Discutere dei propri errori e fallimenti

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Fare degli errori è ovvio e frequente. Anche in medicina. Sebbene gli errori da parte dei medici non siano normalmente annoverati fra le cause di morte – come invece i tumori, le malattie cardiovascolari e così via – essi sarebbero responsabili di un decesso su tre in ospedale. Inoltre, si legge su The BMJ, si tratterebbe di una percentuale sottostimata, dato che il reporting su questo aspetto è ancora molto poco. Per esempio negli Stati Uniti nella lista delle cause di morte, ognuna delle quali ha un codice da apporre sui certificati di morte, non compare la dicitura “errore medico” oppure “diagnosi errata” o “caso di cui non si è valutata bene la gravità”.

Come affermava il chirurgo francese René Leriche nel 1951: “Ogni medico porta con sé un piccolo cimitero, in cui di tanto in tanto va a pregare, un cimitero di amarezza e di rammarico, di cui cerca le ragioni dei propri fallimenti”.  Basta una diagnosi fatta velocemente, una scelta avventata data dalla fretta, somministrare una dose farmaco senza accertarsi che non fosse già stata somministrata da chi ci ha preceduto e le conseguenze possono essere pesanti. Per non parlare di alcuni aspetti di incertezza intrinseca presenti in medicina, come patologie che è molto facile confondere se non si ha un occhio allenato.

Su questo aspetto riflette anche Sara Scarlet, medico dell’Università del Nord Carolina, negli Stati Uniti, all’interno di un articolo pubblicato sulla rivista Stat, argomentando a favore dell’importanza di condividere i propri errori con i colleghi, per non sottoporsi da un lato allo stigma sociale, che deriva dalla ricerca della responsabilità ultima dell’errore, ma anche per evitare di ritrovarsi troppo spesso a meditare soli in quel cimitero di cui parlava Leriche.

Da un lato – racconta Scarlet – le emozioni potenti che derivano da un fallimento, come quando un paziente muore per una tua negligenza o superficialità, sono dannose per la tua stessa vita professionale e personale. Dall’altro, mantenere gli errori nell’ombra è un male anche per il sistema medico stesso, che invece guadagna competenze proprio imparando dai propri errori e da un personale il più possibile sereno.

Il punto è capire come condividere i propri errori evitando lo stigma. Secondo Scarlet il debriefing, cioè la discussione di un caso tra colleghi non appena è rientrata l’emergenza che lo ha riguardato, rappresenta un ottimo passo avanti. Si tratta di un momento di riflessione in cui si prende atto di cosa è andato bene e cosa male e si segnano dei suggerimenti per i prossimi casi analoghi a livello sia individuale sia di gestione di gruppo.

Tutte le forme di debriefing hanno una struttura condivisa che prevede l’impostazione della discussione seguita da tre fasi: la descrizione dell’evento e delle reazioni, l’analisi di ciò che è andato bene e ciò che è andato male e la fase finale in cui si individuano suggerimenti per futuri eventi simili. Lo scopo non è quello di individuare errori e di attribuire la colpa, ma di capire perché le azioni e le decisioni hanno avuto un senso per i clinici in quel preciso momento. Focalizzarsi su questo aspetto aumenta la probabilità che le prestazioni positive possano essere rafforzate e nuove opzioni possono essere generate per modificare le prestazioni non corrette o al di sotto dello standard desiderato. È molto importante, sottolinea l’autrice, far sì che chi guida la discussione solleciti lo scambio fra le prospettive dei membri del team su come gli eventi si sono svolti per individuare le questioni più importanti da affrontare nella fase di analisi dei pro e dei contro. “Tuttavia – continua l’autrice – nonostante queste metodologie precise per condurre il debriefing, in assenza di un evento grave come una morte inaspettata o un danno grave, esso viene fatto raramente.”

Eppure, i medici stessi ne avrebbero bisogno, mentre finiscono per elaborare questi fatti in solitudine. Lo conferma anche un editoriale apparso sempre su The BMJ un paio di anni fa, sulle esigenze spesso ignorate di queste “seconde vittime” (4). “I clinici che non sono in grado di affrontare le proprie emozioni dopo un errore medico o un evento avverso finiscono per soffrire in silenzio” si legge. Senso di colpa, paura, ansia, rabbia, incubi, fino a depressione e l’insonnia, a cui si aggiunge in molti casi il dubbio di non essere all’altezza del proprio compito di medico, anche agli occhi dei colleghi.  “La svolta è riconoscere che la vulnerabilità è un aspetto fondamentale della leadership”, spiega invece Scarlet. “È con la vulnerabilità che arriva la forza. Dal novellino, al chirurgo più esperto, dobbiamo tutti riconoscere che mettere fine alla nostra solitudine dopo gli errori ci permetterà di fornire una migliore cura ai nostri pazienti, e anche di stare meglio noi stessi.”

 

Bibliografia

  1. Makary MA, Daniel M. Medical error – the third leading cause of death in the US. BMJ 2016; 353:i2139
  2. Scarlet S. Physicians need to openly discuss medical mistakes and near misses. Stat 14 luglio 2017
  3. Debriefing for Clinical Learning. Psnet.ahrq.gov, giugno 2016
  4. Edrees H, Federico F. Supporting clinicians after medical error. BMJ 2015;350:h1982

 

 

 

 

 

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