Le invasioni aliene

Condividi sui Social

Il nostro corpo e il cancro. Su The New Yorker, il noto oncologo e saggista Siddhartha Mukherjee illustra le dinamiche della “invasione” tumorale.

 

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Le acque del lago Michigan sono tra le più cristalline e limpide al mondo. C’è chi le paragona alle acque caraibiche. Alcuni anni fa nel giro di poco tempo avevano perso la trasparenza. Il lago era stato invaso da due specie di molluschi bivalvi simili alle cozze, Dreissena polymorpha e Dreissena bugenis, entrambe originarie dell’Ucraina, che si alimentavano di fitoplancton che da milioni di anni viveva in quelle acque e che ne metteva in moto l’intero ciclo della catena alimentare. Trasportati verosimilmente dalle navi, i molluschi avevano raggiunto il lago statunitense, dove avevano trovato un habitat a loro favorevole. È uno dei classici esempi del sopravvento di un organismo esotico che diventa invasivo perché trova condizioni vantaggiose, tanto da riuscire a entrare in competizione per le risorse con le specie locali e da rompere l’equilibrio dell’ecosistema.

Sul New Yorker Mukherjee racconta che una sera, passeggiando sulle sponde del lago Michigan, aveva iniziato ragionare sui molluschi e sul cancro – influenzato dai suoi studi sulle interazioni tra il micro-ambiente (“nicchia”) e le cellule cancerose e dalla relazione tenuta da un collega che aveva paragonato le cellule tumorali e quelle ospiti a un ecosistema e la metastasi all’invasione di una specie aliena. Mukherjee era a Chicago per l’imminente congresso dell’ASCO, uno dei più importanti meeting oncologici mondiali: “Sapevo che molte delle relazioni del meeting sarebbero state incentrate sulle caratteristiche intrinseche delle cellule tumorali e su come bersagliarle. Ma tutto questo è una parte della fotografia. Non ci basta sapere solo con quali molluschi abbiamo a che fare ma anche con quale lago”. I molluschi dell’Ucraina hanno invaso il lago Michigan ma non altre acque. Anche la carpa asiatica ha devastato le acque statunitensi e non quelle asiatiche, e la pianta spontanea del Giappone sta infestando gli eleganti giardini inglesi.

E anche uno stesso tipo di tumore maligno può dare metastasi in una persona ma non in un’altra: delle cellule impazzite del tumore primario entrano in circolo e arrivate in un nuovo organo iniziano a proliferare. L’oncologo Daniel Hayes dell’Università del Michigan diceva che “le metastasi possono sembrare un atto casuale di violenza”, ricorda Mukherjee iniziando a ripercorrere alcune tappe della ricerca sperimentale e clinica che negli ultimi decenni ha cercato di risolvere l’enigma delle metastasi. Mukherjee parte dagli studi pionieristici di Stephen Paget che, a cavallo dell’Ottocento e Novecento, aveva elaborato la teoria del “seme” e del “terreno” secondo cui le cellule tumorali hanno bisogno di trovare zone simili per composizione a quella nella quale si sono sviluppate, fino ad arrivare agli studi recenti di Joan Massagué del New York’s Memorial Sloan Kettering Cancer Center sulle cellule tumorali dormienti che aprono una nuova prospettiva nella ricerca. Merito di Massagué è l’aver messo in luce che alcune delle cellule impazzite arrivano a destinazione e sopravvivono, alcune iniziano a proliferare, mentre altre entrano in uno stato di latenza e potrebbero un giorno riattivarsi e cominciare a dividersi. L’obiettivo del medico di origine catalana è trovare il modo di riconoscere queste cellule dormienti e ucciderle in questa fase di latenza. Ma a Mukherjee interessa di più il suo ragionamento: il processo della metastasi non è solo una questione di diffusione delle cellule tumorali, ma anche di come stanno – e prosperano – una volta entrate in circolo.

A fronte dei grandi passi avanti nella caratterizzazione del tumore con marker genetici per terapie mirate e nella diagnosi precoce del tumore, scrive Mukherjee nel suo racconto sul New Yorker, sono stati compiuti pochi progressi nel riuscire a predire se quel tipo di tumore evolverà e darà metastasi in quel paziente o se resterà un tumore buono oppure dormiente. Alcuni test genetici, come per esempio il MammaPrint e Oncotype DX, sono serviti per identificare quei pazienti a basso rischio di metastasi che possono quindi evitare la chemioterapia. In questo modo si è riusciti a ridurre di un terzo il sovrautilizzo della chemio nei pazienti con alcuni sottotipi di tumori della mammella. Altri test riconoscono quali pazienti potrebbero beneficiare di una terapia target, quale l’herceptin, o della terapia ormonale. Diagnosi precoci e cure sempre più efficaci e mirate promettono di vincere la lotta contro il tumore. Ma da sola la diagnosi tempestiva della malattia rischia di esporre alcuni pazienti a terapie superflue, effetti indesiderati dei medicinali o complicanze chirurgiche evitabili. E ancora oggi non si è ancora in grado di stabilire quali tumori è necessario trattare e quali invece potrebbe essere sufficiente osservare perché destinati a non rappresentare un reale pericolo per il paziente.

La questione è che la ricerca oncologica e anche la clinica si sono a lungo focalizzate sul cancro e non sull’ambiente che lo ospita. Come la malignità del tumore non dipende solo dal “seme” ma anche dal “terreno”: senza conoscere quest’ultimo diventa difficile predire l’evoluzione della malattia. Il risultato è che ancora oggi davanti a una diagnosi di tumore sappiamo dire al paziente perché lui e non se lui avrà delle metastasi, che è quello che più vuole e gli è utile sapere davanti a una diagnosi di tumore e alla scelta di quale terapia intraprendere.

L’invasività è un concetto relativo che non dipende solo dal soggetto, dalla sua morfologia e dai suoi geni, ma anche dal contesto. I molluschi Dreissena hanno trovato un contesto favorevole nel lago Michigan perché c’erano le giusta temperatura, salinità e concentrazione di calcio, e anche perché probabilmente non c’erano dei predatori ben adattati. Non c’è un solo fattore ma una serie di fattori: alcuni che hanno maggior peso e altri meno, non fai in tempo a individuare uno di questi fattori che ne compare un altro. In più ci sono le probabilità. In ecologia l’invasione è un’equazione, una serie di equazioni simultanee, riflette Mukherjee. Mentre in medicina si è portati a ragionare in modo molto più semplicistico secondo il modello on/off: la biopsia è positiva; il test del sangue è negativo; la scansione non ha trovato nessuna malattia, germe buono o germe cattivo, e così via.

Nell’Imperatore del male, che gli era valso il premio Pulitzer nel 2011, Mukherjee aveva raccontato la storia della ricerca sul cancro e quanto in realtà fosse lontana una cura definitiva. In questo lungo racconto del New Yorker, il medico saggista apre una nuova riflessione sul binomio corpo e tumore suggerendo un cambio di paradigma sia nell’impostazione della ricerca sul cancro sia nella visione della battaglia contro il cancro del e con il paziente.  Come i molluschi Dreissena le cellule tumorali sono delle specie invasive in una nuova nicchia che il corpo del paziente. Fare proprio il metodo di studio delle invasioni dei molluschi potrebbe servire per recuperare il vero approccio olistico in oncologia: considerare nel suo complesso il paziente, l’organismo, la sua anatomia, la sua fisiologia. “Un tale approccio – chiosa Mukherjee – ci aiuterà a comprendere il fenomeno in tutta la sua angustiante complessità; ci aiuterà a capire quando tu paziente hai il cancro e quando è il cancro ad avere te. Incoraggia i medici a chiedere non solo quello che hai, ma quello che tu sei.”

Bibliografia

Mukherjee S. Cancer’s Invasion Equation. The New Yorker, 11 settembre 2017

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF