Come comunicare rischi e benefici, tra psicologia e statistica

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Di Sara Boggio 

“È sorprendente quanto le parole possano essere potenti nel plasmare il modo in cui vengono recepite le informazioni”, scrive un medico sulla pagina di opinioni del British Medical Journal (vedi), e argomenta con questo esempio: immaginate che scoppi un’epidemia e che arrivino in ospedale 600 pazienti; immaginate di essere il medico e di dover scegliere la terapia adeguata. Le opzioni che a seguire propone sono tra loro equivalenti: a cambiare non è la percentuale di rischio ma il modo in cui viene presentata, e la propensione per l’una o per l’altra non ha che fare con la logica. Meglio un farmaco che garantisce la guarigione di 200 pazienti o provoca la morte di 400? Meglio il 33% di probabilità di salvare tutti o il 66% di probabilità di non salvare nessuno? Secondo l’autore, a influenzare in modo decisivo le scelte è un meccanismo psicologico, nonché bias cognitivo, noto come “avversione alla perdita” (loss aversion), secondo il quale le persone (medici e pazienti inclusi) temono la perdita molto più di quanto apprezzino un guadagno. Da cui una percezione distorta del rischio che incide sulla valutazione razionale delle scelte. L’autore mutua questa nozione dall’ambito dell’economia comportamentale (vedi), ricordando anche le prime importanti ricerche di Daniel Kahneman e Amos Tversky sui bias cognitivi e sul modo in cui influenzano la facoltà critica di tutti, tanto più nei contesti di incertezza (sul tema vedi anche questo articolo)

I risvolti applicativi di queste teorie, sottolinea l’autore, sono tuttora di rilievo e sarebbe utile tenerne conto. Per esempio per impostare in modo più efficace la comunicazione tra medico/operatore e paziente, soprattutto nell’ambito delle cure primarie, allorché si debbano spiegare rischi e benefici della somministrazione di un farmaco o di un percorso terapeutico, oppure si voglia sollecitare un cambiamento comportamentale.

A queste considerazioni va forse premessa, a monte, una condizione ovvia ma fondamentale: oltre a saperle comunicare nel modo più appropriato ed efficace, statistiche e percentuali su rischi e benefici devono essere prima di tutto correttamente intese.

“Nella nostra vita e nel linguaggio comune, parole come percentuali, frequenze, probabilità, rapporto rischio/beneficio ricorrono molto spesso. Si tratta di concetti fondamentali per prendere decisioni autonome e razionali, pari alla conoscenza della lingua o della matematica elementare. Eppure, non esiste una cultura statistica diffusa, nemmeno nella pratica di specialisti quali medici, giornalisti, avvocati e così via”. Così dice Eric Gard, personaggio nato dalla fantasia di una ricercatrice in neuroscienze e di un medico, nonché protagonista di una graphic novel che tocca un noto punto dolente dell’alfabetizzazione scientifica (il libro, che si intitola Doctor G, è stato di recente presentato proprio all’OMCeO di Torino).

Il testo ha in effetti l’ambizioso obiettivo di chiarire una serie di nodi concettuali che rendono la statistica una tra le materie più diffuse e meno comprese anche, ahimè, nell’ambito della salute, e per questo risulta un “utilissimo e originale strumento di empowerment dell’alfabetizzazione biostatistica di base, per medici e studenti di medicina e, perché no, anche per pazienti e giornalisti” (vedi).

Perché se è vero, come ricorda l’articolo del BMJ (e com’è vero), che le parole possono essere uno strumento molto potente, sarebbe un peccato, e un pericolo, sprecarne l’impatto con i numeri sbagliati.

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