Nobel per la Pace 2017, tra dubbi e speranze

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A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

“Per il lavoro svolto nel richiamare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie legate a qualsiasi uso di armi nucleari e per l’innovativo impegno volto a ottenere un trattato per il loro divieto”. Con questa motivazione è stata annunciata l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2017 alla rete di organizzazioni non governative International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN). Un’assegnazione che, nonostante il messaggio di speranza che dietro essa si cela, ha fatto molto discutere. Gli esponenti di diversi paesi membri delle Nazioni unite, tra cui tutte le potenze nucleari e i rispettivi alleati, hanno infatti criticato il Nuclear Ban Treaty voluto dall’ICAN. Secondo questi l’approccio della coalizione contribuisce a destabilizzare un panorama politico che, a livello globale, è già messo in crisi dalla minaccia nucleare proveniente dalla Corea del Nord e dalle aspre minacce di ritorsione degli Stati Uniti.

Ma in cosa consiste l’ICAN? Essa, si legge nel sito ufficiale, è “una coalizione di organizzazioni non governative che promuove l’adesione al e l’implementazione del trattato di divieto delle armi nucleari delle Nazioni Unite”. La campagna, a cui partecipano 486 partner provenienti da 101 paesi del mondo, è stata lanciata ufficialmente nel 2007 in Austria, sull’onda del successo dell’International Campaign to Ban Landmines, che dieci anni prima aveva portato alla firma, da parte di 162 paesi membri delle Nazioni Unite, del Trattato di Ottawa per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione e vendita di mine antiuomo. Dal momento del suo lancio, quindi, l’ICAN si batte per costruire un consenso stabile sull’abolizione delle armi nucleari, coinvolgendo nella sua attività altre organizzazioni umanitarie, come la Croce Rossa, e governi che condividono la sua visione.

Al centro dell’attività dell’ICAN sta tuttavia il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, meglio noto come Nuclear Ban Treaty. La coalizione ha avuto un ruolo fondamentale nella promozione e gestione dei negoziati che hanno portato alla firma del trattato da parte di 53 stati membri delle Nazioni Unite, tre dei quali lo hanno anche già ratificato (Guyana, Thailandia e Città del Vaticano). Questo prevede il divieto di uso, sviluppo, produzione, possesso, trasferimento e stazionamento in altri paesi delle armi nucleari, delineando anche i meccanismi utili a distruggere le scorte già esistenti. “Il mondo ha aspettato settant’anni per questa norma legale”, aveva commentato Elayne G. Whyte Gómez, ambasciatrice ONU del Costa Rica e responsabile dei negoziati, in occasione della conferenza che aveva portato, a luglio, alla stesura del documento definitivo (1). La stessa Gómez si dice oggi molto soddisfatta dell’assegnazione del Nobel per la Pace: “Ogni anno dovrebbe esserci un evento in grado di darci speranza, questo lo è sicuramente stato”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata al New York Times (2).

Non tutti, tuttavia, sono favorevoli all’approccio dell’ICAN e del suo Nuclear Ban Treaty. Nessuna delle nove potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Corea del Nord, Inghilterra, Cina, Francia, India, Pakistan e Isreaele) ha partecipato ai negoziati, così come nessun membro della NATO, Italia inclusa. Secondo gli esponenti degli Stati Uniti, in particolare, il trattato non avrebbe il potere di ridurre il rischio di un conflitto nucleare e, anzi, potrebbe contribuire ad aumentarlo. Anche Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, pur avendo accolto positivamente l’assegnazione del Nobel in quanto “riporta l’attenzione sulla questione”, ha ribadito la sua idea per cui il Nuclear Ban Treaty mette a rischio anni di trattative basate sul concetto di non proliferazione. Inoltre, com’è noto, la situazione geopolitica mondiale è al momento particolarmente delicata a causa delle continue minacce del leader nordcoreano Kim Jong-un di colpire gli Stati Uniti con “la spada nucleare della giustizia” e della promessa, da parte del Presidente USA Donal Trump, di “distruggere totalmente” la Corea del Nord in caso di attacco.

Ciò nonostante, è evidente che i paesi contrari sono in netta minoranza. Gli Stati Uniti, Russia e Cina si trovavano in condizione di isolamento anche nel 1997, quando il Nobel per la Pace fu assegnato all’International Campaign to Ban Landmines e al suo coordinatore Jody Williams, per l’accordo raggiunto al fine di proibire l’uso delle mine antiuomo, sottoscritto da tre quarti dei paesi di tutto il mondo. Tra questi rientrava all’epoca anche l’Italia, che di questi strumenti bellici era, nei primi anni novanta, uno dei maggiori produttori a livello mondiale. Sicuramente, nonostante la contrarietà delle maggiori potenze militari, quel trattato ebbe come risultato quello di smuovere l’opinione pubblica, contribuendo a determinare un effettivo e progressivo abbandono dell’uso delle mine antiuomo negli anni a seguire. “Realisticamente, non pensiamo che da domani le armi nucleari saranno sparite”, ha commentato Beatrice Fihn, direttore esecutivo dell’ICAN. “Tuttavia, questo è il momento per rendersi conto che fare qualcosa è davvero possibile”.

L’assegnazione del Nobel per la Pace all’ICAN rappresenta quindi messaggio di speranza, ma anche un ammonimento ai leader mondiali che nell’ultimo periodo, a settant’anni dalle due bombe atomiche lanciate dagli Stati Uniti sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, stanno nuovamente prendendo in considerazione l’utilizzo di queste armi. Il Nuclear Ban Treaty, tuttavia, entrerà effettivamente in vigore solo 90 giorni dopo la sua ratificazione da parte di 50 paesi membri dell’ONU. Attualmente, come detto in precedenza, sono solo tre quelli ad aver già ratificato il trattato. Solo nel prossimo futuro, quindi, si potrà stabilire se il destino dell’ICAN sarà lo stesso della campagna che vent’anni fa ha portato all’abolizione delle mine antiuomo.

 

Bibliografia

  1. Gladstone R. A treaty is reached to ban nuclear arms. Now comes the hard part. The New York Times; pubblicato il 7 luglio 2017.
  2. Gladstone R. Nobel Peace Prize Goes to Group Opposing Nuclear Weapons. The New York Times; pubblicato il 6 ottobre 2017.

 

 

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