Torna a crescere la fame nel mondo. Colpa di guerre e clima

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

Dopo un trend positivo durato più di dieci anni, nel 2016 il numero di persone denutrite a livello globale è tornato ad aumentare. È questo lo scenario descritto dal report “The State of Food Security and Nutrition in the World”, realizzato dalla Food and Agricolture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, i cui risultati mostrano chiaramente  la necessità di un intervento tempestivo (1). Le ragioni alla base di questo nuovo aggravamento della fame nel mondo sarebbero ascrivibili principalmente all’inasprimento dei cambiamenti climatici e all’incremento del numero dei conflitti bellici. Problemi che, in aggiunta al costante aumento demografico e al progressivo ridursi delle risorse a disposizione, avrebbero contribuito a determinare questa drammatica inversione di tendenza.

Era il 2003 quando il numero delle persone denutrite al mondo raggiungeva il suo picco massimo: 947 milioni, il 14,9% della popolazione mondiale. Da quel momento in poi si era assistito a una lenta ma continua riduzione del numero di individui con scarso accesso a nutrienti, fino al raggiungimento della soglia dei 777 milioni (10,6% del totale) nel 2015. Poi però, le cose sono cambiate: il dato è infatti tornato a salire, raggiungendo nuovamente la preoccupante cifra di 815 milioni nel 2016, l’11% degli abitanti del pianeta. Un aumento di 38 milioni di persone, pari all’intera popolazione della Polonia, passate nel giro di un anno dal riuscire in qualche modo a sfamarsi al non avere più accesso a una fonte di cibo stabile.

Secondo il report della FAO, tra le cause principali di questo peggioramento ci sarebbero in primo luogo i cambiamenti climatici, responsabili  in parte della ridotta disponibilità di risorse che caratterizza alcune aree geografiche del pianeta. Si pensi a El Niṅo, il fenomeno atmosferico che periodicamente, in media ogni cinque anni, provoca un riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico centro-meridionale e orientale, causando inondazioni e siccità. A lui sarebbero imputabili, secondo il report, le condizioni metereologi che negli ultimi anni hanno colpito paesi come la Somalia, la Siria, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e il Burundi, determinando una riduzione delle risorse e un conseguente peggioramento delle condizioni socio-economiche. Secondo i ricercatori della FAO fenomeni climatici come El Niṅo e altri, responsabili di disastri simili in Afghanistan, Iraq, Yemen e Sudan del Sud, avrebbero contribuito a lasciare senza fonti di cibo più di 53 milioni di persone.

Un altro fattore coinvolto sarebbe poi l’aumento del numero dei conflitti bellici verificatosi dal 2010 a oggi, pari al 60% per quanto riguarda le guerre tra nazioni e al 125% per quanto riguarda quelle tra gruppi armati indipendenti. Inevitabilmente, questi sono causa di crisi alimentari e carestie, innescando un circolo vizioso per cui la competizione per l’accesso alle risorse e il conseguente aumento dei prezzi determinano poi un’ulteriore contrazione delle disponibilità. “C’è una chiara interazione tra cambiamenti climatici e numero di conflitti bellici”, ha dichiarato Marco Sànchez Cantillo del Dipartimento degli Affari Sociali ed Economici delle Nazioni Unite, intervistato da New Scientist (2). “Questi sono molto aumentati negli ultimi anni, in parallelo al numero di siccità, inondazioni e altri fenomeni meteorologici”.

Quello dell’interazione tra cambiamenti climatici e conflitti bellici è un tema molto controverso. La FAO con la pubblicazione di questo documento ha però preso una posizione ben precisa, schierandosi tra coloro che credono che l’associazione sia reale. “Il report fornisce una conferma: gli shock climatici, e in particolare le siccità, contribuiscono ad aumentare l’insicurezza alimentare e possono persino portare a disordini sociali”, ha commentato Collin Kelley, ricercatore della Columbia University. “A loro volta, i conflitti possono minare la resilienza delle persone, riducendo drammaticamente l’accesso a cibo e acqua e portando a effetti negativi per l’alimentazione e la salute”.

Il report della FAO offre tuttavia delle potenziali soluzioni a questi problemi. Secondo Castillo sarà fondamentale rendere le popolazioni vulnerabili più resilienti ai cambiamenti climatici, ad esempio fornendo agli agricoltori colture resistenti a siccità e inondazioni. Non tutti sono però d’accordo con questo genere di interventi. “Rendere più resilienti le popolazioni vulnerabili significa aggirare il problema”, ha commentato Peter Brecke, ricercatore del Georgia Institute of Technology di Atlanta che studia, da un punto di vista storico, la relazione tra clima e conflitti. “La questione centrale qui è l’incapacità delle istituzioni politiche di assolvere ai propri doveri, facendo sì che interi gruppi sociali vedano nel conflitto l’unico modo possibile per risolvere i loro problemi”. Una posizione diversa da quella del Direttore generale della FAO, Josè Graziano Da Silva: “Certamente la pace è la chiave per porre fine a tutte le crisi, ma non possiamo permetterci di aspettare la pace per prendere l’iniziativa. È di estrema importanza che le persone siano in condizione di produrre il cibo di cui hanno bisogno. Le popolazioni rurali, e in particolar modo le donne e i bambini, non possono essere lasciate indietro”.

 

Bibliografia

  1. FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO.The State of Food Security and Nutrition in the World 2017.Building resilience for peace and food security. Roma, 2017.
  2. Coghlan A. World hunger is on the rise again due to climate change and war. New Scientist. Pubblicato online il 15 settembre 2017.

 

 

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