Non-luoghi come determinanti (ambientali e sociali) di salute

Condividi sui Social

Di Sara Boggio

“Nasciamo e moriamo in ospedale e molti di noi vivono il percorso intermedio in un perenne stato di transito, ospitati in maniera provvisoria in catene alberghiere, club vacanza, residence, abitazioni per la terza età, sostando in sale d’attesa di aeroporti e stazioni ferroviarie, procurandosi il necessario alla sopravvivenza in giganteschi ipermercati. Le strutture che ospitano questi servizi e funzioni sono concepite per un utente generico, spersonalizzato, non per un individuo specifico riconoscibile come diverso dagli altri”. Come conciliare questa declinazione (o degenerazione) dell’ambiente urbano nei paesi industrializzati (ciò che l’antropologo francese Marc Augè definiva ‘non-luogo’) con una concezione di salute che include a pieno titolo sia l’ambiente (in senso lato, quindi il contesto di vita), come determinante fondamentale, sia un approccio all’individuo sempre più orientato a una cura “di precisione” (personalizzata, attenta alle caratteristiche specifiche, uniche, di ciascun malato)?

Nel corso degli ultimi decenni la fotografia ha più volte documentato la presenza, spettrale e brutale, dei non-luoghi o di spazi analoghi, spersonalizzanti, ‘umanamente insalubri’, dalle periferie semi-abbandonate ai quartieri fantasma di tante “città fallite” (per usare un’espressione dell’urbanista Paolo Berdini, che alla crisi del welfare urbano ha dedicato un saggio omonimo). Una delle ulteriori e più recenti riformulazioni del discorso, in chiave tutta italiana, è 100 case popolari, libro fotografico di Fabio Mantovani che esplora dieci sistemi abitativi costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta: le Vele di Scampia, il Forte Quezzi di Genova, il Gallaratese di Milano, lo Zen di Palermo, il quartiere Rozzol Melara di Trieste, il Barca di Bologna, il Nuovo Corviale a Roma, le Spine Bianche di Matera, Villaggio Matteotti a Terni e Cielo Alto a Cervinia.

Se dal punto di vista formale l’estetica del non-luogo, pur sempre affascinante, ha fatto un po’ il suo corso, se dal punto di vista urbanistico non si può che prendere atto dello scempio a cui tanta architettura del secolo scorso (architettura razionale, spesso fortemente ideologica, addirittura utopica) si è irreversibilmente ridotta, è forse proprio in relazione alla salute che questi scatti hanno ancora parecchio da dire: se si pensano come corrispettivo visivo dei determinanti ambientali, nonché sociali, assumono tutta un’aria nuova, oltre a darci lo spunto per tracciare a grandi linee le tappe concettuali che, dei determinanti socio-ambientali, hanno via via definito entità e collocazione in ambito sanitario.

L’idea di salute come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, e non come semplice assenza di malattia, si deve alla Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (è del 1946). Intorno a questa definizione, nel corso dei decenni a seguire, il rapporto tra la salute dell’uomo e l’ambiente in cui vive è diventato oggetto di attenzione crescente e campo di indagine sempre più articolato. Benché la comunicazione medico-sanitaria mass-mediatica (per non parlare, nello specifico, di quella pubblicitaria) tenda a ridurre la complessità dell’intreccio a un modello (surrettiziamente?) semplificato, governato da processi lineari, unifattoriali, in ambito di salute globale la cornice concettuale di riferimento dà ormai pacifico riconoscimento a una pluralità di determinanti: fattori diversi che influenzano, ciascuno di per sé e in relazione agli altri, lo stato di salute dei singoli individui e della popolazione in generale, indispensabili quindi a informare strategie di prevenzione e politiche sanitarie nazionali e sovranazionali.

L’elenco dei determinanti della salute varia a seconda del modello concettuale di riferimento: alcuni (è il caso del modello statunitense) danno più importanza ai comportamenti individuali e agli stili di vita, mettendo in secondo piano sia i fattori genetici che quelli ambientali (in coda a tutto l’assistenza sanitaria). Altri (tipicamente in Nord Europa) esprimono l’influenza tra i diversi fattori tramite cerchi concentrici: al centro l’individuo con le sue caratteristiche immodificabili, genetiche e biologiche, poi tutto il resto (stile di vita, contesto sociale, ambientale, lavorativo, economico ecc.). Esistono poi modelli che tengono conto anche dei determinanti delle diseguaglianze nella salute (per esempio la posizione socio-economica), nonché dei determinanti intermedi (le condizioni materiali, socio-ambientali e psicosociali, coesione sociale).

Anche se, a seconda del modello di riferimento, le scelte di politica sanitaria e prevenzione possono essere sensibilmente diverse, l’interazione tra ambiente interno (biologico, genetico) ed esterno (naturale, sociale ecc.) è base comune a tutti. La solidità dell’assunto, insieme alle evidenze scientifiche e alle elaborazioni teoriche che hanno concorso a definirla, si vede del resto a colpo d’occhio: in una fotografia.

 

 

Fabio Mantovani, 100 case popolari, Quodlibet 2017

Paolo Berdini, Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano, Donzelli 2015

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009 (prima ed. in italiano nel 1996)

La citazione iniziale è tratta dal blog Paesaggi Mutanti (vedi)

Per saperne di più sui determinanti di salute, si vedano il focus di «Torino Medica» n. 5 2016 (Ambiente e Salute: qui), un approfondimento di Salute Internazionale (qui) e un recente aggiornamento di salute globale di Epicentro, il portale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità (qui).

 

 

L’immagine di copertina e quella a conclusione del testo sono tratte dal libro fotografico di Fabio Mantovani 100 case popolari (cit.).

 

 

Condividi, Stampa ed Invia ad un Amico
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • PDF