Festival dell'economia di Trento 2017

Salute ed economia al Festival

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Ingredienti: 2 premi Nobel, 2 ministri, esperti dalle più prestigiose università del mondo, 189 relatori e 50 moderatori, 102 eventi, 96 le dirette web di cui 25 in lingua inglese. Il risultato: 284 i servizi radio e TV, 536 le segnalazioni web, 365 articoli su carta stampata, oltre 4.500.000 le connessioni al sito internet per 2 TByte di traffico, oltre 50.000 le connessioni alle dirette streaming, oltre 9.000 i video on demand. Il tutto dovuto alla presenza di 338 i giornalisti, operatori e fotografi accreditati provenienti da Italia, Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Ungheria, Serbia, Brasile, Cina in rappresentanza di 149 testate giornalistiche. Ecco i numeri della dodicesima edizione del Festival dell’Economia, dedicato quest’anno a La salute disuguale.

Un titolo intrigante, al pari di quelli delle undici edizioni degli scorsi anni, nato da un’intesa tra l’economista Tito Boeri e l’editore Giuseppe Laterza – a nome del comitato scientifico del festival – e la casa editrice Il Pensiero Scientifico Editore che pochi mesi fa ha pubblicato l’edizione italiana del libro The health gap di Sir Michael Marmot, proprio con il titolo La salute disuguale (1). Dedicare alla sanità un’intera edizione di un evento così prestigioso è, per molti aspetti, un atto dovuto. Si tratta, infatti, di un comparto che assorbe una quota ingente della spesa pubblica. Inoltre, è uno dei settori dove maggiormente si ricerca e si sperimentano quelle partnership tra pubblico e privato che costituiscono uno tra gli obiettivi più ambiti dalla attuale visione politica.

Sul versante della spesa per la sanità, il festival ha lasciato molto spazio alla discussione sui costi dei medicinali. Roberto Mania, giornalista del quotidiano La Repubblica, ha introdotto la conferenza di William Lazonick, economista dell’università del Massachusetts a Lowell, una voce critica sul capitalismo finanziario che contraddistingue la gran parte delle strategie delle grandi industrie farmaceutiche. Anche se queste ultime sostengono che gli alti profitti ottenuti servano a sostenere la ricerca per l’innovazione, Lazonick ritiene che in realtà quei proventi vengono utilizzati soprattutto per acquistare azioni delle stesse imprese, aumentandone artificialmente in questo modo il valore, e per remunerare in maniera esorbitante i manager che le dirigono. Un approccio prevalentemente speculativo, pertanto, che sfrutta le opportunità offerte dall’acquisto di start-up ad elevata componente pubblica e detentrici di brevetti di nuovi potenziali prodotti.

Le questioni sollevate da Lazonick erano in parte state dibattute in un incontro sul tema “Chi potrà permettersi i nuovi farmaci?” che ha visto la partecipazione di Nerina Dirindin – senatrice e docente di Economia pubblica e scienza delle finanze all’università di Torino –, Guido Guidi – insegnante di diritto pubblico comparato all’università di Urbino –, Gavino Maciocco – del Dipartimento di sanità pubblica dell’università di Firenze – e di Alexander Zehnder – presidente e amministratore delegato di Sanofi Italia e Malta. L’accelerazione dell’approvazione e dell’immissione sul mercato di prodotti biotecnologici promette cure “rivoluzionarie”, ma potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo all’accesso universale a queste terapie. La sfida è legata alla sostenibilità di questo modello di business e nello stesso tempo alla capacità di garantire un equo profitto all’industria dei farmaci per non rischiare di penalizzare gli strumenti della ricerca. Il parere di Nerina Dirindin è che l’aumento dei prezzi dei nuovi farmaci non è giustificato e non è correlato neanche ai dati di sopravvivenza media dei pazienti trattati con i farmaci “innovativi”. Le posizioni monopoliste devono essere combattute: “Davanti alla possibilità – ha spiegato la senatrice – di sradicare e combattere molte malattie è necessaria una maggiore responsabilità da parte dell’industria nel dialogo con le istituzioni nazionali preposte, senza per questo colpevolizzare l’investitore che deve trarre il giusto profitto”. Ha risposto Alexander Zehnder evidenziando come il prezzo dei farmaci nasca da una negoziazione: “In Italia l’Agenzia italiana del farmaco svolge bene il proprio lavoro e ha ottenuto attraverso diverse trattative alcuni fra i prezzi più bassi dei farmaci a livello europeo”. Gavino Maciocco ha posto l’attenzione sui costi dei nuovi farmaci contro l’epatite C. La presenza di oltre 900 mila pazienti sofferenti per questa malattia ha costretto a scegliere chi curare privilegiando i malati più gravi. Ma razionare un farmaco salvavita così importante non può non creare grandi problemi etici e si rischia che questa situazione possa ripresentarsi in futuro anche per altre cure. Guido Guidi invece ha sottolineato come l’Aifa abbia introdotto il sistema del cosiddetto “pay for performance” che lega il pagamento del farmaco alla sua efficacia. Una strada da percorrere per evitare gli sprechi e che al tempo stesso può comunque sostenere l’impegno industriale per lo sviluppo di farmaci nuovi ed efficaci.

In un altro incontro, anche Judit Rius Sanjuan – esperta di Medici senza frontiere – ha analizzato questo problema raccontando che l’ONG di cui fa parte è da molto tempo impegnata sul tema, ricordando come già nel 1988 con l’avvio dell’epidemia di infezione da HIV ci si fosse interrogati con estrema urgenza sulla disparità dell’accesso alle cure tra malati facenti parte di diversi ceti sociali. Il problema della disuguaglianza, l’esistenza di farmaci efficaci ma non ugualmente accessibili da parte di tutti coloro che ne avevano bisogno, era inaccettabile. Era disumano assistere senza far nulla a persone che morivano senza essere curate a causa dell’alto costo dei farmaci. In quegli anni, l’attenzione di Medici senza frontiere si concentrò sui modi possibili per abbassare i prezzi dei medicinali, che in realtà erano così elevati non tanto per il costo di sviluppo ma per la mancata concorrenza tra le diverse industrie. L’azione di Medici senza frontiere portò alla riduzione del 90% del costo dei farmaci contro l’HIV, salvando in questo modo moltissime vite. Secondo l’Onu, oggi sono 17 milioni le persone che vengono trattate con farmaci contro l’HIV, grazie a una maggiore competizione industriale. “La nostra attività – ha spiegato Judit Rius – si concentra nelle aree più neglette del mondo. Cerchiamo di prevenire la tubercolosi e la realtà di fronte alla quale spesso ci troviamo è quella dell’inaccessibilità ai vaccini e alle medicine: serve un sistema diverso, perché l’attuale non risponde alle necessità non più soltanto delle nazioni più povere ma anche di molti cittadini europei. Si pensi ad esempio alla epatite C, al cancro, alla mancanza di antibiotici: serve una risposta globale. Come Medici senza frontiere lavoriamo per una innovazione accessibile”.

Nella giornata inaugurale del festival è intervenuto anche Silvio Garattini – direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri – che più che soffermarsi sui farmaci di più recente introduzione sul mercato ha sottolineato che nel servizio sanitario del nostro paese è ancora prescritta una grande quantità di farmaci che non ha ragione di essere utilizzata: i cittadini non hanno gli strumenti necessari per difendersi e reggere l’impatto dell’informazione orientata dall’industria farmaceutica e veicolata dai media sia della stampa quotidiana e settimanale, sia su internet. In Italia servirebbe una maggiore e una migliore informazione scientifica di base e ne abbiamo avuto conferma anche nel caso recente delle polemiche legate all’uso dei vaccini: “La vaccinazione – ha sottolineato il direttore del Negri – è fondamentale ma la massa di informazione ideologica e confusionaria dalla quale siamo bombardati provoca disorientamento in molti. Siamo davanti così ad un disordine che nasce dalla mancanza di informazione corretta”. Da qui l’importanza del ruolo dei ricercatori indipendenti da interessi industriali, che dovrebbero impegnarsi a far comprendere informazioni e dati a un pubblico che purtroppo ha una ridotta health literacy.

Molti, forse troppi i temi affrontati dal festival dell’economia svoltosi pochi giorni fa a Trento. Il filo conduttore è stato ovviamente quello delle disuguaglianze, ben sintetizzato nel titolo di questa edizione. A questo argomento è stata anche dedicata una rassegna sintetica preparata da Giuseppe Costa – epidemiologo dell’università di Torino – che è stata distribuita gratuitamente a tutti i partecipanti agli eventi svolti nel capoluogo trentino. Tra gli eventi clou, quello della lettura magistrale di Sir Marmot, nel pomeriggio del 2 giugno al Teatro sociale affollato di gente che ha continuato a fermare l’epidemiologo inglese nella sua passeggiata nel centro cittadino, chiedendo fotografie e autografi sul suo libro. Una relazione che ha fatto da ponte tra ricerca epidemiologica e decisioni politiche: secondo Marmot, la chiave non è tanto nel decision-making che riguarda direttamente la salute, perché le sorti degli individui e delle popolazioni sono segnate soprattutto dalle scelte di politica economica e sociale. Il punto di vista di Marmot non è distante da quello di diversi importanti economisti che hanno parlato sullo stesso palco. Per esempio, Jeann Tirole, premio Nobel per l’economia e autore di un libro recente e di successo (2): “Noi economisti non ignoriamo la moralità e l’indignazione non basta: per molte aziende è vantaggioso far propri i valori sociali che la propria clientela esprime, ma troppe volte facciamo finta di non accorgerci delle disuguaglianze che rendono ingiusta la società in cui viviamo”.

 

Bibliografia

  1. Marmot M. La salute disuguale. La sfida di un mondo ingiusto. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2016.
  2. Tirole J. Economia del bene comune. Milano: Mondadori 2017.
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