Conoscere il tumore della vescica per aumentare le guarigioni

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 di Mario Nejrotti

Negli ultimi anni sono complessivamente migliorate le percentuali di guarigione dal tumore: il 63% delle donne e il 57% degli uomini è vivo a cinque anni dalla diagnosi.

In alcuni tumori questa percentuale è ancora più rassicurante.

Per quanto riguarda, infatti, quello della vescica in Italia il tasso di sopravvivenza a cinque anni è del 78%.

Eppure il 68% degli italiani è ancora convinto che tale forma di neoplasia sia inguaribile.

Se questa convinzione è così diffusa si può immaginare l’angoscia delle 26.000 persone, di cui 5.200 donne, che durante l’anno nel nostro Paese ricevono una nuova diagnosi di tumore della vescica. E la tendenza è all’aumento, se se ne prevedono per il 2020 almeno 30.300.

Questo immaginario collettivo, condizionato da una cultura tradizionale ancora troppo forte sia tra i cittadini, sia tra gli addetti ai lavori e che parla ancora di “male incurabile” quando una personalità  viene commemorata dai media per un decesso per cancro, contribuisce a rendere più pesante il decorso di una malattia complessa e può addirittura influenzarne la prognosi, generando stati depressivi

Ogni sforzo deve essere fatto per sgretolare il muro di paura  che impedisce di riporre nella scienza e nella ricerca una fiducia che può essere parte integrante della guarigione.

Questo sembra essere lo sforzo fatto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom)   per aumentare la conoscenza e la consapevolezza dell’opinione pubblica sul tumore della vescica. Da una indagine, presentata il 18 luglio scorso in un convegno al ministero della Salute  e che fa parte della campagna di informazione sul tumore uroteliale, denominata  Non avere TUTimore,   si viene a scoprire che solo poco più di un italiano su tre ne ha sentito parlare e conosce la sua esistenza. Il dato che più preoccupa i ricercatori e gli esperti, però, è che il 78% degli italiani ignora i fattori di rischio e il fatto che esso è in gran parte prevenibile.  E ancora solo il 23% immagina che il fumo sia coinvolto nella genesi di questa neoplasia, mentre è assodato che esso è il primo fattore di rischio. In effetti, sono oltre 400 le sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene prodotte dalla combustione del tabacco che possono raggiungere ogni distretto corporeo, ma anche essere concentrate dalle urine nella vescica.

Tra i fattori di rischio ignorati dal pubblico ci sono anche le cause professionali e il contatto con particolari sostanze. Questa situazione è di ostacolo da un lato a sviluppare una maggiore attenzione nelle pratiche lavorative e dall’altro a insistere perché si attuino da parte imprenditoriale tutte le procedure di sicurezza nei lavori potenzialmente pericolosi.

Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom, spiega che “Il 25% delle neoplasie è, infatti, attribuibile a esposizioni lavorative, in particolare alle amine aromatiche e nitrosa mine, impiegate frequentemente nell’industria tessile, dei coloranti, della gomma e del cuoio”. Però “Potrebbe avere un ruolo anche l’arsenico che inquina l’acqua potabile ed è stato classificato tra i cancerogeni di gruppo 1 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro”, aggiunge Sergio Bracarda, direttore dell’Oncologia Medica dell’Azienda Usl 8 di Arezzo, presente al convegno.

La campagna di sensibilizzazione e informazione Non avere TUTimore  si è articolata attraverso diverse iniziative.

 Sono stati distribuiti opuscoli in tutta Italia (vai al PDF) è stato realizzato un mini sito con i consigli degli oncologi sul portale ufficiale Aiom; sono stati  coinvolti oltre 7.500 medici della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (Simg) ed è stata attivata una diffusa campagna sui social media.

Infine, per aumentare la visibilità nelle piazze di Roma, Firenze, Bari e Torino sono stati organizzati eventi speciali in cui si sono esibiti otto ballerini professionisti (della scuola IALS di Roma) con performance che comunicavano una serie di messaggi volti a sottolineare l’importanza della cura del proprio corpo e della salute.

Una complessa strategia di comunicazione per convincere i cittadini che il tumore della vescica si può prevenire e oggi sempre più curare, anche grazie alle nuove terapie immunologiche, come quella molto recente con Atezolizumab , anticorpo monoclonale IgG1, completamente umano, efficace su numerosi tumori solidi, che agisce come immunomodulatore: blocca infatti il ligando della proteina della morte cellulare programmata, noto come PD-L1, riducendo quindi la capacità di sviluppo e diffusione del tumore.

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