sul razzismo, sul sessismo e sulla loro disponibilità a partecipare a manifestazioni violente contro gli immigrati o a partecipare alla caccia agli immigrati qualora fossero stati messi al bando dai governi.  Anche in questo caso, le risposte hanno verificato che l’egemonia psicologica era sistematicamente correlata al grado di disuguaglianze economiche e di violenza all’interno del loro stato di appartenenza.

Per concludere, i gruppi forti nella scala gerarchica della società non fanno altro che alimentare da un lato ideologie e comportamenti che alimentano le disuguaglianze e dall’altro la violenza che stabilizza lo status quo della società.

Se non ci fosse una struttura gerarchica, le disuguaglianze sarebbero quindi più contenute. O addirittura potrebbero non essere mai nate. Secondo Adrian Bejan, fisico della Duke University, qualsivoglia sistema di flussi richiede una struttura gerarchica per evolversi (2). Un classico esempio viene dal sistema vascolare dove le grandi arterie si ramificano in arteriole che a loro volta si espandono suddividendosi in piccoli capillari. Questa legge della ramificazione gerarchica teorizzata da Bejan non vale solo nella natura ma anche nella struttura delle città e della società umana. La nostra società inizialmente era formata da un piccolo gruppo all’interno del quale le differenze in termini di povertà e salute erano pressoché prossime allo zero. Mano a mano che cresceva si cominciarono a formare in modo capillare ulteriori comunità con una struttura gerarchica e con esse le vie di comunicazione che portarono a uno sviluppo economico, con il quale però ebbero inizio anche le disuguaglianze economiche.  “Via via che crescono le disuguaglianze, la popolazione mondiale richiede un’inversione di tendenza, cioè delle leggi che garantiscano più uguaglianza”, commenta Bejan. “Con i governi rappresentativi più sviluppati questo in parte avviene; ma andando avanti, le disuguaglianze tenderanno sempre a crescere: questo fenomeno risponde a una legge fisica, e non può essere evitato” (3).

In fin dei conti come scrive l’economista Nancy Birdstall, “il mondo non è piatto. Quelli di noi che stanno in cima, con il giusto grado di istruzione e che abitano nei paesi giusti, possono facilmente trascurare i paesi e le persone incastrati nei profondi crateri del panorama globale” (4). E secondo Sir Michel Marmot, epidemiologo della University College London, “il progresso inizierà solo riconoscendo le grandi differenze e affrontandole” (5). Circoscrivendo il ragionamento alle disuguaglianze di salute la questione è che sappiamo come ridurle e in molti stanno cercando di riprodurre la ricetta evidence based. Ma i tempi non sono ancora pienamente maturi perché tanto le crescenti disuguaglianze economiche e sociali, quanto la mancanza di una risposta politica minacciano l’equità nella salute. Anche qui vince la legge del più forte, di chi sta in alto. Citando Marmot: “serve una rivoluzione”.

 

Bibliografia

  1. Kunsta JR, Ronald Fischerd R, Sidaniuse J, Thomsena L. Preferences for group dominance track and mediate the effects of macro-level social inequality and violence across societies. PNAS 2017; 114: 5407-12.
  2. Bejan A, Errera MR. Wealth inequality: The physics basis. Journal of Applied Physics 2017; 121, 124903.
  3. Un modello fisico delle disuguaglianze economiche. Lescienze.it 29 marzo 2017.
  4. Kopetchny T. Centre for global development: your chance to ask Nancy Birdsall about globalization and inequality. 3/29/2007 [05/01/2015]. Reperibile online al link: http://www.cgdev.org/blog/your-chance-ask-nancy-birdsall-about-globalization-and-inequality
  5. Marmot M. La salute disuguale. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2017.

 

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