Sostanze psichedeliche: solo roba da Hippy?

di Mario Nejrotti

È sempre difficile parlare delle droghe in senso positivo, senza scatenare reazioni e prese di posizione in coloro che sono contrari a qualunque modifica delle funzioni cerebrali indotta da “droghe” in senso lato: dalla cannabis alle sostanze psichedeliche.

Spesso, però, si dimentica che quasi tutte le sostanze usate comunemente a scopo terapeutico modificano meccanismi fisiologici, potenziandoli o bloccandoli per ottenere risultati positivi sulla salute dei pazienti. E non fanno certo eccezione le sostanze psicoattive della farmacopea ufficiale.

Dagli anni sessanta si è avuto il sospetto che le molecole con azione psichedelica potessero procurare al cervello, oltre a reazioni negative e di alterazione della percezione della realtà, anche risultati positivi, che meritavano di essere studiati, per individuare dosi e purezza delle sostanze implicate in questi fenomeni.

Il 9 Ottobre è stata pubblicato su Scientific Reports di Nature.com, (vedi) un lavoro condotto dal gruppo di Stevens Rehen, docente all’Università Federale di Rio De Janeiro e responsabile della ricerca presso il D’Or Institute for Research and Education (Idor).

I ricercatori sono riusciti a studiare gli effetti neurologici di una sostanza psichedelica appartenente alla famiglia delle triptamine, la 5-methoxy-N,N-dimethyltryptamine (5-MeO-DMT).

Tale sostanza è contenuta in alcune piante, ma anche nel veleno di un rospo, che ha il suo habitat nel deserto di Sonora, tra Usa e Messico.

Per lo studio sono state usate colture di neuroni umani in 3 D, che riescono a simulare lo sviluppo del cervello.

Gli organuli artificiali, dopo la somministrazione di un’unica dose della sostanza, sono stati esaminati con la tecnica della spettrometria di massa e si è potuto osservare che veniva alterata la produzione quantitativa di circa mille proteine.

La 5-MeO -DMT aumenta quelle coinvolte nella produzione e nel mantenimento delle sinapsi e, quindi, contribuisce a migliorare le capacità mnemoniche e dell’apprendimento. Inoltre, la sostanza è anche in grado di diminuire alcune proteine coinvolte nel processo infiammatorio del tessuto cerebrale.

I due meccanismi, che indicano la capacità della sostanza di provocare un processo di rimodellamento cerebrale, potrebbero ritardare e ridurre, se non curare, i fenomeni degenerativi cerebrali, legati a danni organici e all’età.

“I risultati suggeriscono che le sostanze psichedeliche tradizionali possano essere potenti induttori neuroplastici, uno strumento di trasformazione psico-biologica (del cervello) che conosciamo molto poco.” – ha dichiarato Sidarta Ribeiro, Direttore dell’Istituto del Brain dell’Università Federale di Rio Grande do Norte (UFRN) e coautore dello studio.

Inoltre, secondo il professor Draulio Araujo (UFRN), anch’egli coautore dello studio, “Queste osservazioni suggeriscono i possibili meccanismi con cui queste sostanze esercitano gli effetti antidepressivi, che avevamo già osservato in altri nostri studi”.
Steven Rehen conclude dicendo che “Il nostro studio rafforza la conoscenza del potenziale clinico nascosto di sostanze soggette a restrizioni legali, ma che meritano l’attenzione di comunità mediche e scientifiche.”