Art32

Le conseguenze della discriminazione sulla salute

Condividi sui Social

Di Sara Boggio

Gli atteggiamenti discriminatori sono argomento di pertinenza etica e morale, ma anche clinica. Secondo un articolo del New York Times, scritto da un medico del Massachusetts General Hospital, docente presso la Harvard Medical School, le discriminazioni possono avere importanti conseguenze sulla salute degli individui che le subiscono nonché ripercussioni a livello collettivo, in ambito di salute pubblica (vedi).

Molto prima che Martin Luther King definisse le diseguaglianze nella salute come “la più scioccante e disumana forma di ingiustizia”, scrive l’autore, lo storico e attivista per i diritti civili W.E.B. Du Bois (1868-1963) rilevava che il tasso di mortalità e di incidenza delle malattie nella popolazione di colore era in massima parte determinato dalle condizioni materiali in cui viveva, e non da specifici “tratti razziali”. Prima ancora di Du Bois, il primo medico di colore della storia statunitense, James McCune Smith (1813-1865), aveva dedicato un’approfondita analisi alle conseguenze della libertà e dell’oppressione sullo stato di salute, fisica e mentale (vedi).

Questi uomini, dice l’articolo, hanno messo a fuoco un dato che ricercatori e referenti politici spesso non esplicitano: la discriminazione, soprattutto quando è perpetrata in forma cronica, danneggia la mente così come il corpo. “Il modo in cui ci trattiamo, e il modo in cui le istituzioni ci trattano, hanno delle conseguenze sulle nostre vite, sia in termini di durata che di qualità”.

Fatta questa premessa, l’autore cita una serie di ricerche che prendono in esame condizioni sanitarie e dati epidemiologici relativi a popolazione di colore, minoranze etniche e popolazione bianca in situazione di povertà. Una crescente raccolta di dati suggerisce che “la discriminazione razziale e di genere” abbia conseguenze organiche su chi ne ha esperienza e che, interiorizzata nell’arco di una vita, si possa associare a una molteplicità di problemi di salute: “maggiore propensione a fenomeni infiammatori, peggiore qualità del sonno, neonati di peso e dimensioni inferiori alla media, più alti tassi di mortalità infantile, maggiore rischio di sviluppare il cancro, depressione e abuso di sostanze”. Il “peso cumulativo della discriminazione” sarebbe collegato anche a un maggior tasso di ipertensione e a un più rapido invecchiamento cellulare.

In uno studio che attinge da archivi di dati storici (vedi), i ricercatori hanno rilevato che prima dell’abolizione delle leggi di Jim Crow (leggi di stato che autorizzavano la discriminazione razziale), il tasso di mortalità infantile, tra i bambini di colore, era venti volte superiore. Questa disparità si sarebbe ridotta drasticamente dopo il Civil Right Act del 1964, per chiudersi poi un decennio più tardi. Le differenze persistono, a prescindere dall’etnia, nei “ghetti socio-economici”, dove le condizioni di alfabetizzazione sono minime e la povertà estrema.

In uno dei commenti all’articolo, un lettore ricorda che la relazione tra povertà, disempowerment, disperazione e pessima salute è ovvia (“chiedetelo a un senzatetto”, suggerisce. Del resto, basta ricordare che il sistema sanitario statunitense non ha mai previsto copertura universalitstica).

Un altro commento cita invece ulteriore bibliografia di supporto, attingendo questa volta non dalla storia della medicina né dall’epidemiologia ma dall’antropologia medica (ambito disciplinare giunto alle stesse conclusioni già qualche anno fa, specifica il lettore). A dimostrazione viene indicata una ricerca del 2009 dell’antropologa Clarence Gravelee (How Race Becomes Biology: Embodiment of Social Inequality, vedi), pubblicato sull’«American Journal of Physical Anthropology»). In questa ricerca l’assunto di fondo è il seguente: “dire che la razza è una costruzione sociale non significa affermare che non sia reale”, e cioè che non abbia conseguenze sul piano della realtà, sulla vita concreta degli individui e quindi anche sulla loro salute. Anche il denaro, in fondo, è una convenzione: “I soldi sono solo pezzi di carta o cifre elettroniche – si legge nella sinossi della ricerca. – Eppure concordiamo sul fatto che abbiano un valore, che si possano scambiare e che producano degli effetti sul mondo…”. Traslando il discorso nell’ambito della salute, la ricerca evidenzia come le costruzioni sociali, e in particolare l’idea di razza, abbia appunto delle conseguenze fisiche, organiche, biologiche nella vita degli individui, anche con ripercussioni transgenerazionali.

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF