Attività fisica e salute cardiovascolare, una relazione stabile

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Che fare attività fisica migliori la salute cardiovascolare è ormai un fatto accettato. Tuttavia, è importante chiedersi quanto questo effetto sia universale o limitato a casi specifici. Ad esempio, esso si presenta anche nei paesi a basso reddito, dove l’attività fisica è spesso di natura non ricreativa? Ha valore anche in un contesto di prevenzione secondaria? La quantità conta? E la qualità? Recentemente due studi di ampia portata (PURE e STABILITY), i cui risultati sono stati pubblicati rispettivamente sulle riviste The Lancet (1) e Journal of the American College of Cardiology (2), hanno fornito delle risposte a queste domande. In generale, i dati emersi hanno però portato ulteriori conferme a supporto della relazione tra attività fisica e salute cardiovascolare, a prescindere dal contesto geografico, dalla categoria di prevenzione e dal tipo di esercizio.

Lo studio PURE, condotto in 17 paesi diversi di Nord America, Sud America, Europa e Africa, ha preso in considerazione più di 130.000 partecipanti in prevenzione primaria, quindi in assenza di pregresse patologie cardiovascolari, di età compresa tra i 35 e i 70 anni. Per valutare gli effetti dell’attività fisica svolta dai soggetti reclutati, è stato somministrato loro un questionario, l’International Physical Activity Qestionnaire (IPQA), i cui risultati sono stati poi associati al tasso di mortalità e all’incidenza di eventi cardiaci maggiori, come infarti del miocardio, ictus, scompensi cardiaci e casi di morte cardiovascolare. Al fine di valutare un’eventuale influenza della variabilità geografica, i ricercatori hanno anche distinto, all’interno dei singoli paesi, i partecipanti provenienti dalle aree urbane e da quelle rurali.

I risultati hanno messo in evidenza una relazione lineare tra quantità di attività fisica svolta e tassi di mortalità e di incidenza di malattie cardiovascolari. Questi sono risultati progressivamente minori nei soggetti che facevano più attività, di natura ricreativa o non ricreativa, in un range che andava dai 150 ai 1.250 minuti di allenamento settimanale. Inoltre, questa relazione è risultata ugualmente significativa in paesi a basso, medio e alto reddito. In generale i ricercatori hanno stimato che l’8% dei decessi e il 4,6% delle patologie cardiovascolari emersi nel corso dello studio era attribuibile a un livello di attività inferiore a quello indicato dalle linee guida. “La maggiore differenza in termini di riduzione del rischio – riportano gli autori – è emersa tra coloro che rispettano e non rispettano le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità , le quali suggeriscono di fare almeno 150 minuti di attività fisica a settimana, a prescindere dalla tipologia (3)”.

Come detto, lo studio PURE era però focalizzato sugli effetti in prevenzione primaria. Lo STABILITY invece, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology, ha analizzato la relazione tra attività fisica e salute cardiovascolare in pazienti con una storia di pregresse coronaropatie. In totale, sono stati analizzati 15.486 pazienti, provenienti da 39 paesi diversi e seguiti per un follow-up medio di 3,7 anni. Anche tra questi è emersa una riduzione progressiva del tasso di mortalità in relazione al livello di attività fisica svolto. “I benefici migliori in termini di salute – sottolineano gli autori della ricerca – si sono verificati nei pazienti che, partendo da una condizione di sedentarietà, hanno cominciato a incrementare il loro livello di esercizio settimanale e, tra questi, quelli ad alto rischio di eventi avversi o che soffrivano di angina da sforzo e dispnea”.

In entrambi gli studi è emersa quindi una chiara associazione tra la quantità di attività fisica settimanale e la riduzione del rischio di andare incontro a morte cardiovascolare o per tutte le cause. Inoltre, l’effetto non è risultato legato a nessun tipo di reazione avversa, neanche a livelli elevatissimi di esercizio. “Non abbiamo osservato reazioni negative, – specificano gli autori dello studio PURE – nemmeno nei circa 9000 partecipanti che riportavano un livello medio di attività superiore ai 2.500 minuti a settimana (pari a 17 volte la soglia indicata nelle linee guida)”. È quindi possibile concludere che qualsiasi tipo di attività fisica, e a qualsiasi intensità, è efficace nel proteggere dall’insorgenza di patologie cardiovascolari, a prescindere dalla situazione clinica e dal contesto socio-economico in qui si indaga la relazione.

Gli autori di entrambi gli studi suggeriscono quindi di puntare, nell’ambito della prevenzione, sul favorire questo tipo di attività. “L’aumento del livello di esercizio nella popolazione rappresenta un modo semplice, economico e applicabile su larga scala per ridurre l’incidenza di morte e patologie cardiovascolari a livello globale”, concludono i ricercatori. Per fare questo, sostengono Shifalika Goenka e I-Min Lee, autrici di un articolo di commento su The Lancet (4), “è però necessario creare un ambiente fisico, sociale e politico che renda l’attività fisica desiderabile, accessibile e sicura. Questa deve diventare un imperativo nell’ambito della salute pubblica. Ad esempio, è necessario realizzare, oltre ai marciapiedi pedonali, altri percorsi destinati alle diverse modalità di trasporto attivo”.

 

Bibliografia

  1. Lear SA, Hu W, Rangarajan S, et al. The effect of physical activity on mortality and cardiovascular disease in 130 000 people from 17 high-income, middle-income, and low-income countries: the PURE study. The Lancet 2017; DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)31634-3.
  2. Stewart RAH, Held C, Hadziosmanovic N, et al. Physical Activity and Mortality in Patients With Stable Coronary Heart Disease. Journal of American College of Cardiology 2017; 70(14): 1689-1700.
  3. World Health Organization. Global recommendations on physical activity for health. World Health Organization, Geneva; 2010.
  4. Goenka S, Lee I. Physical activity lowers mortality and heart disease risks. The Lancet 2017; DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)32104-9

 

 

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