Corpo femminile e violenza, dalla cronaca all’arte

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Di Sara Boggio

Nel focus dedicato alla violenza di «Torino Medica» uscito lo scorso anno più o meno in questo periodo (vedi) il fenomeno veniva affrontato da vari punti vista e in varie sfaccettature. Naturalmente era inclusa anche la violenza di genere: una violenza che, dai dati emersi in più di un contributo sul tema, porta ancora con sé molti strascichi di reticenza. Nelle parole dritte come lame di Franca Leosini, intervistata per l’occasione, il problema viene posto in questi termini: “Sartre diceva che non esistono vittime innocenti, ma sono sempre complici dei carnefici. È un’affermazione forte che però spiega in modo chiaro, e crudele, la piena responsabilità di chi ha sopportato troppo, per secoli. Per secoli la donna è stata complice di un sistema violento, perché per secoli ha accettato una violenza culturale, psicologica e sociale”.

Alla luce di questa premessa, le testimonianze raccolte qualche giorno fa in un articolo della Stampa (vedi) hanno il potere di distinguersi, per una volta, dal dato di cronaca (quella cronaca che, diceva ancora la Leosini, ha il grave difetto “di agganciarsi ai colori della notizia trascurando i motivi”, quindi di appiattire tutto, di bruciare in pochi secondi senza spazio per approfondire). Secondo lo studio Istat citato dal quotidiano torinese, con dati relativi al 2014, il “silenzio delle innocenti” sarebbe un muro di “dimensioni spaventose”: accanto alle 4.000 denunce di violenza sessuale che ogni anno, in Italia, arrivano alle autorità, oltre 650.000 stupri rimarrebbero nell’ombra. “Nel 92,5% dei casi le donne che hanno subito una violenza sessuale non l’ha denunciata (la percentuale sale al 95,6% se l’aggressore è italiano e scende al 75,3% se è straniero), e da questo conto sono escluse le violenze commesse dai partner e dagli ex partner”. Le storie di violenza e mancata denuncia che il quotidiano ha pubblicato, in forma anonima, dopo la breve ricognizione statistica, sono quindi una sorta di eco: un riflesso a posteriori che in ogni caso, e a maggior ragione, vuole farsi sentire. Un contributo minimo – quanto può fare un semplice articolo di quotidiano – al cambiamento di prospettiva più importante: far vedere qualcosa al di là dei dati statistici, dare voce almeno a una parte delle ragioni, disinnescare, con la condivisione, la paura di mettere in luce.

Su questo fronte, un ambito che a differenza della comunicazione mass-mediatica ha tutto il tempo di esprimere con cura qualsiasi cosa e in qualsiasi forma è quello dell’arte, che infatti traccia da decenni un percorso di dissotterramento feroce, nella sua necessità di far vedere quanto altrove si nega o si tace.

Le opere d’arte che hanno affrontato il tema – tutte realizzate da donne – sono tantissime. Se ne possono rintracciare le fila almeno dagli anni ’60, periodo in cui le arti visive non solo iniziano a includere le istanze femministe ma vedono emergere una serie di alternative tutt’altro che effimere all’opera d’arte intesa come oggetto da appendere alle pareti, simulacro da museo o fondo di investimento. Sono gli anni in cui nascono forme espressive come la performance e la body art, in cui il corpo entra di prepotenza in scena, anche, se non soprattutto, quello violato. Le capofila di questo coraggio espressivo appaiono ancora oggi radicali, sia nei modi che nei contenuti (Suzanne Lacy, Judy Chicago, Ana Mendieta, Alexis Hunter, Barbara Kruger, ma solo per citare i nomi più noti: per averne un’idea si può dare un’occhiata a questo link). E se il loro gesto non ha fatto numero nelle indagini statistiche, se non conta come denuncia, di certo restituisce un po’ di complessità narrativa al bianco e nero bidimensionale della cronaca, a suprema differenza della quale l’arte ha la presunzione, nonché precisa prerogativa, di restare. Nonostante tutto nel silenzio gridano tante voci, per chi abbia il coraggio di stare a sentire.

 

L’immagine di copertina è un dettaglio dell’installazione There are Voices in the Desert, lavoro di Suzanne Lacy del 1978 che include una parete di testimonianze di violenza, scritte dalle donne che le hanno subìte (vedi).

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