I falsi valori del super lavoro danneggiano la salute

Condividi sui Social

È considerata un’ovvietà credere che l’alternanza di attività e riposo sia un fattore fondamentale, non soltanto per la conservazione della salute, ma anche per ottenere una buona qualità del lavoro svolto. Un idoneo riposo in ambito lavorativo ha tuttavia impiegato secoli a trasformarsi in diritto individuale e collettivo. In un ideale confronto d’idee è rimasta a lungo assente la Medicina basata sulle evidenze (EB), e non soltanto per motivi di natura storica: bisognava attendere infatti l’avvento del Positivismo alla fine delll’800 perché la Medicina abbracciasse il metodo scientifico. Anche se questa circostanza corrisponde a verità, le origini storiche della Medicina del Lavoro (riconosciute universalmente nel Mondo) risalgono tuttavia al carpigiano Bernardino Ramazzini che già alla fine del ‘600 iniziò ad occuparsi in modo specifico (e in modo coerentemente specialistico) della salute dei lavoratori, anticipando di due secoli in questo modo il percorso culturale che avrebbe portato alla Medicina EB (vedi/).

Nello specifico, la necessità dell’alternanza di lavoro e riposo non è però mai stata oggetto di ricerche biomediche specifiche anche se la Medicina EB è dall’inizio del Novecento che si occupa della tutela della salute dei lavoratori. Per esempio, gli studi di Scienza dell’Alimentazione relativi al regime alimentare, ricchissimo in calorie (circa 4.500/die), a beneficio dei posatori di binari delle Ferrovie dello Stato. O si pensi, rimanendo sempre in ambito dei lavori “pesanti”, al diritto di assumere due pasti durante uno stesso turno di lavoro, di cui beneficiano i lavoratori delle fonderie. Negli anni ’60, poi, lo studio dei bioritmi portò ad individuare i rischi per la salute dei lavoratori sottoposti a variazione continua dei turni, e in particolare di quelli che alternavano lavoro diurno e notturno.

Il valore del riposo, anzi, del concetto più ampio e articolato che si riferisce ai benefici indotti dalla “vacanza”, è stato oggetto di due recenti articoli (arrivati indipendentemente uno dall’altro alla dignità di stampa): uno illustra i benefici per la salute derivanti dallo “staccare”, l’altro (un report su sperimentazioni biomediche) evidenzia i possibili danni (nella fattispecie al sistema cardiovascolare), indotti da un orario di lavoro troppo intenso.

Il primo contributo, pubblicato da Nature (vedi), è in realtà un resoconto di una positiva esperienza personale (scaturita dallo stop obbligato a causa di un malessere passeggero) fatta da una neuroscienziata australiana, impegnata nella ricerca. La d.ssa Atma Ivancevic ha scritto una sorta di breve ma intenso pamphlet per mettere in guardia i suoi giovani colleghi dai luoghi comuni accademici che glorificano le lunghe ore notturne passate sui libri, al PC o in laboratorio, come passaggio obbligato verso il successo e che valutano stress e malattia come una manifestazione di impresentabile debolezza. Un luogo comune, questo, che secondo la giovane scienziata viene accettato acriticamente quasi universalmente dai suoi colleghi. Ma una situazione di lavoro in cui “il tempo dedicato al riposo è percepito come un ostacolo al raggiungimento del successo” (come si afferma testualmente nell’articolo) può essere la “trionfale” porta d’ingresso per la sindrome di burn-out che affligge in modo particolare proprio il personale medico-sanitario, distruggendo vite e non soltanto carriere.

Il secondo contributo riporta i risultati di alcuni studi che hanno esaminato il problema dell’alternanza tra riposo e lavoro dal punto di vista dei possibili danni indotti in ambito cardiovascolare (vedi). L’articolo di The Guardian riporta in particolare i risultati di uno studio che collega il superlavoro (in termini di tempo trascorso in attività) ad un aumentato rischio di ictus e quelli di una sperimentazione che collega il limite di 55 ore lavorative settimanali alla maggiore probabilità (+ 40%) di sviluppare una fibrillazione atriale.

Questo documentato articolo divulgativo ha l’indubbio merito di focalizzare l’attenzione del lettore sull’importanza di adottare uno stile di vita corretto, non tanto per migliorarne le abitudini di tipo sociale, ma per non indurre danni evitabili alla salute. Danni evitabili a patto di cambiare, non soltanto l’individuale approccio all’esistenza, ma anche la cultura che ispira valori, comportamenti e consapevolezze.

(Photo by Scott Walsh – unsplash.com)

  1. RR
Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF