Salute mentale, senza risorse la consapevolezza è inutile

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

 

Quando a dire la sua in tema di malattia mentale è Simon Wessely, primo psichiatra della storia a essere diventato Presidente della Royal Society of Medicine, non ci si aspetta certo di sentire una critica alle campagne per aumentare la consapevolezza su questi disturbi. Eppure, questo è il messaggio principale che emerge da una sua intervista rilasciata a The BMJ (1). “Ho paura che finiremo per stressare e demoralizzare i servizi di salute mentale se tutto quello facciamo è aumentare la consapevolezza,  senza però fornire più personale e garantire un maggiore supporto e meno oneri burocratici”, spiega lo psichiatra. In altre parole, che senso ha rendere le persone consapevoli della loro salute mentale se poi non si dispone delle risorse necessarie per farsene carico? Un problema che si affianca, secondo Wessely, alla recente tendenza a medicalizzare qualsiasi forma di disagio mentale.

“Ogni volta che organizziamo una settimana per la consapevolezza della salute mentale mi sento venir meno”, dice Wessely, che fino a giugno è stato Presidente del Royal College of Psychiatrists. “Non abbiamo bisogno di rendere i cittadini più consapevoli. Ci mancano le risorse per aiutare quelli che lo sono già.” Le campagne di comunicazione organizzate nel Regno Unito dal governo, dal National Health System e dalle organizzazioni no profit hanno sicuramente avuto effetto nel ridurre lo stigma e favorire un cambiamento di attitudine nei confronti della salute mentale. Tuttavia, secondo Wessely, questa ondata di consapevolezza, favorita anche dalle testimonianze di molte celebrità, potrebbe avere degli effetti negativi: “Il 78% degli studenti dichiara di soffrire di disturbi psichiatrici, è evidente che ciò è quantomeno improbabile” (2).

Una situazione insostenibile se vengono a mancare le risorse necessarie ad affrontare un sensibile aumento del numero dei pazienti. La premier britannica Theresa May si è recentemente impegnata a “porre fine all’ingiustizia della salute mentale”, annunciando un finanziamento di 1,5 miliardi di euro per assumere nuovi infermieri e terapisti e ampliare i servizi entro il 2020/2021 (3). Tuttavia, in molti hanno notato che un tale sforzo economico andrebbe solo a rimediare, e solo parzialmente, ai tagli di oltre 6000 infermieri psichiatrici avvenuti dal 2010 a oggi (4). Inoltre, secondo gli esponenti del Royal College of Nursing, un intervento di questo tipo potrebbe favorire l’inserimento di operatori che, a causa dei tempi ristretti utili alla loro formazione, finirebbero per non essere adeguatamente preparati (5). “Saranno persone a buon mercato, non addestrate e prive dell’esperienza necessaria”, spiega Wessely. “Per quanto dolci e compassionevoli, difficilmente riusciranno a gestire le situazioni difficili”.

Invece, ciò che potrebbe fare realmente la differenza in termini di riduzione dello stigma e miglioramento dell’offerta sarebbe, secondo lo psichiatra, una maggiore integrazione tra servizi medici e di salute mentale. Attualmente, infatti, il sistema definito dall’Health and Social Care Act del 2012 non facilita questo tipo di cooperazione. Ad esempio, le informazioni relative alla salute mentale e allo stato fisico di un paziente sono  gestite da sistemi informatici indipendenti e separati: se uno psichiatra visita un soggetto che ha anche problemi di salute non può accedere alla sua storia clinica, e viceversa. Un intervento del governo inglese che doveva favorire questo genere di integrazione, l’Improving Access to Psychological Therapies (IAPT), ha finito, secondo Wessely, per creare una “terza via” che è andata semplicemente ad aggiungersi a quelle già esistenti.

Un ulteriore problema riguarda invece l’immagine stigmatizzata della psichiatria all’interno della stessa comunità medica. “Per quanto riguarda il cambiamento di attitudine nei confronti della salute mentale – commenta il Past Presidente della  Royal Society of Medicine – il pubblico è molto più avanti di noi.” Spesso si considera quella di specializzarsi in ambito psichiatrico una scelta di ripiego o, addirittura, uno spreco. Altri considerano tale scelta un segno stesso di follia. Per questo motivo, quando era a capo del Royal College of Psychiatrists Wessely ha lanciato la campagna #BanTheBash, finalizzata a ridurre lo stigma associato alla professione dello psichiatra. “Ho investito molte energie in questo obiettivo, ma siamo riusciti a invertire la rotta”, sottolinea. “Il reclutamento degli psichiatri era in calo e ora è tornato a un livello normale”.

Infine, dal suo punto di vista, gli specialisti della salute mentale dovrebbero avere un ruolo centrale nel distinguere tra condizioni patologiche e non patologiche, così che una maggiore consapevolezza non si risolva in un aumento sproporzionato del numero di diagnosi. “Noi non facciamo parte della cospirazione globale che vuole tutti pazienti psichiatrici”, spiega Wessely. “Noi facciamo l’opposto, noi cerchiamo di mantenere un confine tra tristezza e depressione, tra eccentricità e autismo, tra timidezza e fobia sociale”. Il rischio di esporre i soggetti a trattamenti inutili e dannosi è, in quest’area della medicina, un pericolo costante. Per esempio, a chi soffre di un disturbo da stress post-traumatico Wessely consiglia di non rivolgersi inizialmente a uno psichiatra, perché ciò potrebbe contribuire a complicare una situazione che in molti casi potrebbe risolversi da sé. “Potrebbe sembrare antipatico ma alla base c’è l’idea di non voler trattare il mondo”, conclude lo psichiatra.

 

Bibliografia

  1. Arie S. Simon Wessely: “Every time we have a mental health awareness week my spirits sink”. The British Medical Journal 2017; 358: j4305.
  2. National Union of Students. Mental health poll 2015.
  3. Department of Health. Thousands of new roles to be created in mental health workforce plan. Gov.UK 2017.
  4. Berger L. Mental health services: nurses: wirteen question: 50523. 2016
  5. Royal College of Nursing. Press release: RCN responds to mental health workforce plan 2017.

 

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