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Maculopatia: le raccomandazioni di ISS, Aifa (e Novartis)

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Di Sara Boggio

La maculopatia degenerativa è un disturbo che compromette gradualmente la vista, con un’incidenza che aumenta con l’età, ma che si può trattare in modo efficace con l’opportuno coordinamento dei servizi dedicati e con il ricorso alle “possibilità terapeutiche ‘salva vista’ ormai a disposizione”. Questo, in estrema sintesi, quanto emerge dalla presentazione di un progetto presentato a Roma a inizio luglio per fare il punto sulla diffusione del disturbo e sulle modalità di presa in carico e trattamento (vedi). Come spiega l’articolo del Sole 24Ore che ne dà notizia, il progetto si chiama Value Blindess Care, ed è stato promosso da Vithali, “spin-off” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ovvero iniziativa imprenditoriale in cui sono confluite esperienze e professionalità sviluppate nell’ambito della ricerca accademica (sulle specifiche caratteristiche di questo tipo di impresa si veda la definizione che ne dà l’Università di Siena a questo link). Il progetto si è svolto anche con la collaborazione dell’azienda farmaceutica Novartis che, riferisce l’articolo, ha già promosso varie iniziative dedicate alle maculopatie.

Ciò detto, la presentazione ha da una parte presentato una lista di numeri e relativi costi: i casi di cecità dovuta a maculopatia sarebbero oltre 15.000 all’anno, in Italia, per un totale di oltre 110 milioni tra pensioni e indennità (così secondo quanto riportato dall’Osservatorio italiano sui costi della Cecità Legale: anche questo promosso da Novartis). Dall’altra ha dato spazio all’appello di autorevoli voci del dibattito medico e scientifico, nazionale e internazionale: dai presidenti dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Walter Ricciardi e Stefano Vella, a Muir Gray, medico e docente dell’Università di Oxford che ha ricoperto ruoli chiave nella promozione dell’Evidence-Based Medicine e in generale nella consulenza gestionale dei sistemi sanitari. Il ricorso ai farmaci, sottolinea Gray, “deve andare di pari passo con una corretta governance dei servizi che inizi dall’identificazione precoce dei casi nella popolazione suscettibile e dall’emersione di percorsi facilitati di gestione e continuità terapeutica comprensibili per il paziente”.

Ed è proprio sul coordinamento dei servizi che insistono anche i ricercatori di Vithali, secondo i quali “il modello assistenziale tradizionale basato su monadi assistenziali e sul riferimento disorganizzato al centro ultra specialistico non può più rappresentare una soluzione sufficiente”: da cui la necessità di sviluppare servizi che siano in grado di fare da raccordo tra “il mondo dell’assistenza sanitaria” e quello del “supporto psico-sociale”. In modo da poter “garantire la continuità di cura e scongiurare l’abbandono del percorso da parte del paziente”.

A chiudere il resoconto della presentazione è comunque casa la farmaceutica: il direttore del Patient Access di Novartis Italia spiega che nei mesi scorsi è stato definito un accordo con Aifa che prevede “un più ampio ed appropriato accesso al trattamento con ranibizumab”. In virtù di questo accordo, i medici potranno prescrivere il farmaco “superando alcuni dei problemi” che avevano finora “limitato la durata e l’efficacia del trattamento”.

Sul ranibizumab si potrebbe aprire una parentesi per chiarirne impiego e costi – parentesi che nel report non compare e per la quale, in queste sede, rimandiamo a un approfondimento di Farmacovigilanza.eu, qui).

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