Salute mentale: la mappatura dei servizi di psichiatria in Italia

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Di Sara Boggio

La Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP) ha di recente fatto il punto sulla diffusione dei servizi di psichiatria (assistenza ospedaliera e territoriale) nelle diverse regioni italiane. Una sintesi dell’analisi dei dati, a firma del presidente della SIEP Francesco Starace e di Flavia Baccari, consulente statistica, è stato pubblicato su Sanità24 (l’inserto dedicato alle notizie sanitarie del Sole24Ore: qui e, corredato di alcune delle tabelle di riferimento, qui. La dettagliatissima ricerca – cui è riservato il Quaderno SIEP n. 1/ 2017, dal titolo «La salute mentale in Italia» – si può scaricare in forma completa dal sito della SIEP).

I dati su cui si basa l’analisi sono stati raccolti per mezzo del Sistema informativo Salute Mentale (SISM), che il Ministero della Salute ha pubblicato per la prima volta nel 2016 (vedi), mentre l’elaborazione degli indici per misurare le prestazioni di assistenza psichiatrica – appunto ospedaliera e territoriale, in ciascuna delle regioni – è stata messa a punto dalla SIEP.

La premessa al discorso è che “la differente operatività dei sistemi di cura per la salute mentale nei contesti territoriali e ospedalieri – scrive Starace nell’articolo per Sanità24 – non è mai stata sistematicamente valutata nelle diverse Regioni italiane”. Come spiega chiaramente l’introduzione del Quaderno SIEP, il mancato monitoraggio corrisponde a “una delle maggiori difficoltà che il sistema di cura per la Salute Mentale ha dovuto affrontare nel nostro Paese – dalla Riforma del 1978 sino alla fine dello scorso anno”, e cioè l’“assenza di un sistema informativo in grado di fornire dati attendibili circa come, con quali risultati e a che costo ‘si fa Salute Mentale’ nei servizi pubblici e del privato accreditato” (i primi passi in questa direzione, precisa ancora l’introduzione, risalgono al 1998, anno in cui sono stati elaborati i primi atti ufficiali per la costituzione del SISM: ma “come spesso accade in Italia” è stata necessaria “la ‘clausola vessatoria’ per arrivare alla meta”. Raggiunta, appunto, circa vent’anni dopo). Altra importante osservazione a premessa è che l’impianto normativo che ha ridefinito la psichiatria italiana in questi ultimi quattro decenni reca chiara traccia della sua “connotazione territoriale e comunitaria”, o quanto meno della sua aspirazione a connotarsi come tale. Ma qual è effettivamente la situazione, a oggi? Questa è una delle domande a cui l’analisi dei dati disponibili cerca di rispondere.

Secondo gli indicatori della SIEP l’area con il tasso maggiore di ospedalizzazione in reparto di psichiatria è la provincia autonoma di Bolzano, quella con il tasso minore il Friuli Venezia Giulia. L’area di Bolzano è, al contempo, quella con minore percentuale di Tso, il cui picco si riscontra invece in Sicilia. La Lombardia è la regione in cui è maggiore l’accesso al pronto soccorso per problemi psichiatrici (evidentemente sfuggiti ai servizi territoriali), mentre il Molise è la regione in cui tale indicatore è minore. Il maggior numero di residenti in strutture psichiatriche è in Emilia Romagna, il minore in Calabria. Il Friuli eroga il maggior numero di prestazioni per utente, il Veneto il numero minore. La migliore continuità di cura nel periodo successivo al ricovero sarebbe nella provincia autonoma di Trento, la peggiore in Basilicata.

Passando alla situazione complessiva, le regioni più orientate alla de-ospedalizzazione delle cure (le più virtuose sul fronte dei servizi territoriali e con minor tasso di assistenza ospedaliero/residenziale) sarebbero Friuli Venezia Giulia, provincia autonoma di Trento, Molise e Calabria. All’estremo opposto (livelli elevati di attività ospedaliera, scarsi di attività territoriale) si collocano invece Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano, Sardegna, Umbria, Marche, Lazio, Toscana e Veneto.

Le regioni in cui entrambe gli indici risultano bassi, a suggerire una “complessiva situazione di carenza assistenziale”, sono invece Campania, Abruzzo e Basilicata. Mentre in Emilia Romagna, Liguria, Sicilia e Puglia entrambe gli indici sono elevati (il maggiore impegno economico che questo “doppio binario” comporta risulterebbe però “assorbito in parte ancora rilevante dalle attività ospedaliero-residenziali”).

Nelle pagine di approfondimento dedicate al tema, Sanità24 include anche la notizia di un Disegno di legge “per rilanciare la legge Basaglia” con il commento di Nerina Dirindin che ne è la prima firmataria (l’A.S. 2850, “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180”: vedi). “È una proposta che nasce dal contributo di tantissime associazioni e professionisti che si occupano di questi temi. – ha detto la senatrice al quotidiano. – La legge Basaglia nacque grazie anche alla spinta di un movimento diffuso di persone. Se adesso riuscissimo a ridestare una nuova attenzione alla salute mentale potrebbe tornare una stagione simile a quella che diede vita a quella legge straordinaria”. I 18 articoli di cui si compone il Ddl prevedono un piano nazionale per la salute mentale che, oltre al “contrasto della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani [come l’uso della contenzione meccanica] e delle libertà fondamentali”, punta proprio a disciplinare l’articolazione dei servizi sul territorio, cercando di garantire “prossimità rispetto alla comunità di riferimento”. A tal fine (art. 17) assicura almeno il 5 % del Fondo Sanitario Nazionale (perché si sa che la consapevolezza, senza risorse, non è così utile… si rileggano a tal proposito le riflessioni dello psichiatra britannico Simon Wessely, ex presidente del Royal College of Psychiatrists e attuale Presidente della Royal Society of Medicine: vedi).

Come conclude Starace nell’introduzione della ricerca, “Un lungo cammino attende ancora le politiche per la Salute Mentale in Italia, ma un passo importante per tracciarne il percorso e valutarne le ricadute è stato compiuto”.

Peccato quindi – ed è notizia di pochi giorni fa – che la regione Piemonte abbia appena approvato la revisione della residenzialità psichiatrica con un atto normativo (la D.G.R. 29-3944 del 19.09.2016, vedi) che solleva grande preoccupazione da parte di sindacati e associazioni di settore: a fronte della necessaria razionalizzazione delle tariffe (finora tutte diverse) e della definizione di un sistema di accreditamento centrale, i timori riguardano sia le ripercussioni immediate su malati e operatori (secondo quanto riferito a La Stampa la dimissione di “quasi duemila pazienti psichiatrici, fino ad oggi curati dal servizio sanitario regionale” e “più di seicento” lavori a rischio: vedi) sia gli effetti a medio e lungo termine (nella fattispecie: il rischio che la manovra apra il settore alla privatizzazione dei servizi, vedi).

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