Salute mentale: alla base della cura, l’esperienza della malattia

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 Di Sara Boggio

Metrocare, organizzazione no profit statunitense che si occupa di malattia mentale, conta tra i propri addetti un piccolo team di pazienti: si tratta di cinque peer specialist che sono stati appositamente qualificati con un programma di cura ‘estensivo’, di reale inclusione lavorativa e a lungo termine, quando non permanente. A raccontare il progetto è un articolo di NPR (vedi).

In Texas, sede dell’organizzazione, sono quasi un migliaio le persone che hanno seguito il training per diventare peer specialist. A organizzarlo è un’altra associazione, sempre no-profit, che si chiama Via Hope. Il training occupa cinque giornate a tempo pieno e conferisce ai partecipanti un certificato riconosciuto in tutto lo stato, con una validità di due anni, rinnovabile a fronte del conseguimento di un determinato numero di crediti formativi. Tra i temi che vengono trattati l’etica, le tecniche di ascolto efficace, il metodo di supporto ‘tra pari’ (i peer, appunto) e soprattutto il modo in cui “usare la propria storia di guarigione come strumento di guarigione per gli altri”.

Dennis Bach, direttore esecutivo di Via Hope, specifica che la maggior parte dei peer specialist certificati hanno trovato impiego in comunità psichiatriche e ospedali statali.

Lo psicologo Jim Zahniser, ricercatore e consulente per il Meadows Mental Health Policy Institute, sostiene che l’idea di affidare i servizi a ex pazienti circola da decenni, ma solo di recente gli studi hanno dimostrato quanto efficace possa essere questo approccio: “Uno dei problemi, con la salute mentale, è che abbiamo imparato a mantenere le persone ‘stabili’ con le medicine, e a farle uscire dall’ospedale. Ma la guarigione è legata a una vita fuori, nella comunità”. I servizi affidati ai peer hanno precisamente questo scopo.

A ribaltare pregiudizi e persistenza dello stigma, gli studi dimostrano che i peer specialist possono cavarsela bene quanto i tradizionali case manager, se non meglio: riescono a gestire, evitando il ricovero, anche i casi di malattia grave, e sono spesso i primi a instaurare rapporti di fiducia ed empatia, abilità cruciale soprattutto in caso di pazienti diffidenti nei confronti dei medici, riluttanti a sottoporsi al trattamento, in generale a ricevere aiuto.

Per molti anni, prosegue l’articolo, i peer specialist hanno operato come volontari. Ma quando Medicare e Medicaid hanno iniziato a riconoscerne il valore (e in parallelo è aumentato il numero di programmi di formazione, in format standardizzati) allora anche le condizioni per assumerli a tempo pieno sono diventate più semplici. Le strutture dedicate, compresi gli ospedali, ne hanno quindi approfittato.

È proprio Medicaid a finanziare i peer services, e il Texas è uno degli oltre 35 Stati che se ne avvale. Qui, come in molti altri contesti, le figure professionali deputate all’assistenza della malattia mentale sono in grave carenza, e “i peer specialist certificati stanno colmando questa lacuna”. Con ottimi risultati.

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