Nella testa di chi è pronto a morire per una causa

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Cosa spinge un uomo a dare la propria vita pur di portare un vantaggio alla causa per cui combatte? Due anni di interviste ai combattenti dell’ISIS e degli eserciti avversari mettono in evidenza l’importanza dei cosiddetti “valori sacri”, principi morali in grado di rendere un soldato immune ai compromessi materiali, cieco alle strategie di fuga e resistente alle pressioni sociali.

 

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

In lingua irachena inghimasi significa “coloro che sopravvivono alla morte” ed è il termine usato per definire i soldati dell’esercito dello Stato Islamico (ISIS) che, armati di cinture esplosive, si fanno saltare in aria al momento del bisogno. Sono circa venti quelli deceduti in questo modo durante la nota battaglia di Kudilah, un villaggio a nord di Mosul, mentre insieme a settanta commilitoni resistevano agli assalti dell’esercito curdo-iracheno-sunnita, composto da diverse centinaia di uomini. Cosa spinge, c’è da chiedersi, un uomo a dare la propria vita pur di portare un vantaggio alla causa per cui combatte? A questa domanda ha tentato di rispondere Scott Atran, antropologo e direttore dell’istituto Artis International di Scottsdale (Arizona), che con il suo gruppo di ricerca ha passato gli ultimi due anni a intervistare i combattenti dell’ISIS e degli eserciti avversari. I risultati dei loro studi, pubblicati sulla rivista Nature Human Behaviour (1), mettono in evidenza l’importanza dei cosiddetti “valori sacri”, principi morali in grado di rendere un soldato immune ai compromessi materiali, cieco alle strategie di fuga e resistente alle pressioni sociali.

La volontà di Atran di comprendere i meccanismi sottostanti la volontà di sacrificarsi per una causa nasce da una dichiarazione del 2014 dell’allora direttore dell’Intelligence USA James Clapper, il quale sosteneva: “Abbiamo sottovalutato l’ISIS e sopravvalutato le capacità dell’esercito iracheno… la volontà di combattere è un fattore insondabile”. Secondo l’antropologo di Scottsdale e colleghi, invece, questa può essere studiata e capita, a patto di servirsi della giusta metodologia e di porre la necessaria attenzione negli aspetti non-utilitaristici dei conflitti umani. Con un accorto lavoro sul campo (di battaglia!) essi hanno intervistato i combattenti coinvolti nella lotta all’ISIS, come i membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, i Peshmerga e le milizie sunnite e dell’esercito iracheno, e gli stessi estremisti islamici. In seguito, al fine di ottenere una potenza statistica tale da poter trarre delle conclusioni affidabili, i ricercatori hanno esteso l’indagine alla popolazione spagnola, già colpita da diversi attentati terroristici di matrice islamica, attraverso una serie di sondaggi online.

I risultati mostrano uno scenario leggermente diverso da quello descritto dagli studi precedenti sul tema, i quali avevano messo in evidenza l’importanza di elementi quali la “fusione delle identità”, cioè la tendenza a immedesimarsi con un gruppo rilevante (2). Dallo studio di Atran emerge invece che il fattore che più è in grado di predire un’eventuale disposizione al sacrificio è costituito dalla combinazione tra senso di appartenenza e identificazione in particolari “valori sacri”, spesso di natura politica o culturale e prevalentemente astratti. Ad esempio, per i Peshmerga e per i soldati curdi delle forze armate irachene questi valori sono risultati essere la “curdità”, un concetto culturale che denota il linguaggio, la terra e l’eredità dei curdi, e l’indipendenza del Kurdistan, un obiettivo politico. Per i combattenti arabi sunniti invece, questi erano rappresentati dal mantenimento dell’integrità dello stato iracheno, un fine politico, e dall’ “arabità”, un ideale socio-culturale. La combinazione tra la tendenza a credere in questi valori e la “fusione delle identità” con il gruppo di appartenenza è risultata in grado di predire la disposizione al sacrificio, dato risultato associato alla probabilità effettiva di essere stati  feriti, e quindi di essersi esposti al pericolo, durante il combattimento di Kudilah.

Tuttavia, ciò che emerge dallo studio pubblicato su Nature Human Behaviour è che questi valori avrebbero un’importanza prioritaria rispetto l’immedesimazione con l’identità del gruppo. Infatti, quando i ricercatori hanno messo i combattenti di fronte alla scelta tra i propri ideali “sacri” e uno o più comunità di appartenenza, l’86% di questi si è dichiarato disposto a sacrificare il gruppo e il 56% si è detto disposto a farlo anche quando questo era rappresentato dalla propria famiglia. “Gli esseri umani sono ispirati da credenze apparentemente assurde, come ad esempio le religioni o le ideologie trascendentali”, ha commentato Atran in un’intervista rilasciata alla rivista Science. “Sembra che questo atto di fede li ispiri e li porti a compiere azioni grandiose; è probabile che questa tendenza sia ciò che storicamente ci ha permesso di formare ampi sistemi politici. Abbiamo trovato persone disposte a sacrificare la propria famiglia in nome di queste cose”.

Infine, un ulteriore aspetto interessante emerso dallo studio di Atar e colleghi è che un livello elevato di devozione produce un effetto intimidatorio sugli eserciti avversari. “È paralizzante”, ha spiegato l’antropologo. “Dei quasi 7000 cittadini europei che abbiamo contattato erano veramente pochi quelli che manifestavano un comportamento opposto, e cioè il cui impegno spirituale (inteso come fede nei propri valori ‘sacri’) era rafforzato dalla devozione dei combattenti dell’ISIS”. Anche per questo motivo i ricercatori suggeriscono che i risultati dello studio dovrebbero essere utilizzati per prendere decisioni informate in un contesto di difesa comune. “Politici ed esperti dovrebbero rendersi conto che queste persone non sono pazze, né nichilisti o perdenti. Al contrario, loro sostengono che siamo noi a essere nichilisti perché non abbiamo più valori morali”.

“La comprensione della volontà di combattere in situazioni potenzialmente letali rimarrà sì insondabile – scrivono  infine gli autori della ricerca – ma solo finché guarderemo a questi aspetti attraverso la lente della razionalità strumentale”. In questo modo, infatti, si rischia di trascurare quegli aspetti morali e spirituali che invece giocano un ruolo fondamentale nel determinare la disponibilità al sacrificio di un soldato, un attributo che può certamente fare la differenza sul campo di battaglia. “Sin dalla seconda Guerra Mondiale, – conclude Atran – è accaduto che gruppi di insorti o di rivoluzionari sconfiggessero eserciti e forze governative fino a dieci volte più armate e numerose, mosse però da incentivi e disincentivi di natura materiale. I primi, invece, combattono per i loro ideali”. 

Bibliografia

  1. Gòmes A, Lòpez-Rodriguez L, Sheikh H, et al. The devoted actor’s will to fight and spiritual dimensiono f human conflict. Nature Human Behaviour 2017; 1: 673 – 679.
  2. Whitehouse, H., McQuinn, B., Buhrmester, M., et al. Brothers in arms: Libyan revolutionaries bond like family. Procedings of the National Academy of Scince 2014; 111: 17783–17785.
  3. Hutson M. Why do people die fighting for a cause? Science. Pubblicato il 5 settembre 2017.

 

 

 

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